di Carlo Callegaro
Pedagogista Clinico®

Errore: “Lo sviarsi, uscire dalla retta via… fallo, colpa, peccato… quando contrasta con le regole di una tecnica o scienza, o manca di correttezza, di esattezza” (fonte Vocabolario Treccani).

Ritengo con l’errore in Pedagogia Clinica, così come viene inteso comunemente, non sia da contemplare, o meglio, molto più semplicemente: non esista. Un termine che non è considerato per le ragioni che ora saranno presentate. Non è un tentativo di negare un fatto o una parola, ma dal punto di vista della Pedagogia Clinica il tema è affrontato in tutt’altra ottica.
Il Pedagogista Clinico® opera in aiuto alla persona, per ripristinare armonie e superare difficoltà e disagi, quindi si confronta quotidianamente con la dimensione dell’errore, senza però intenderlo come altre professioni lo interpretano.
Riprendendo la definizione del Vocabolario Treccani l’errore è sicuramente inteso con un’accezione molto negativa. Ha a che fare anzitutto con una norma, e l’errore è quindi inteso come la distanza dalla norma.
Già qua si apre una prima riflessione: cosa si intende per norma? Ci sono due elementi da considerare: il primo che la norma rimanda ad una regola. La seconda rimanda al concetto di maggioranza.
Entrambe le accezioni affermano che “la retta via” (vedi def. Vocabolario) è tracciata dalla maggioranza delle persone, ma non dalla totalità. In quanto qualcosa di ordinario o consueto non è necessariamente vissuto, praticato dalla totalità delle persone.
E chi rimane fuori dalla maggioranza, dalla norma, dalla retta via?
Per altre professioni chi è fuori dalla norma viene considerato malato, con patologie, portatore di disturbi. Non è mia intenzione contrastare questa posizione. Affermo però, che se si parte da questo punto di vista, la persona diviene un soggetto da curare, da aggiustare, da riportare dentro la norma.
La Pedagogia Clinica nasce come movimento contro l’emarginazione, perché chi è fuori dalla norma è automaticamente emarginato, discriminato ed escluso da processi decisionali e di fruizione di opportunità.
Il Pedagogista Clinico® è il professionista che, tramite l’educazione, contrasta i meccanismi emarginanti della società. Con ciò non si nega che ci siano persone che vivono disagi, disarmonie, ma “…si oppone alla frantumazione delluomo sezionato in disturbi, turbe, disabilità, paure o complessi, da rilevare e classificare con un criterio teleologico-nosografico-classificatorio” (Professional Act https://clinicalpedagogy.com/professional-act/).
Non è solo un gioco di parole, parlare di disarmonie al posto di disturbi, è essenzialmente assumere un punto di vista diametralmente opposto.
Di fronte al Pedagogista Clinico® c’è una persona che ha delle potenzialità, abilità e disponibilità che mette in campo per affrontare la propria vita quotidiana. Queste potenzialità, abilità e disponibilità possono non essere sufficienti per le richieste dell’ambiente (fisico, sociale etc.). Da qui ne nasce il disagio e la disarmonia.
Si tratta di osservare, leggere e conoscere la persona incrociando le informazioni non solo rispetto alle caratteristiche personali, ma anche rispetto alle richieste dell’ambiente. Richieste che non sono rintracciabili in norme, regole o dati relativi alla maggioranza, ma specifiche e multiformi.
Se per ambiente si intende anche, per esempio, la famiglia, è palese che ogni famiglia ha caratteristiche peculiari e non è possibile semplificare con generalizzazioni che di fatto lasciano il tempo che trovano.
Il Pedagogista Clinico® è quindi chiamato a leggere come la persona, che ha di fronte, sta cercando di trovare un’armonia nel proprio contesto famigliare, o come in quel momento non riesce a trovarla.
La persona quindi non è un soggetto che sbaglia, che commette errori e che quindi va “normalizzato”, ma una persona che ha bisogno di un percorso educativo in grado di metterlo nelle migliori condizioni di trovare la maggiore armonia tra sé e le richieste dell’ambiente. Questo tramite percorsi che mirano non a curare, aggiustare, ma permettere il dispiegarsi delle potenzialità, il divenire delle abilità e il sorgere di nuove disponibilità.
C’è anche un altro aspetto da considerare, che ritengo ancora più insidioso e negativo: è il concetto di colpa e peccato legato alla parola errore. È sentire comune che chi sbaglia porta con sé una colpa, o meglio è colpevole di sbagliare.
Davanti al Pedagogista Clinico® c’è una persona che fa quello che può in quel momento, nulla di più, nulla di meno. Infatti le sue azioni o non azioni sono il frutto delle potenzialità che dispone, delle abilità messe in campo e delle disponibilità di risorse possedute. Il tutto sempre nel preciso momento in cui si compie l’azione o la non azione.
Questo già dice che la persona è dentro una dinamica di cambiamento, per cui ciò che fa o non fa oggi non sarà quello farà o non farà in futuro. Da qui nasce la speranza di un possibile cambiamento, che è l’ingrediente base di ogni azione educativa.
Un bambino che ha delle difficoltà negli apprendimenti, e che non riesce ancora a decodificare testi scritti, non è un bambino che “non vuole imparare a leggere”, che è “svogliato” o “demotivato”. Quel bambino/alunno quindi diviene colpevole di non riuscire, di sbagliare. Se questa persona viene osservata da questa angolatura si scarica tutta la responsabilità delle sue difficoltà su di lui/lei. Peggio ancora, si insinua che la colpa sia sua.
Quali basi per un cambiamento si possono creare con queste premesse?
Per il Pedagogista Clinico® è una persona che in quel momento non dispone delle risorse e delle abilità necessarie per compiere l’azione di decodifica. E per risorse non si devono intendere solo le risorse personali, ma anche quelle dell’ambiente. C’è quindi una quota di responsabilità che ricade sull’ambiente in cui vive la persona.
Ecco che il Pedagogista Clinico® è chiamato non solo a sostenere le potenzialità e dispiegare le abilità del soggetto, ma anche dell’ambiente (insegnanti, genitori, compagni di classe etc.).
Da qui si ribadisce che l’obiettivo della Pedagogia Clinica è di accompagnare la persona ad essere protagonista della propria vita, contrastando ogni passiva accettazione e cieco conformismo a norme morali e sociali emarginanti.

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