di Olga Piemontese                                                                                                 Pedagogista Clinico®

                                                                                                                                                   “L’equilibrio dinamico

                                                                                                                                              è l’armonia che tutti ricerchiamo

                                                                                                                                 (Pesci S., in Educlinica: Reflecting®)

A.: Olga perché il tuo tavolo è trasparente?” Io: “Ne sei incuriosito…” A.: “Sì…cioè, non ne avevo mai visto uno…più che altro sono abituato ai banchi di scuola o alla scrivania che ho nella mia cameretta…con questo però, mentre facciamole cose, vedo anche i piedi… – sorrisi – …insomma è strano, è come se si potesse controllare tutto…” Io: “Mmmh…” – meraviglia – A.: “…mi fa anche venire in mente quegli acquari dove ci puoi camminare sopra… cioè il pavimento è di vetro spesso e quindi camminando puoi anche vedere cosa succede sotto” Io: “Si amplia il punto di vista…” A.: “Eh, sì! è come se diventasse tutto più tanto, cioè come se ci fossero più cose… anche quando non si vedono te lo sai che ci sono, però non le vedi e quindi finisci per non pensarci, invece con il vetro trasparente vedi e allora ci fai più caso…”

Rispetto deriva dal latino respect-us, da respicĕre, avere riguardo, considerare, che è composto dalla particella RE – di nuovo, addietro il quale accenna a indugio, ripetizione e da SPICERE ovvero guardare; dunque, ‘guardare indietro con rispetto’. Ciò che mi ha colpito nella ricerca etimologica di questa parola è che questa è detta anche per Riserva, ovvero quando una cosa è serbata, cioè tenuta da parte, di riguardo affinché possa eventualmente sostituire, in caso di necessità, quella abituale. Il rispetto è un atteggiamento che deriva dalla consapevolezza del valore che si ha al riguardo di qualcosa o qualcuno, consapevolezza che a sua volta etimologicamente sarebbe appunto cum sapere, sapere con, sapere insieme, uno stato di partecipazione di più parti. Il rispetto è una questione spontanea. Non è possibile chiedere rispetto: una volta richiamato, automaticamente è già perso, troncato. Domandare all’altro può portare dimostrazioni di stima, di consapevolezza o riguardo, ma il rispetto no! Quello è spontaneo, è strettamente connesso al profondo intimo desiderio di volontà. Il rispetto è quel volgersi indietro, ma procedendo in avanti mostrando particolare attenzione per quel che viene. Il momento di dubbio, di ricerca, lo spazio che ci dedichiamo in un tempo di riflessione: è quel qualcosa che ci aiuta a dirci “fermati un attimo”. È in quel momento che, mettendo in secondo piano la nostra inarrestabile corsa verso l’avanzare avanti, si apre l’attenzione su tutto ciò che sta dietro. Rispetto è guardare con attenzione una persona tenendo in forte considerazione la distinzione identitaria che ci separa e quindi considerarla non tralasciando il suo destino. Entrare in punta di piedi, ma con decisione, con uno sguardo di cura, un’attenzione a non invadere, non condizionare, non compromettere quello che non ci appartiene, ma è specifico di un altro: come professionista mi capita spesso di soffermarmi per interrogar-mi, osservar-mi e rivedere le posture che adotto e ciò che trasmetto a chi mi sta di fronte. La priorità risiede sempre nella considerazione dell’altro da me, nel ri-conoscere l’individuo preoccupandomi di far prevalere uno sguardo attento a scoprire e esaltare le potenzialità e le caratteristiche personali. Conoscere la persona significa prima di ogni altra cosa riconoscerne la sua complessità e ciò implica automaticamente l’impossibilità di ridurre ad un solo aspetto l’identità della persona. Ogni soggetto è infatti più di quello che è: anzitutto è figlio, è uomo o donna, è appartenente ad una etnia, è marito o moglie, padre o madre, lavoratore nel suo specifico impiego… Per ognuno di noi, accogliere in sé tutte queste molteplicità è un meraviglioso dono, ma riconoscerle nell’altro significa distinguere la sua immensa ricchezza. In questo tempo nel quale viviamo, assistiamo (e siamo partecipi) al mondo che si sgretola: le fondamenta dell’edificio personale paiono essere nuvole dissolvendosi in una cascata polverosa che non lascia altro che cumuli di macerie. La mancanza di fiducia, di ascolto e quindi di rispetto, sta portando sempre più gli individui ad uno stato poliziesco. Sempre più presente la vigilanza e il desiderio di ostentare il controllo su tutto, tanto da arrivare a valicare limiti privati, dove l’io e il tu non sono più distinguibili e finiscono per fondersi in una macchia grigia, piatta portando l’essere umano alla perdita di vivacità; l’individuo perde il suo colore dimenticandosi di dedicare del tempo al suo intelletto, al suo pensare e concentrando invece le sue risorse per emulare stereotipi, finendo per confondere i confini tra se stesso e quello che desidera apparire. Analogamente, l’esigenza di realtà ottiene risposte distorte: la società si muove sciamando confusamente alla ricerca di appigli dove questi troppo spesso sono falsi idoli, non luoghi privi di autenticità. Come Pedagogista Clinico® sono impegnata a prestare attenzione alle tante diversità comprendendole come assolute ricchezze. Un impegno attivo che vede azioni rivolte ad ogni meraviglia: l’ambiente, il luogo nel quale la persona si muove e dove grazie a tale moto si definisce e si chiarifica come reale, ha dunque per il mio lavoro un forte impatto. In questo tempo indefinito, dove la moltitudine di interazioni appaiono fredde, distaccate, prive di animus, anche le scelte legate alla prossemica, ai luoghi di accoglienza e di scambio, devono attenzionare i professionisti al fine di promuovere ambienti ricchi di definizione. Le persone hanno occasione di ritrovare se stesse se sostenute in questo incontro: uno spazio definito e preparato che ha solo il compito di lasciare traccia per riscoprire il personale valore, promuovere in quel soggetto agevolando la conquista dell’autonomia che lo porterà intimamente e naturalmente a trasparire quel primo ambiente di conversione fondendolo e trasportandolo nella sua quotidianità. Andare oltre, rintracciare esperienze, vivere dinamismi che permettono di apprezzare, ma anche ampliare l’ordinario del proprio mondo, è la finalità che il Pedagogista Clinico® propone ai soggetti che interagiscono con la sua professionalità. Concedersi di riflettere, di vivere la trasparenza, avere pertanto la forza di osservare spronandosi ad un senso di scoperta e di libertà per promuovere un senso di crescita attraverso un pensiero critico, porta ad un avanzamento profondo e consapevole del proprio vissuto. In questo cammino, all’interno dei nostri studi, ogni persona (certamente con i suoi tempi) passa per questa strada: aumenta il raggio di veduta restituendo a se stesso la padronanza del suo agito e perciò vivendo l’opportunità di incontro con sé ad ogni passo che avanza. Immaginiamo di aver forato la gomma della nostra auto: le difficoltà scaturite dell’accaduto ci spingono a rivolgersi al meccanico che con molta probabilità si limiterà al solo cambio dello pneumatico. Analogamente anche molti professionisti in aiuto alla persona si dilettano nei loro lavori arginando il problema superficialmente. Altri invece, anziché limitarsi alla prescrizione di una soluzione rivolta al problema evidente, si soffermeranno ad un’analisi più intensa mirando alla radice. Se così fosse, molto probabilmente il meccanico, in tale prospettiva, dedicherà del tempo al controllo delle sospensioni della nostra auto, finalizzato a comprendere quale possa essere la causa della foratura della gomma. Il compito del Pedagogista Clinico® è quello di aiutare la persona a sostare sul suo dubbio, sostare assieme al soggetto sul domandarsi con attenzione del perché sia lì, fino a che la persona si renda consapevole che dal suo pensare – cogito ergo sum (Cartesio) -, dandosi concretezza e rendendosi reale. Grazie ad un’azione mossa dalla riflessione che il soggetto vivrà esperienze che gli permettono di trovare e rintracciare abilità per fronteggiare la propria vita; senza dare soluzioni, senza suggerire, il professionista partecipa all’esplorazione e all’accrescimento dell’individuo. Un passaggio importante in cui il professionista è necessario che sostenga la ricerca che l’individuo deve intraprendere, per poi restituirgli autonomia. L’approdo al tavolo di cristallo, allo studio professionale, è un arrivo investito di attese e pretese, assetato di soluzioni e carico di aspettative: il soggetto desidera dall’altro la cura al proprio “malessere”, ma nell’intraprendere il percorso sostenuto dal professionista, si riscopre attore protagonista nell’opera di cura di sé. Passare per un percorso pedagogico clinico orientato dal metodo Reflecting® permette di contrastare l’impostazione sociale alla quale siamo radicati: spesso facciamo nostre e interiorizziamo le aspettative altrui, ci conformiamo ai canoni esterni finendo per creare un’ideale della vita promosso da ritagli estrapolati dalla realtà altrui, dalle illusioni, dalla paura, dalla pubblicità degli stereotipi, finendo per confondere il reale con ciò che desideriamo. Questo contrasto ci immerge in un senso di frustrazione nascente dalle delusioni che riscontriamo quando la vita invece si presenta con la sua crudezza. Le disattese immagini che si rivelano danno visibilità a quel incompiuto che invece aspettavamo, scaraventandoci in un senso di confusione e spaesamento. La mancata partecipazione cosciente agli eventi della vita è un’esperienza che ci fa passare per la sofferenza. Attraverso l’azione pedagogico clinica, il soggetto si offre l’occasione di sostare in un dialogo sincero con sé, concedendosi di agire accogliendo la propria realtà e il proprio essere. La persona si scopre piano piano, sollecitata dal Pedagogista Clinico® e dai suoi tanti strumenti, diviene consapevole che da tale figura, dalla quale è arrivata con pretese e aspettative, lentamente si allontana, la perde di vista, confondendola con il tavolo, con l’ambiente. Dal professionista, la persona inizia a riflettere, discostandosi sempre di più con ogni opportunità di avanzamento verso di sé, finendo per non attendere più dall’altro e fino a sfumarlo in una trasparenza che gli consentirà di vivere il vero dialogo con se stesso. Il professionista sa che per svolgere al meglio il suo compito non è chiamato ad indurre o suggerire, ma il suo impegno si rivolge alla promozione della riflessione per facilitare nell’altro nuovi equilibri raggiungendo così le competenze di autonomia portando a trasparire il professionista che lascia spazio alle nuove disponibilità per avanzare nelle proprie potenzialità.

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