di Donatella Salinetti
Pedagogista Clinico®

In questi ultimi vent’anni trascorsi nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria, come docente e come pedagogista clinico, non trascurando gli anni precedenti, trascorsi come insegnante alla scuola media superiore, seguire le vicende di tanti alunni e tante colleghe/i, è diventato, giorno dopo giorno, una preziosa risorsa, che mi ha fatto riflettere ed approfondire alcuni temi cruciali dell’apprendimento/ insegnamento a scuola, toccando con mano le trasformazioni generazionali ed epocali. Dal 1981 al 1995, la “generazione del millennio” (i millenials, o generazione Y), è cresciuta nell’era dell’euro e della cittadinanza europea. Le modalità di comunicazione si sono incrementate con la messaggistica istantanea e i social media. Sono i nativi digitali social; dal 1996 al 2015, è la “generazione delle reti” (o generazione Z), i veri nativi digitali, interdipendenti dal web e dai social (sia in negativo che in positivo), iperconnessi, sono i nativi digitali tecno-compulsivi. Dal 2015 al 2023  abbiamo davanti a noi la “Generazione Zeta”, alla quale l’alimentazione, la medicina, le biotecnologie,  assicurano un “Secolo lungo”, con un’attesa di vita che andrà fino al 2120, al netto di catastrofi provocate dalla Natura o dagli uomini. “Secolo lungo”, ma “zaino leggero”, troppo vuoto per un cammino così lungo e accidentato. A quanto pare, le generazioni adulte stanno trasmettendo ai propri figli la paura del futuro e la religione pagana del presente. Nel rapporto I.S.T.A.T. 2023 leggiamo: si allarga la frattura tra le generazioni. Sono davanti ai nostri occhi le difficoltà vissute dalle nuove generazioni e il loro senso di inadeguatezza alla società moderna. Una condizione che gli adulti faticano a comprendere, poiché i ragazzi oggi vivono un mondo completamente diverso da quello dei loro genitori. Le precedenti generazioni vivevano in una società povera ed il messaggio che la famiglia dava ai propri figli era quella del sacrificio, del dovere e lo stesso messaggio era veicolato dalla società. Oggi la famiglia tenta ancora di infondere lo stesso messaggio nei giovani, pur credendoci meno, mentre la società dice loro di divertirsi, di consumare e fare ciò che vogliono. E’ una società dove vince il principio del piacere e del virtuale. Dunque una trasformazione che inizia dalla socializzazione. Non vale più il detto ‘ai miei tempi’, perché ‘quei tempi’ sono radicalmente diversi dall’oggi e non possiamo proporre il nostro vissuto ai ragazzi: questa è la prima generazione che non può contare sull’esperienza dei genitori! Mentre gli adulti considerano Internet e il web come un mondo distinto dalla realtà, per le nuove generazioni esso costituisce un contesto in cui crescere ed esprimere la propria personalità, un’area intermedia tra pensato ed agito, un ambiente in grado di concretizzare visivamente immagini e pensieri.
Quella che era la mia esperienza di un “normale” gruppo classe, alla scuola media superiore, alla scuola dell’infanzia e alla scuola primaria, anno dopo anno, si è trasformata in una esperienza viva che mi ha costretto ad un ripensamento profondo sul modo di lavorare e quindi di “fare la differenza”, non tra chi insegna e chi apprende, ma, come dice Perticari, tra pensanti e non pensanti, ovvero tra coloro che pensano e riflettono sui vari “perché?” e “come mai?” e coloro che hanno smesso da tempo di farlo. Non si tratta di cambiare tutto ciò che si è fatto in precedenza o di stravolgere il proprio operato alla luce della riforma di turno o di nuovi postulati; non si tratta di fare qualcosa di nuovo, ma di rinnovare tutto ciò che si sta facendo. Il fatto di aver incontrato ogni giorno bambini/e, ragazzi/e colleghe/i, nella doppia veste di docente e pedagogista clinico, mi ha insegnato che il nostro lavoro è bello ed appassionante, perché indaga la complessità della realtà, il mistero dell’uomo ed il suo sviluppo naturale. Appassionarsi a questa complessità vuol dire appassionarsi “ad un enigma che chiede di imparare pian piano e, nella contingenza delle diverse situazioni incontrate, a gestire la complessità di un orizzonte a cui rivolgersi”. Mi ha insegnato anche a lavorare sui miei pensieri, sul mio modo di agire, sul mio sguardo, per  modificare il mio modo di pensare e di ascoltare.
E’ innegabile che in questo ventunesimo secolo siamo dentro una delle più grandi rivoluzioni nella storia dell’uomo, “ un nuovo umanesimo” che sta travolgendo tutti gli schemi cognitivi fin qui conosciuti. Un impatto forte sulla storia dell’umanità come quello dell’invenzione della ruota, della stampa o del motore a scoppio, ma molto più veloce e pervasivo. Il progresso tecnologico è passato da uno sviluppo lineare ad uno esponenziale grazie all’informazione tecnologica, alle nanotecnologie, alle biotecnologie, alla robotica, alla Rete. Tutto questo sposta in continuazione la soglia del concetto di ‘impossibile’. La tecnologia è talmente penetrata nella nostra vita, che ha modificato alcune abitudini e azioni quotidiane, trasformandole in ‘abitudini digitali’.
Questa ondata digitale, che sta vivendo una particolare accelerazione, specialmente in questi due ultimi  anni,  ha contribuito al nostro reinventarci, cercando la socialità attraverso nuovi canali. Anche le relazioni umane si sono digitalizzate. La comunicazione si è trasformata e oggi passa, soprattutto, attraverso ‘app’ di messaggistica e i cosiddetti ‘social’. Si possono costruire e mantenere legami attraverso nuove modalità, e la pandemia ce lo ha davvero dimostrato! Forse stiamo dimenticando che al centro di questi cambiamenti, però, ci sono persone in carne ed ossa e non virtuali! Se è vero, come sosteneva Aristotele, che “l’uomo è un animale politico”, siamo nati per stare in stretto contatto con gli altri e non isolati, perché solo con il confronto si dispiega la nostra umanità. Uno dei rischi della digitalizzazione è allora, la difficoltà di entrare in una relazione autentica con gli altri, perché lo strumento digitale potrebbe fungere da filtro, che per definizione trattiene qualcosa. Questo qualcosa è quell’energia che la vicinanza diretta genera. Le persone, insomma, vengono prima del digitale e il filosofo Bauman, da sempre sostenitore di queste tesi, sarebbe d’accordo. Ma, come possiamo fare per non farci risucchiare dalla digitalizzazione e non cadere in un vortice spersonalizzante?
Il “social media divide” e sta diventando sempre più acuto. Le piattaforme, che promettono di costruire comunità e connettere maggiormente le persone, hanno invece reso più profonde varie forme di divisione. Sulle “strade digitali” ci sono alcune insidie di cui essere consapevoli, che ci permettono di capire meglio come ciò sia potuto accadere.
Siamo sempre più divisi, ognuno si ritira nella propria bolla, i social media stanno diventando un sentiero che conduce molti all’isolamento, all’inquietudine, all’indifferenza, alla polarizzazione e all’estremismo. Quando gli individui non si trattano gli uni gli altri come esseri umani, ma come mere espressioni di un certo punto di vista che non condividono, siamo di fronte a un’altra espressione della “cultura dello scarto” che diffonde la “globalizzazione – e la normalizzazione – dell’indifferenza”. Isolarsi nei propri interessi non può essere la via per ritrovare la speranza, anche se si ha l’illusione di essere sempre connessi con gli altri.
Qual è la strategia più efficace per raggiungere le persone in carne ed ossa ? Noi comunichiamo con il corpo, con la mente, con la psiche,con il cuore, con le mani.
Con gli occhi e con il cuore pieni di stupore sono più facili gli incontri e noi dobbiamo ritrovare le parole che consentono l’ascolto, la comunicazione intesa come possibilità di arrivare a fare insieme, mettere in comune ed entrare nella relazione, oltre l’osservazione di chi osserva la realtà, pensando di non interferire su di essa. Prendersi cura…… / farsi carico di../ capacità di contenimento mentale/….relazione e apprendimento: ecco le parole-chiave del mio essere, come insegnante, che mi ha visto in vari gradi dell’istruzione, e, dal 2009 anche come pedagogista clinico. Ho rivisto tutto il mio modo di pensare e di agire, già praticato, in una nuova dimensione: quella di rintracciare il momento conoscitivo di ogni persona, dall’accoglienza all’analisi della sua storia personale, delle sue autonomie e della coscienza, al fine di promuovere il processo di sviluppo delle sue risorse ed estendere le capacità individuali e sociali. Sono venuta maturando l’idea che la Scuola andrebbe ripensata sotto il profilo educativo, comprendendo che gli anni più fecondi e più importanti della vita dei bambini sono quelli del Nido e  della Scuola dell’Infanzia. È lì che inizia l’educazione e lo sviluppo affettivo, psicomotorio, cognitivo, morale, religioso e sociale dei bambini; è lì che si promuovono le potenzialità di relazione, di autonomia, di creatività, di apprendimento valorizzando sempre di più questa fase del percorso formativo scolastico. I bambini della scuola dell’infanzia imparano a percepire sé stessi in modo più consapevole, ad osservare da vicino, ad ascoltare e a esprimere a parole le proprie emozioni. A contatto con gli altri bambini, imparano ad entrare in empatia, a mostrare rispetto, a giocare e a lavorare insieme, rispettando le regole. Imparano a gestire le frustrazioni e i conflitti. All’interno del gruppo i bambini diventano più indipendenti e sicuri di sé. Sperimentano costantemente cosa vuol dire affrontare il successo e il fallimento. I bambini sono sostenuti nella loro gioia di imparare e nel risolvere i problemi. L’invadenza dei linguaggi tecnologici   impone una seria ed attenta riflessione, non più rinviabile, su come la scuola dell’infanzia deve porsi davanti a questa realtà che è già presente e che non riguarda solo bambini e  ragazzi, ma famiglie, luoghi di lavoro e di svago, scuole. Ho costatato che i bambini di oggi sono veramente “qualcosa di nuovo sotto il sole.” Si sviluppano molto prima fisicamente e talvolta la loro maturità psichica non va di pari passo con quella fisica. I più grandi, alle scuole superiori ci dicono in mille modi che si sentono esclusi, messi da parte, incompresi o ignorati da quelle persone che per loro sono importanti: gli adulti. Vogliono far valere la loro identità personale e la propria importanza in un mondo travagliato dall’assenza di ideali e di umanità.
A differenza dei criteri diagnostici sanitari, delle definizioni classificatorie, dell’identificazione del deficit, come “paziente” e degli interventi conseguenti condotti  per “ri-abilitare” e per “ri-educare”,  la finalità generale della scuola è lo sviluppo armonico e integrale della persona.  Con l’occhio del pedagogista clinico ho osservato e ho consolidato le Potenzialità, le Abilità e le Disponibilità (PAD) della persona  in un clima simpatetico. Il termine “clinico” con l’originario significato di cura (to care, prendersi cura), basandosi  sul principio di “aiuto alla persona”, opposto all’attività clinica propria delle modalità sanitarie orientate all’esame, alla cura e allo studio del malato e della malattia, ha riannodato delle convinzioni e delle certezze  che custodivo nel profondo del mio essere. Nell’ambiente scolastico è necessario concretizzare situazioni favorevoli alla nascita, allo sviluppo e al consolidamento di motivazioni naturali: dimostrando disponibilità e fiducia, favorendo le iniziative, incoraggiando l’autonomia, sostenendo gli sforzi spontanei, creando un clima affettivo positivo e quindi creando un ambiente educativo di apprendimento, che favorisca la costruzione di una “fiducia di base” sulla quale gli alunni siano disponibili a esprimere i loro bisogni e interessi, stimolando e facendo conoscere ad ognuno le motivazioni che li spingono ad agire in collaborazione con docenti e compagni.
La necessità di catalogare i bisogni e possedere un bagaglio di risposte educative strutturate a cui far riferimento, non implica il fatto di trasformare tutto ciò in ricettari da somministrare impersonalmente e meccanicamente.
La mia raccolta di “frammenti” significativi di esperienza, collezionati negli anni trascorsi a scuola, prima con ragazzi di quindici, sedici anni, alle scuole superiori(1997-2000) e poi quella con bambini dai 3 agli 11 anni, nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria, (2000-2020), continua a configurarsi come una narrazione a più voci, offrendo a chi legge, la possibilità di cogliere un disegno che, forse sfugge anche a me stessa. È un percorso di anni di ricerca, studio e approfondimento, nei quali l’intenzione si è mescolata agli imprevisti. Strada facendo, mi sono accorta che il disegno che ne è risultato, non era ciò che aveva guidato fin dall’inizio il percorso intrapreso, ma ciò che tale percorso si lascia dietro, senza poterlo mai prevedere e neanche immaginare in tutti i dettagli. Il disegno è appunto la storia singolare di ogni esperienza e proprio la storia come narrazione dà senso a ciò che altrimenti rimarrebbe una sequenza di eventi.

I COLORI DI JERRY
Significativa, a tal proposito, è la storia di un bambino che chiamerò Jerry, come nome di fantasia. Fin dal suo primo ingresso alla scuola dell’infanzia, all’età di tre anni, ogni giorno non ne voleva sapere di rimanere per tante ore a scuola, dalle 8.00 del mattino alle 4 del pomeriggio e a volte anche fino alle 6, nei periodi in cui usufruiva di progetti particolari. Come dargli torto!? A vederlo non sembrava proprio un bambino di tre anni: più alto e più robusto dei suoi coetanei, aveva una carnagione piuttosto scura, con occhi e capelli neri, guardava dritto negli occhi tutti coloro che si avvicinavano per parlargli, cercando di convincerlo a fermarsi a scuola. Non versando neanche una lacrima, si inchiodava sulla soglia dell’ingresso della scuola e nessuno era in grado di spostarlo da lì. Sembrava una statua di marmo che fissava la mamma che, dopo averlo accompagnato, si allontanava in fretta, lasciando alle maestre il duro compito di farlo entrare in sezione! Quando però c’era la “maestra dei colori” era tutta un’altra cosa! Così mi aveva apostrofato! Un giorno io, la maestra dei colori, mostrai a sua madre un foglio interamente colorato, pieno di infinite sfumature: un vero arcobaleno! Molto intenso. «Ecco, questo è suo figlio, guardi quanto colore ha dentro». Quel bambino così vivace, così aggressivo e prepotente con i compagni, apostrofato dalle colleghe come “bambino impossibile”, riusciva a placarsi e a tranquillizzarsi solo quando mi vedeva colorare. Un giorno mi disse: “Voglio colorare come te. Mi insegni?” Quando la mamma lo veniva a prendere non lo degnava neanche di uno sguardo, intenta com’era a mantenere il suo stato di donna forte: eh, sì perché non le donava neanche quel bacio o quell’ abbraccio che invece il figlio tanto desiderava! Si sa, un abbraccio sazia più dell’oro!
Parlando con la mamma di Jerry, avevo scoperto la sua paura: temeva che suo figlio prendesse il sopravvento su di lei, dato che era sola e non aveva accanto il padre del bambino. Per questo aveva deciso di trasmettere più timore che amore.
Riuscendo pian piano a conquistare la fiducia di quella mamma, scoprii che il padre del bambino l’aveva abbandonata appena ebbe la certezza della gravidanza per lui indesiderata! A scuola, anche Jerry iniziò ad aprire il suo cuore e a raccontarmi le sue esperienze di vita. Usava il linguaggio di un adulto, con termini più grandi lui, dei quali, a volte, non conosceva neanche il significato! Si riteneva un ometto perché spontaneamente aveva assunto il compito di difendere e proteggere sua madre, dall’alto dei suoi cinque anni! Mi disse che aveva iniziato a frequentare la casa dei nonni paterni, o ‘i nonni del babbo’, come li chiamava lui. Mi chiedeva come mai quando andava dai nonni paterni, suo padre usciva di casa, senza degnarlo neanche di uno sguardo.
Secondo te, maestra, io sono stato cattivo? Perché il babbo non mi dice neanche –Ciao-?
“Io gli chiedo-giochiamo? E il babbo scuote la testa ed è sempre serio. A volte gli chiedo:- Posso venire con te? E lui scuote la testa senza neanche guardarmi!. I nonni cercano di farmi ridere, ma io non ne ho voglia e mi sento”. Jerry avrebbe voluto chiedere tante altre cose a suo padre, ma il coraggio, la frenesia e la smania, si andavano spegnendo in lui, soprattutto, perché si riteneva responsabile di qualcosa che lui non aveva mai commesso!
Quando osai chiedere alla mamma qualche spiegazione in merito, la collera le fece intrecciare e  poi chiudere le dita in un pugno che, credo, avrebbe voluto tanto tirare al suo ex compagno! Era riuscita a scoprire dove abitavano i genitori del padre di suo figlio e si era presentata con Jerry alla porta della loro casa, all’insaputa di tutti:  voleva infliggere a quell’uomo, a suo dire ‘viziato’ e ‘senza cuore’, una specie di punizione e, soprattutto, avrebbe voluto costringerlo a prendersi la responsabilità di essere padre per Jerry. Un venerdì pomeriggio di novembre, dopo il pranzo, quando i bambini di tre, quattro e cinque anni, accompagnati dalle loro maestre, tornavano dal refettorio, in fila, nelle loro aule scolastiche, scoprii che Jerry, correndo davanti a tutti, era entrato in sezione prima degli altri e stava dritto su una sedia: si allungava, in punta di piedi, per raggiungere la parte più alta della lavagna e stava disegnando qualcosa con i gessetti colorati che tanto amava. Prima che terminasse il suo lavoro, essendo stato sorpreso da me in “flagranza”, si affrettò a dirmi che voleva farmi un regalo!. Era riuscito a disegnare un sole rosso, giallo, porpora e verde! In quell’attimo mi venne in mente di chiedere a tutti gli altri bambini di partecipare al gioco dei primi giorni di scuola nei quali avevamo catturato l’attenzione dei bambini facendo trovare in sezione un grande razzo! L’ intenzione era quella di partire per un viaggio … destinazione: lo spazio! Pertanto Indossammo i nostri caschi casarecci ed eravamo pronti a partire! Il nostro viaggio continua nel cielo fino ad arrivare al del ‘sole’. Un gruppo di bambini doveva cercare di ricreare con il proprio corpo i raggi di quel sole che Jerry aveva disegnato alla lavagna con quattro strisce colorate, rossa, gialla, porpora e verde e doveva attaccarle in vari punti del corpo. Eseguendo dei particolari movimenti le strisce erano libere di svolazzare dando a tutti i presenti il magico effetto degli infiniti raggi solari. Jerry invece decise di essere il corpo centrale del sole! Eh, sì, Jerry aveva scelto la parte più indicata per lui, perché al contrario di ciò che pensiamo, il sole è un tipo irrequieto e cambia ogni ora e ogni minuto con le sue esplosioni gigantesche!
Mentre cercava di interpretare il suo ruolo, Jerry si ricordò delle nostre chiacchierate sui colori, sulle luci e sulle ombre che possono far cambiare colore agli oggetti o addirittura nasconderli. Nacque così, da un’idea di Jerry, il progetto pedagogico clinico:

LUCI ED OMBRE PER STIMOLARE LA CREATIVITÀ, BASATO SUL METODO INTERART.Tutta la varietà, tutta la delizia, tutta la bellezza della vita è composta d’ombra e di luce” (Anna Karenina – Leo Tolstoy).
A volte non hai il tempo di accorgertene, le cose capitano in pochi secondi!Tutto cambia!
Da quel giorno gli altri bambini guardarono Jerry, con altri occhi, come non avevano fatto mai. Jerry ebbe maggiore considerazione da parte dei suoi compagni, anche se qualche volta la sua mano ri-diventava pesante con qualcuno di loro!
Il sostare tra le varie arti permise l’innesco del  processo creativo con attività manuali-sensoriali, capaci di risvegliare l’azione, poiché tante sono state le esperienze motorie-cinestetiche vissute. Lo stesso materiale veniva usato anche per comunicare idee, pensieri, emozioni, smuoveva la sfera cognitiva – simbolica, oltre al livello affettivo/emotivo  realizzando un prodotto che assunse un significato del tutto personale e evocativo per Jerry e  dette avvio ad un processo di pensiero che si strutturò nel fare. L’InterArt® servì a Jerry per scoprire il suo vissuto e trasmetterlo sul piano creativo. Il linguaggio dell’arte facilita l’espressione di sé impiegando canali diversi da quelli comunemente usati. Non avevo la presunzione di formare tanti piccoli artisti, ma con questo metodo, atto al risveglio e alla scoperta di nuovi modi di comunicare, volevo potenziare, in particolare, l’individualità di Jerry che manifestò la propria forza creativa ed espressiva e che iniziò il percorso per divenire Autore della propria vita. L’ambiente circostante, invece, gli venne incontro come un mondo variamente differenziato da suoni, colori, odori, forme, linee; percepiva tutto questo con i sensi i quali danno vita a processi sempre più complessi e articolati. Anche le produzioni e le rappresentazioni degli altri bambini divennero mezzi espressivi con valore maieutico, perché contribuirono a liberare le loro emozioni. Luci e Ombre esercitarono un fascino straordinario anche su ciascuno di loro.
Dalla creazione dell’arcobaleno con riflessi di luce, alla presa di coscienza della propria ombra, Jerry e i suoi compagni cominciarono ad interrogarsi e indagare su vari fenomeni. La luce è polisensoriale, flessibile, suggestiva, artificiale e naturale. Ed evoca emozioni, crea e provoca distorsioni, trasforma, esalta gli oggetti. Nell’incontro con l’ombra, i bambini seppero cogliere con grande curiosità e stupore le sue caratteristiche: l’ombra può distorcere l’immagine, spostarsi, trasformarsi a seconda delle ore della giornata. Il buio vive dell’ombra: è ciò che culla e che accompagna nel mondo del riposo e della tranquillità, benché sia anche misterioso e spaventoso, in alcuni casi. Così, per alcuni, l’oscurità e il nero degli oggetti offriva una percezione negativa. Infatti un gruppetto di bambini dissero che entrare in una stanza buia, trasmetteva loro timore: per questo chiedevano di essere accompagnati dalle maestre. Certo, non abbiamo oscurato la sezione: però abbiamo usato una comune aula di scuola dove, grazie alla chiusura delle tapparelle, fu facile usare il proiettore e giocare con le forme in penombra. La scelta del buio e dell’oscurità era pensata proprio per ovviare all’angoscia. A volte, siamo proprio noi adulti a trasmettere ai nostri bambini la percezione negativa dell’oscurità.
I vari laboratori erano basati anche sulle ombre cinesi che affascinarono tanto i piccoli allievi. Predisposi il salone delle luci e ombre con materiale da recupero, animaletti, sagome del teatrino delle ombre cinesi. C’era anche un sottofondo musicale evocativo e creativo di atmosfera. In piccoli gruppi i bambini sperimentavano, attraverso la lavagna luminosa, la creazione di ombre con cui inventare brevi racconti. Tutti hanno sperimentato e provato a “manipolare” le ombre. Si sono accorti di alcuni nessi causali: Qualcuno provava ad avvicinare un oggetto alla parete e scopriva che l’ombra diventava più piccola; quando lo allontanava la sua ombra si ingrandiva, mentre se poggiava l’oggetto sulla parte alta della lavagna luminosa l’ombra si proiettava in basso. Tutti giocavano entrando nelle ombre, avviando dinamiche nelle quali interagivano con le ombre del cacciatore, del lupo e degli animali mosse dai compagni. Mentre il piccolo gruppo lavorava con le ombre prodotte con la lavagna luminosa, gli altri bambini lavoravano sui tavoli luminosi con materiali di trasparenza ed opacità diverse. Nacque spontanea l’idea di creare anche dei racconti fantastici. Le esperienze e la sperimentazione sono state rielaborate sia verbalmente in ‘circle time’ per condividere pensieri ed apprendimenti, graficamente a livello individuale per prendere coscienza e sviluppare la consapevolezza sul proprio vissuto.
Durante le nostre chiacchierate un giorno Jerry mi disse che doveva proteggere sua madre perché si era accorto che ‘degli uomini sconosciuti’ frequentavano la sua casa, di notte, quando la mamma era convinta che lui dormisse! Naturalmente Jerry tenne a specificare che quanto mi rivelò doveva rimanere un segreto tra me e lui. Il tempo passava e mi ero accorta che Jerry era diventato più tranquillo e non importunava più gli altri, anzi era diventato addirittura gentile e ricevette in premio la coccarda di persona molto gentile, secondo il nostro gentilometro, ideato e costruito dai bambini stessi, come un grosso termometro. I compagni gli riservarono un’ovazione per quella coccarda, la prima della sua vita! Per tutto il giorno non aveva fatto altro che ricevere le congratulazioni e i complimenti dei compagni e quelle delle maestre. A sera, quando rivide sua madre, sulla porta della sezione, con tutto l’orgoglio e la felicità che aveva accumulato, le mostrò la coccarda, ma lei gli disse con voce ferma e tonante:” Vediamo se sarai ancora capace di prenderne un’altra!”
Quando Jerry mi si avvicinava e mi confidava di essere riuscito a non prendere a pugni un compagno che gli aveva fatto uno sgarbo o era stato poco rispettoso nei suoi confronti, gli proponevo di rappresentare sul foglio ciò che aveva provato in quel momento, usando preferibilmente le tempere colorate. Jerry sfogava tutta la rabbia accumulata dipingendosi le mani di rosso o di altri colori. Organizzavo anche gruppetti di bambini che potevano disegnare o dipingere con lui, lavorando sulle loro emozioni. Quando l’attività terminava Jerry si sedeva accanto a me per raccontarmi ciò che lo aveva turbato.
Prima di andare alla scuola primaria aveva imparato anche a scrivere le lettere del suo nome, perché era in grado di riconoscerlo visivamente ovunque nell’aula. Però non aveva mai provato a scriverlo sentendo la forma ed il movimento di ogni lettera. In questo caso mi venne in aiuto il metodo Edumovement®. Aiutai Jerry a sperimentare un’alternanza di posture semplici e complesse, realizzate in maniera segmentaria, con flessioni, estensioni, adduzioni, abduzioni, inclinazioni, rotazioni esterne e interne,  circonduzioni e scrittura in campo vuoto. Fremendo di emozione, un giorno Jerry si divertì a spostare la matita colorata sul foglio bianco e, dopo aver scritto con cura e attenzione, fissò il suo nome come se guardasse se stesso allo specchio. Poi mi mise il foglio sotto il naso e mi disse:”Guarda, sono io!” Io gli misi una mano sulla spalla e gli dissi:”E’ il tuo nome!Ed è molto importante perché rappresenta te!.” Lui: “Che significa rappresenta?Significa che prende il tuo posto. Come una specie di sostituto. Se tu non puoi essere in un posto, può esserci il tuo nome.
Quando quel bambino passò alla scuola primaria, le colleghe mi descrissero un altro bambino. Un bambino che non riconoscevo più, tanti erano i suoi comportamenti aggressivi e ineducati che mi riportarono. Per la verità fui chiamata perché Jerry aveva rifilato un pugno alla maestra di matematica, alla quale aveva chiesto di poter incontrare la maestra dei colori della scuola dell’infanzia, “perché era l’unica che sapeva calmarmi”. Questa fu la frase che disse all’insegnante di matematica, ma sventuratamente, lei, pensando di tagliare il “famoso” cordone ombelicale, gli rispose che, in quel momento, le uniche maestre a cui doveva riferirsi erano soltanto quelle della scuola primaria! Avendo provato a parlare di tanto in tanto con la mamma di Jerry per cercare di darle una mano per suo figlio, in quell’impegno che lei considerava “gravoso”, avevo ottenuto solo un netto rifiuto: mi impedì di rivedere Jerry che, al contrario, chiedeva insistentemente di me, la maestra dei colori! Alle medie disse alla mamma che non voleva più andare a scuola perché si annoiava, ma i suoi quaderni erano pieni di disegni e colore! Si era abituato anche alle frequenti sospensioni, anzi era contento perché aveva l’occasione di stare a casa per disegnare o per giocare con la playstation!. Jerry non ha più riempito i fogli con i colori che aveva dentro, tranne per qualche tema d’italiano dove al posto dei colori usava le parole. Ma purtroppo seppi che, spesso, le insegnanti gli scrivevano sul suo foglio: “fuori tema”.
Non ho più avuto modo di rivedere Jerry: voglio sperare che abbia trovato la forza e la voglia far valere i colori che portava dentro!

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