di Luca Fabbri
Pedagogista Clinico®

Pedagogia Clinica ed empatia o simpatia? Ci troviamo davanti a due concetti sviscerati nel tempo, dibattuti, narrati ed enunciati in tante modalità e a volte proposti anche in modo confuso. Due  nozioni verso le quali è necessario sostare più che su altri concetti poiché in essi si dipana in modo importante l’epistemologia della Pedagogia Clinica e il rapporto di cura. I lemmi, presi nella loro distinzione, comunicano delle comprensioni legate allo stare in relazione delle persone; concetti di alto valore. Difatti, la questione qui non è confutare l’esistenza, la bontà di uno di questi termini o i suoi significati, bensì comprendere tra questi quale sia conforme all’epistemologia della Pedagogia Clinica , quale ne permetta lo sviluppo teorico e pratico. Convenire in favore di un lemma rispetto ad un altro non significa pertanto che quanto viene escluso in Pedagogia Clinica non sia un aspetto positivo per un’altra scienza o per la relazione tra le persone. Seppur vero che siamo davanti ad una relazione dialogica che vede un Io accogliere e ospitare il Tu, è altrettanto vero che tale relazione – fondata sul principio del rapporto umanante – si instaura tra un professionista in aiuto alla persona e un soggetto in richiesta di aiuto. Dunque di ben altro stampo rispetto a relazioni amicali, familiari, lavorative o di qualsiasi altro genere. Di empatia si è scritto, parlato, nei modi più disparati. Vi è chi l’ha associata alla pietà, all’amore, alla compassione, al contagio emotivo, all’entrare in sintonia con l’altro, alla ricerca di rendere il Tu trasparente, alla simpatia; così come vi è chi ha evidenziato le contrapposizioni, le differenze, i distinguo, chi ha utilizzato nuovamente tali termini quasi come sinonimi interscambiabili. Sicuramente nella storia del pensiero umano empatia e simpatia rappresentano due termini polisemici che ancora oggi non hanno trovato – osservando quanti di essi scrivono – una chiara connotazione; probabilmente poiché il confine tra essi è molto labile, sottile pur essendoci un distinguo.
Siamo qui a definire la relazione in Pedagogia Clinica come simpatetica tentando di illustrarne le ragioni di tale elezione da parte di questa scienza; tuttavia proprio per la complessità dei termini, per i continui distinguo che li accompagnano e le sovrapposizioni filosofiche riscontrate si ritiene di poter affermare che il confine tra i due termini sia estremamente sottile. Cionondimeno, si è rinvenuto che l’epistemologia pedagogico clinica connotante la relazione di aiuto è quella qui richiamata e  che oggi, nell’hic et nunc, si sposa con la definizione di simpatia.
Il professor Bellingreri (2005) ha messo in luce come al termine empatia si faccia poco ricorso abitualmente, preferendo metafore come mettersi nei panni degli altri, entrare nella loro pelle; mettersi al posto dell’altro; tutti concetti che richiamano un’empatia connotata per la sua capacità di immedesimazione nell’altro segnato dalla qualità emozionale. Secondo Bellingreri si riscontra nella società – oggi in parte meno – la necessità di decifrare l’altro, di comprenderlo, di andare oltre la superficie, di guardare l’altro dall’interno; un processo fattibile grazie all’empatia (Ivi, p. 20). Questo bisogno di intessere relazioni autentiche, vere, umane, dove si possa incontrare la persona e conoscersi nel profondo, guardarla dall’interno non si riscontra in Pedagogia Clinica e non perché la dialogicità Io-Tu sia considerata fallace, da rifuggire o perché si prediligano relazioni inautentiche, disumane – tutt’altro – ma perché nella relazione di aiuto pedagogico clinica il Pedagogista Clinico® non opera in vista di una “decifratura” dell’altro, in cerca di svelare i suoi misteri, dal momento che egli promuove e facilita nella persona in richiesta di aiuto la consapevolezza di sé, attraverso sollecitazioni ponderate e mirate. È il soggetto che è chiamato a conoscersi nel profondo e nella sua globalità; la sapienza pedagogico clinica è a sostegno di ciò. Si può qui già comprendere, in prima istanza, il motivo della scelta privilegiata da parte della Pedagogia Clinica nel ricorrere alla simpatia nelle relazioni di aiuto rispetto all’empatia; quest’ultima assume un valore alto nell’incontro tra soggetti che non viene certo disconosciuto dalla scienza pedagogico clinica. Ciò premesso, per la stessa scienza è altro considerare idonea tale prassi in una relazione di aiuto. Il punto focale sul quale deve restare l’inquadratura è infatti proprio questo: la disquisizione non riguarda la relazione tra persone tout court – dove si comprende la dote della compartecipazione emotiva, il vissuto fianco a fianco con l’altro – ma una relazione di aiuto pedagogico clinica che per rispettare la propria essenza deve essere libera da ogni possibilità di disincontro con l’altro (Ivi, p. 22). Il bisogno di vedere e sentire il segreto dell’altro non trova soddisfazione nel Pedagogista Clinico® che instaura con la persona una modalità altra di stare insieme, poiché l’esigenza di essere conosciuto e amato in ogni fibra non viene soddisfatta dal professionista ma dall’individuo stesso, supportato e sostenuto nel proprio percorso di acquisizione di un nuovo e rinnovato equilibrio e di uno status di benessere. Per di più nell’empatia espressa da Bellingreri emergono non pochi rischi e pericoli per l’esperto della cura, quali: l’instaurarsi di relazioni tossiche, dipendenze, rifiuti, giudizi; mentre tutto questo è inesistente o meno incisivo nel vivere sponsale, intrafamiliare narrato dall’accademico (Ivi, p. 31). Bellingreri, poi, tocca un punto nodale, importante per la riflessione pedagogica ed educativa odierna e riguardante proprio il valore dell’empatia, riconosciuta come virtù educativa. Egli evidenzia come essa sia rivelativa della potenza in essere che nello sguardo dell’educatore si fa epifania per l’educando; il quale, riconosciuto e amato r, si rivolge a se stesso con siffatta virtù (Ivi, p. 145). Il quadro descritto è di notevole pregio ma il rischio del giudizio, dell’autocondanna, del rifiuto, della non accettazione nonostante tutto il positivo messo in campo non è escluso. Di contro, una relazione simpatetica permette, anche in ambito educativo, all’educando di scoprire se stesso, di conoscersi, di essere predisposto in assenza di giudizio alla propria ἐπιϕάνεια, disponendo così se stesso all’accoglienza di sé e per se stesso. È in questo secondo passaggio che si innesta in modo benefico l’empatia della persona con se stessa e con gli altri, poiché – a quel punto – si trova al di fuori di un percorso pedagogico clinico, oramai concluso. Vi è in questa tipologia di relazione – da quanto rilevato – un cambio di prospettiva importante e per questo riteniamo doveroso ribadirlo. Non siamo davanti a una relazione familiare, sponsale, amicale ma di cura pedagogico clinica, di aiuto all’altro affinché esso prenda coscienza e consapevolezza di sé. Infatti, quello che abbiamo rinvenuto è che non è il professionista a dover riconoscere l’altro, bensì è la persona a dover rispondere all’oracolo: γνῶθι σεαυτόν. Il Pedagogista Clinico® riconduce il tutto alla persona, la persona a se stessa; egli la sostiene, la supporta ma non si sostituisce.

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