di Claudio Rao
Pedagogista Clinico®

Uno dei fenomeni più inquietanti ed intriganti delle società contemporanee è senza dubbio quello delle migrazioni. “I popoli della fame interpellano in maniera drammatica i popoli dell’opulenza” osservava già papa Paolo VI negli anni Settanta del Novecento. Attualmente, non v’è dubbio che noi professionisti dell’aiuto alla persona dobbiamo formarci alle problematiche psicologiche ed educative che derivano da questo spostamento in massa di alcune popolazioni verso il nostro continente. Magari ipotizzando un Osservatorio pedagogico clinico come supporto alle strutture di accoglienza dei migranti.
La nostra esperienza e la posizione privilegiata dell’Euro-Anpec ci hanno fornito spunti di riflessione sul fenomeno che porgiamo sommessamente ai Colleghi per stimolarne la riflessione ed il lavoro.
Focus sulla migrazione
La migrazione corrisponde ad un trapianto con un ventaglio di vissuti che può andare dallo sradicamento alla frattura. Il cambiamento è sempre radicale: perdita di oggetti (in senso materiale, affettivo, psichico), sforzo di incorporare nuove informazioni, dati inerenti alla nuova vita. Un’esperienza stressogena, considerato che quasi sempre la nuova realtà non corrisponde a quella che ci si era immaginata. La migrazione implica inoltre una perdita dei propri punti di riferimento precedenti e la sostituzione con dei nuovi. Questo sia dal punto di vista esterno (paese, lingua, cultura, clima, condizioni di vita…) che interno (legami familiari, autostima, legami sociali…). Un contesto piuttosto destabilizzante in un’alchimia di vissuti d’isolamento, d’incertezza e di senso di colpa nei confronti di chi si è dovuto abbandonare. Non va sottovalutato lo choc culturale che in certi casi diventa patologico, legato a tutti i cambiamenti ai quali il migrante non può sfuggire.
Un vissuto traumatico
Trauma deriva dal greco e vuol dire “ferita”. In questo caso è una forte perturbazione che irrompe nella vita del migrante in modo brutale e rischia di mettere in difficoltà il suo equilibrio interiore, destabilizzandolo. Il non riconoscimento di questo vissuto, poi, amplifica la sofferenza del soggetto insieme all’idea di non essere capito da nessuno. Causandogli una ferita psichica non indifferente.
I professionisti impegnati nell’assistenza ai migranti certificano di tentativi di suicidio (palesi o più discreti).
Un vissuto somatico
Una migrazione può generare nel migrante manifestazioni somatiche piuttosto subdole o anche decisamente manifeste. Chi ha sperimentato un cambiamento prolungato nel tempo (per lavoro o per studio) di paese, di lingua e di cultura può averne fatto l’esperienza. Così, per esempio, durante il secondo o terzo anno dalla migrazione si sono potuti osservare sintomi piuttosto gravi come infarti al miocardio o ulcere gastriche. I conflitti interni si rifletterebbero così in sintomi digestivi (verso i nuovi cibi), sintomi respiratori (come se il nuovo ambiente fosse “soffocante”), sintomi circolatori (“oppressione” delle arterie e del cuore), ma anche altri legati all’apparato locomotore o alla pelle.
Tipi di migrazioni
La migrazione realizza un trittico: volontà-desiderio-decisione. Essa corrisponde al trapianto di un individuo da un luogo ad un altro per un soggiorno di breve, media o lunga durata. Trapianto che genera un disequilibrio, una frattura. Per questo è indispensabile per il professionista d’aiuto alla persona tener conto del “prima” e del “dopo” migrazione; del paese d’origine e di quello di accoglienza a livello economico, politico e sociale. Le ragioni di questa partenza, infatti, congiuntamente alle condizioni in cui è avvenuta, saranno molto probabilemente all’origine delle principali ansie e delle difese messe in atto per fronteggiarle.
In base agli studi su questo fenomeno e ad una serie di osservazioni sperimentali condotte sul continente europeo, potremmo ipotizzare quattro tipi di migrazione: obbligata-scelta, obbligata-subìta, volontaria-scelta e volontaria-subìta.
Tipico esempio della migrazione obbligata-volontaria sono i rifugiati politici, quelli che beneficiano delle Convenzioni internazionali in quanto fuggono il proprio paese d’origine per salvaguardare la propria integrità fisica e psichica. Una forma di esilio volontario. Il caso di popolazioni evacuate per salvaguardarne la vita rientrerebbe invece nell’immigrazione obbligata-subìta.
La migrazione volontaria-scelta è quella effettuata per ragioni diverse, spesso economiche, da molti lavoratori o studenti per un tempo dato, verso paesi che offrono migliori opportunità. E di cui gli italiani, i portoghesi, gli spagnoli sono stati i maggiori protagonisti nel secolo scorso. Se consideriamo i familiari al seguito di queste persone che hanno scelto di emigrare, per costoro potremo invece parlare di una migrazione obbligata-subìta.
Uno choc (non solo) culturale
La migrazione richiede un adattamento della persona da due punti di vista diversi. Il primo e più evidente, esterno: geografico, linguistico, culturale, lavorativo, di condizioni di vita… Il secondo, fors’anche più delicato, interno: perdita dei legami familiari, dell’autostima, del proprio ambiente sociale…
Questo provoca generalmente una destabilizzazione, uno choc culturale, legato alla perdita e al conseguente processo di lutto dovuto alla separazione dalla propria terra natìa (o di trapianto).
Le nostre esperienze europee ce lo hanno confermato con tutti i nuovi arrivati, sia che fossero “irregolari”, “regolari” o perfino persone originarie del paese di rientro, aventi vissuto diversi anni all’estero! Il disagio manifestato poteva andare da semplici forme di stress a vere e proprie patologie cliniche. Per questo, nella totalità dei casi, risultano indispensabili le interazioni con i mediatori culturali suffragati dagli operatori delle professioni di aiuto alla persona.
Ipotesi di lavoro
Relativamente alle strategie psicologiche adottate dai migranti per fronteggiare la destabilizzazione subìta, esiste una bibliografia piuttosto nutrita.
Alcune piste di ulteriore approfondimento invece, potrebbero essere quelle d’indagare sulle modalità con le quali i migranti affrontano la differenza tra la loro cultura d’origine e quella dei paesi di accoglienza, ovvero se tendono a privilegiare la funzione “ontologica” o quella “pragmatica”. E, eventualmente, in che misura alternano entrambe.
“Conservano la propria identità culturale e in che misura? Hanno un rapporto (e di che tipo) con il paese di accoglienza: ne parlano la lingua, si relazionano con altre persone autoctone o forestiere?”.

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