di Micaela Travaglini
Pedagogista Clinico®
Quando si parla di diversità inevitabilmente affrontiamo il tema dell’inclusione di cui non possiamo non mettere al centro il valore educativo che già porta con sé questo concetto. Stiamo affrontando lo stesso tema, educare e includere non sono due cose distinte, ma l’una è portatrice dell’altra.
Se educare significa favorire nell’individuo lo sviluppo dell’autonomia e della crescita e trasmettere valori morali e culturali per formare la personalità intellettuale e le capacità di comportamento sociale necessarie al raggiungimento della sua libertà, è altrettanto ovvio che l’inclusione faccia parte di ciò che questo processo richiede.
Per questo, ogni componente di quella che oggi viene definita “comunità educante” impegnata nell’educazione, dovrebbe essere portatrice di buone prassi educative con l’obiettivo di rendere la persona, che per la Pedagogia Clinica è res sacra e rispettata come cellula sociale, capace di emancipazione nel tessuto sociale fatto di intese e di scambio.
La Pedagogia Clinica, che si appella alle caratteristiche qualitative dell’individuo che lo designano nella sua unicità e globalità e attira l’attenzione sul rispetto rivolto all’essere nella sua “persona” in relazione con il mondo inteso come protagonista di vita, persegue il concetto di inclusione da sempre.
Il professor Guido Pesci ha rintracciato il termine inclusione nel Dizionario del Rigutini del 1875, certo il tempo ci avrebbe dovuto insegnare come generare forme e attenzioni necessarie per assolvere al compito di “non escludere”. Ma se siamo nel 2024 ancora a parlarne significa che abbiamo da lavorare tanto.
Lo stesso Vygotstkij si preoccupava nel 1923, cento anni fa, di evitare interventi sanitari per i bambini in difficoltà nelle scuole, in completa contrapposizione e disaccordo con le proposte dispensative e compensative della nostra epoca, l’obiettivo del Vygotstkij era di mettere il soggetto a confronto con le proprie difficoltà e aiutarlo adeguatamente per poterle vincere e superare. Il principio educativo guida per lui è “il nostro operare” che non può essere rivolto ad una dimensione di sottrazione o a qualsiasi criterio affidato alla diagnosi e alla misurazione di difficoltà o disturbi poiché è un criterio che annienta il valore inestimabile della persona perdendo di vista la crescita individuale, personale in un contesto di relazione, ed è quello che per noi pedagogisti clinici è il principio di globalità della persona conosciuta nelle sue Potenzialità Abilità e Disponibilità.
Quindi tocca a noi assolvere al compito primario di offrire occasioni multiple di educabilità.
Nel considerare il fare operativo nei vari ambiti educativi dove sono chiamata a svolgere la mia professione di Pedagogista Clinico®, ho potuto riscontrare quanto sia importante restituire al valore educativo e alle figure professionali portatrici di questo principio un ruolo sociale e professionale nella costruzione di una rete di servizi plastica e adatta al welfare dell’oggi.
È su questi principi che, in seno al Protocollo d’Intesa stilato tra l’Associazione Nazionale Pedagogisti Clinici e il Distretto Socio Sanitario Val di Magra n.19 nasce nel 2021, all’interno dei servizi territoriali dei sette comuni della Val di Magra, lo Spazio di Riflessione pedagogico clinico.
Il progetto sperimentale all’interno dei servizi sociali ha permesso di poter riprendere una visione preventiva di intervento e di poter offrire alle famiglie un luogo e un tempo dove poter affrontare liberamente argomenti senza sentirsi “sotto la lente d’ingrandimento”. Si tratta di un servizio offerto gratuitamente e che viene realizzato all’interno di uno studio professionale del Pedagogista Clinico® e quindi non sanitario proprio per mantenere saldo il principio educativo di rispetto e attenzione alla persona in un’ottica di prevenzione, quell’ottica che non ha mai abbandonato il Servizio sociale, anche se ha conosciuto diverse declinazioni operative che spesso l’hanno messa in ombra, sia nella sua dimensione di promozione del benessere e sia in quella di rimozione del disagio.
Oggetto di questa mia riflessione è l’esperienza professionale che ho sviluppato nello studio professionale e all’interno dei servizi territoriali della Val di Magra nell’ambito del Distretto socio sanitario 19.
Da sempre osservante nel valorizzare le potenzialità della persona orientata a guardarla nella sua globalità accogliendone e valorizzandone la sua unicità e le proprie risorse, ho cercato di realizzare un’idea che coinvolgesse il territorio e adatta ai bisogni della collettività.
Andando oltre la visione standardizzata della persona vista talvolta solo per le sue limitazioni, credo profondamente, e la mia esperienza me ne dà conferma ogni giorno, che le reti territoriali e istituzionali debbano insieme perseguire e collaborare integrando i servizi con una visione preventiva che trova pieno riconoscimento nelle buone prassi educative.
Istituzioni, famiglia, professionisti e rete territoriale di servizi devono prendere parte a una vita di comunità ampliando la dimensione socio-spaziale per lo sviluppo di una comunità che include e accoglie.
È un principio che ben si presta alla costruzione di una rete che può fare da ponte nel passaggio della vita di comunità, riconoscendo alla persona portatrice di disabilità o di qualsiasi diversità, un ruolo sociale che non miri ad osservare le manchevolezze o i deficit.
La sempre più propensione al dare indicazioni su ciò che la persona dove fare per uscire dal problema praticando un “mettere dentro” ci porta a trascurare un “tirare fuori”, sottraendo l’attenzione alle risorse personali. In molti contesti lavorativi trovo ancor oggi questo modello preconfezionato con percorsi già strutturati e assai poco diversificati, in virtù di questa visione ho avuto l’opportunità di poter creare un luogo dedicato, riconosciuto dalle istituzioni e finanziato dalle stesse, all’interno dell’alveo dei servizi alla persona.
La nascita dello Spazio di Riflessione pedagogico clinico ha permesso di sperimentare fin da subito nelle teorizzazioni e successivamente nelle prassi, quanto fosse efficace per l’individuo intraprendere un percorso di crescita e di cambiamento basato sull’unicità della persona stessa, modellato sui propri bisogni individuali, quanto conoscerne potenzialità, abilità e disponibilità diventasse elemento portante del reale e autentico aiuto individuale, unico per ciascuno, un criterio educativo e di globalità a cui la Pedagogia Clinica si affida e di cui si sostanzia grazie alle tante e innumerevoli sue tecniche poliedriche e scientifiche che le appartengono e che danno garanzia di successo.
Il progetto sperimentale all’interno del Distretto Socio Sanitario 19 ha permesso di poter riprendere una visione preventiva di intervento con l’intento di mettere i bisogni della persona al centro superando approcci spesso poco adattabili, rivolto a giovani, adulti, famiglie che vogliano liberamente farne accesso, ma il valore più importante che abbiamo oggi raggiunto è di essere un punto di riferimento e di supporto per le istituzioni scolastiche e per un sociale che si rispetti.
L’esperienza di Giacomo, un bambino di 13 anni giunto con la sua famiglia allo Spazio di Riflessione, ci evidenzia come, uno sguardo “che è andato oltre le diversità” e quindi differente, abbia dato la possibilità di poter guardare oltre a quegli impacci e a quei disordini che avevano preso il sopravvento sia nella scuola che nella famiglia e nelle relazioni sociali, e individuare invece… una…, cento…, mille opportunità.
Agire per favorire le potenzialità…, abilità… e disponibilità… porta con sé il principio di rivolgersi alla globalità della persona per stimolarne positivamente ogni sua capacità organizzativa e dichiarativa. Ciascuno porta con sé un’enorme riserva di potenzialità, altrettante sviluppate abilità e disponibilità. La Pedagogia Clinica ci aiuta a conoscere la persona nelle sue mille sfaccettature e rispondere alle sue molteplici necessità.
Questo significa che non possiamo perseguire programmi che vedono l’allievo immobile proprio come Giacomo che passava le mattinate a scuola a fare “schede”, ad unire puntini, fare batterie di lettere, in una condizione statica e passiva senza la possibilità di strutturare relazioni affettive e sociali, senza la possibilità di sperimentarsi in un fare che coniuga il sapere, perché sicuri del fatto che non avesse bisogno di fare in un attivo essere, ma di fare in uno stare passivo.
Lo Spazio di Riflessione a disposizione della rete dei servizi territoriali rivolti alla persona a cui ha fatto riferimento la famiglia di Giacomo ha permesso di riflettere sulle potenzialità dando l’opportunità al bambino, attraverso lo sguardo pedagogico clinico, il fare ricco di tecniche e metodi, di godere di stimoli ricchi e vari che garantiscono una molteplicità delle conoscenze col piacere di sperimentare cose nuove, soddisfare il bisogno di esplorazione di un corpo da riattivare con sé stesso e per sé stesso, con azioni che evitano sicuramente la noia, la chiusura, la passività, e che invece promuovono la motivazione, risvegliano interessi, spingono all’agire e perciò al pensare. Senza dimenticarsi quanto tutto questo poi amplifica la disponibilità alla relazione con gli altri traendone vantaggi per sé stessi e per gli altri.
Attraverso metodi dialogico-corporei il bambino ha attivato i canali informatori che hanno permesso di abbattere freni, inibizioni, tensioni generate in un corpo fermo, reso rigido, e nella costruzione di un clima di fiducia e di piacere con molteplici esperienze proposte che hanno permesso di attivare canali sensoriali, posturali e percettivi si è motivato allo scambio e alla relazione. Le tecniche del Metodo Edumovement® e dalla Musicopedagogia® hanno consentito a Giacomo di tornare a vivere un corpo ricettivo, plastico, mobile, dinamico, sentirsi e godere di ritmi ordinati nell’eloquio e nel movimento, e così le tante altre occasioni di rinforzo positivo nel pensare a sé abile e capace con le dichiarazioni della CyberClinica® che promuove una nuova visione e immagine di sé. Questo è stato l’inizio di un cammino che sta proseguendo e sta dando i suoi frutti in ogni ambito, la famiglia si è sentita accolta, presa per mano e accompagnata in un intervento che ha reso il bambino protagonista della propria crescita, la scuola ha avuto l’occasione di confronto tra professionisti e ha potuto riconoscere nel bambino cambiamenti tali da permettere a lui, di sostare in classe con maggior partecipazione, e a loro, di portare avanti un progetto più adeguato e finalizzato agli obiettivi preposti.
Giacomo oggi si sperimenta all’interno del gruppo classe con interesse e motivazione è attivo e protagonista della propria evoluzione, gli insegnanti aiutati a guardare oltre la diversità hanno manifestato piacere e interesse nel vedere un altro bambino, sostenuti e accompagnati nella loro quotidiana finalità educativa e didattica da un servizio territoriale integrato.
Per questo lo Spazio di riflessione pedagogico clinico offerto alle famiglie dal servizio territoriale si è reso un indispensabile trait d’union con la scuola in un reale principio di educabilità ed ha assolto al compito di vera inclusione.