di Antonio Viviani
Pedagogista Clinico®
Premessa. Capita purtroppo sempre più spesso di leggere notizie inerenti scontri tra genitori che assistono a partite di giovani calciatori oppure di venire a conoscenza, in modo più o meno diretto, di offese, profuse dagli spalti di impianti sportivi, indirizzate ad allenatori o anche da questi ultimi dirette addirittura a giovani atleti. Le scuole calcio hanno nei loro quadri allenatori formati attraverso corsi che, oltre alla metodologia, toccano anche la psicopedagogia del calcio. Spesso è la Federazione Italiana Giuoco Calcio ad effettuarne la preparazione. Specialisti nel settore psicologico e pedagogico cercano, attraverso lezioni, di “far passare” concetti relativi al rispetto dell’avversario ed allo sport quale divertimento. Interventi talvolta pregevoli ma che risentono di una impostazione didattica spesso ormai obsoleta, centrata sulla lectio ex cathedra, concezione basata sul “trasloco” di informazioni, spesso messa in atto con un mero incontro annuale. Negli ultimi anni sono sorte anche Associazioni di Allenatori, anch’esse molto attive nella formazione di nuovi allenatori. Anche le Federazioni Internazionali di Calcio, come la UEFA e la FIFA, cercano di contribuire con slogan (“RESPECT”) scritto a lettere cubitali, da mettere ai bordi dei campi di gioco dei calciatori adulti, con l’auspicio che questi concetti transitino ai bambini che assistono allo spettacolo (sotto i 14 anni di età nelle partite di serie A non si dovrebbe pagare il biglietto, nella speranza di coinvolgere le giovani generazioni, alla presenza di genitori, nonni e familiari in genere). Solo per “captatio benevolentiae” all’ingresso delle partite di serie A appaiono i bambini in qualità di mascotte ma, purtroppo, a quale spettacolo assistono?! parolacce, offese, falsità, scontri fisici. Ancora una volta ci risulta chiaro come i concetti abbiano difficoltà ad essere “in-segnati”: questo accade perché non è tanto attraverso le spiegazioni che si creano innovazioni educative. Soltanto con la fase informativa manca un vissuto, un’attivazione, un coinvolgimento emotivo, manca una elaborazione personale, intima. Se le informazioni fossero risultate efficaci non assisteremo certo ad indecorosi spettacoli di inciviltà e diseducazione, come se ne vedono invece spesso per non dire quasi sempre, ovunque sui campi e campetti. Solo attraverso un’esperienza diretta sarà possibile invece creare partecipazioni di genitori e/o allenatori, anche messi nella condizione di stare insieme, uniti nella diversità di ruolo e funzioni, coesi nell’intento di formare nuove generazioni di giocatori, non di semplici calciatori. Le società del XXI secolo rischiano spesso di non avere spazi ove poter esprimere le proprie opinioni o comunque ascoltare e poter riflettere in silenzio in presenza di altri. Esistono al giorno d’oggi certamente “spazi on line”, ove però manca la tridimensionalità della presenza corporea che poi, a casa e/o in campo, genitori, allenatori, dirigenti e giovani atleti si ritrovano comunque a vivere. Nel quotidiano reale non sono i “like” a poter sostenere fiducia, disponibilità e stima. Non è questa, tuttavia, vera comunicazione nutriente quella che avviene a distanza, sul web. La relazione educativa ha bisogno di voce, sguardi, prossemiche e gestualità adeguate, contatti silenziosi, tante sfumature semiotiche, pietre miliari di una antica costruzione umana che scambia il nuovo spesso con il migliore. Il ruolo del Pedagogista Clinico® è anche quello di poter offrire spazi e tempi di interazione sociale, luoghi dove si possano incontrare le persone che recitano ruoli formativi diversi e che vanno aiutati a ritrovarsi, tra sé e sé e con l’Altro da sé.
IL CONTESTO
In questa società siamo abituati sin da bambini a chiedere consigli su come risolvere problemi. Cambiamenti di comportamenti prodotti che tuttavia risultano poi essere soltanto “eseguiti”, subiti, dettati, non elaborati personalmente ed interiormente. Questa utilizzata sinora non può essere la soluzione, e nei fatti non lo è, in modo particolare quando si vuol utilizzare un approccio educativo ove, per scelta individuale, si preferisce non creare un mero “travaso” di informazioni bensì trovare in se sentite modalità di libertà di pensiero e di azione. Andrebbero invece organizzate modalità di scambio e reale dialogo con quali le persone possano “tirar fuori” le proprie idee ed esprimersi così liberamente, oppure possano rimanere in silenziosa riflessione al fine di rintracciare considerazioni che provengono da dubbi e contraddizioni. Certi che solo così, attraverso la partecipazione diretta, sia possibile cambiare ed introdurre nuovi comportamenti ed atteggiamenti, in qualità di Pedagogisti Clinici® abbiamo pensato di sollecitare alla riflessione gli astanti, frequentanti le attività che abbiamo proposto alle Scuole Calcio. I bambini assorbono, si sa, molto di quello che viene loro proposto. Se il linguaggio che i loro genitori ascoltano in televisione e sui giornali, non solo quelli sportivi, è basato su termini come “assediare uno stadio”, prendere “a cannonate una porta”, “espugnare un campo”, “asfaltare una squadra”, è altrettanto chiaro che questa impronta antisportiva lascia una traccia ai loro figli, proprio a quei bambini che allenano e/o dirigono, un pericoloso imprinting educativo, un modello negativizzante. Il Pedagogista Clinico® ha il compito di promuovere una rilettura viva, una rielaborazione di aspetti diseducativi affinché emergano, al contrario, tutte le potenzialità e le disponibilità al dialogo contenute nello sport, un valore educativo senza il quale rimane una mera performance, un gioco che da cooperativo rischia di essere privato dell’anima relazionale, specchio evidentemente di una società individualista che tende a ridurre la persona soltanto a numero, quantità, sociogrammi. Visto che le lezioni agli allenatori non sono sufficienti e neppure gli slogan, cosa fare per interrompere questa pericolosa concatenazione? cosa proporre affinché ci siano scelte educative condivise nello sport, in particolare nel calcio? Come aiutare gli adulti ad ascoltar-si, a darsi tempo di riflettere sulle parole che utilizzano nelle loro comunicazioni con i figli o con i piccoli atleti? Certi che da soli non possiamo interrompere il flusso di violenza verbale che investe i mass media cartacei e televisivi ed i social media ultimamente, ma altrettanto sicuri che vogliamo recitare il ruolo di educatori, abbiamo utilizzato con alcune scuole calcio uno dei metodi propri del Pedagogista Clinico®, che meglio si presta a pensare, riflettere, ascoltare ed ascoltarsi, comprendere, accogliere punti di vista “altri”: il Metodo Reflecting, finalizzato all’evoluzione positiva di sé, un metodo utilizzato “per promuovere una riflessione sui modi di affrontare alcuni eventi di vita, sviluppare una evoluzione positiva ed elaborare in se stessi risposte vantaggiose” (https://dizionariopedagogiaclinica.it/reflecting/).
L’INTERVENTO PEDAGOGICO CLINICO
Il Pedagogista Clinico® è un professionista che agisce in studio ma che è abituato ad interventi all’esterno, “out door”. Agisce e promuove corsi, tra le varie Istituzioni, nelle Scuole, nelle Case Circondariali, nei Centri di promozione Sociale (o Centri di Quartiere), nelle Aziende e nei Centri Sportivi. L’azione professionale svolta fuori dal proprio studio è un valido contributo alla promozione nel sociale della Pedagogia Clinica sul territorio, aiuta il professionista ad interagire con gli attori della società. Il Pedagogista Clinico® non si chiude in una “torre eburnea”, non si isola dietro ad una porta invalicabile, si apre al mondo, agli altri, allo stare insieme, aiuta ogni persona ad esprimere le proprie idee creando agio e disponibilità, costruisce scambi tra ogni persona-cellula sociale. Lo sport è indubbiamente un elemento portante della società, coinvolge milioni di persone, crea aggregazioni e scambi comunicazionali. Il calcio è lo sport più popolare, viene praticato da moltissimi bambini, che attraverso qualunque gioco imparano regole, rispetti e alimentano relazione e sviluppi fondamentali per l’autostima e la percezione di sé.
IL REFLECTING IN AIUTO ALLE SCUOLE CALCIO
Attraverso il Reflecting, metodo finalizzato alla riflessione con se stessi e con gli altri, ogni partecipante potrà intervenire verbalmente oppure rimanere in silenzio. Il Pedagogista Clinico® organizzerà il setting in modo tale da consentire uno scambio relazionale adeguato: cura sarà posta nella predisposizione di una sala adatta a consentire ai partecipanti di rimanere seduti in semicerchio, al fine di potersi guardare mentre partecipano, calibrare tempi e contenuti dei propri interventi. Al centro un videoproiettore, posizionato in modo opportuno: in alto, sospeso con staffa al soffitto oppure al centro posizionato su apposito appoggio. Il Pedagogista Clinico® saprà muoversi nel setting con una scenografia espressiva accogliente, rispettosa, abile nell’ascolto polidinamico e polifunzionale, nella proposta sollecitatoria, sia verbalizzata che relativa ai linguaggi silenziosi (sguardi, cinestesie, paralinguismi e taceri verbali prolungati) . Il Pedagogista Clinico® avrà cura di consentire tempi adeguati nella riflessione personale, saprà ascoltare gli interventi di coloro che scelgono di intervenire verbalmente, rispetterà coloro che vorranno riflettere in silenzio. Gli incontri possono essere rivolti a soli genitori oppure soltanto ad allenatori oppure ancora soltanto a dirigenti, ma la loro finalità viene massimizzata se poi gli attori si possono incontrare: un incontro genitori-allenatori, un incontro genitori-dirigenti, un incontro allenatori-dirigenti, un incontro “plenario” (tutti presenti), pensando quindi a percorsi di 6-8 incontri della durata di circa un’ora e mezzo (dobbiamo dire che nelle piccole società sportive spesso i dirigenti sono anche allenatori o genitori e quindi i numeri degli incontri sono in tal caso ridotti). Gli incontri che sono orientati dal Metodo Reflecting non prevedono necessariamente che gli astanti debbano intervenire attraverso la parola; non si tratta di chiedere o tantomeno intervistare i partecipanti. Il silenzio o meglio il tacere verbale consente a ciascuno di ascoltare parole interiori, intimi significati che non sempre debbono o vogliono essere offerti all’esterno di sé. Se gli incontri sono rivolti a tutte le componenti della Scuola Calcio, in un primo incontro si accolgono i genitori, si ascoltano i loro bisogni e si aiutano a sostare su alcuni spunti di riflessione, concetti e key words all’interno di frasi brevi o anche singole parole (approccio di tipo olofrastico). Qui di seguito alcuni esempi di lemmi utili alla costruzione di sollecitatori alla riflessione e per questo non certo esaustivi: nemico/avversario, vittoria/sconfitta, calciatore/giocatore di calcio, giocare, divertimento, rispettare, “sotto gli occhi del genitore”, squadra, mortificare. Le frasi o le singole parole debbono essere a colori, possono avere punti di sospensione finale che consentano interpretazioni personali, non codificate e neppure pre-confezionate o già preordinate dal professionista, possono essere scritte con lettere separate, in verticale, al contrario, a spirale, insomma in modo tale che ci sia anche uno “sforzo” finalizzato a rintracciare il significato, anche quello celato “intra-parola” e poter meglio soffermarsi sul contenuto di ogni singolo lemma o sintagma, specie se sono ivi presenti strutture etimologiche semanticamente significative, ma anche suffissi e prefissi o radici che elicitano riflessioni concatenate e ramificate, riflessioni suscitate da interventi di altri o contatti con strutture che emergono da se stessi. In un secondo incontro si ricevono gli allenatori, si ripetono le fasi precedentemente descritte, chiaramente cambiando alcuni sollecitatori alla riflessione. Considerando che sono cambiati i destinatari andranno apportati mutamenti lessicali che creino tessiture linguistiche funzionali ad astanti diversi. In un terzo incontro si accolgono i dirigenti. Dopodiché si riuniscono tutti insieme gli attori della Scuola Calcio: genitori, allenatori e dirigenti. Ogni partecipante di ciascuna componente avrà così l’opportunità di esprimere le proprie opinioni, ascoltare convinzioni diverse, cambiare la propria idea e, al contempo, costruire insieme agli altri una coesione d’intenti, finalizzati allo sport inteso come deve essere: gioco, divertimento, rispetto di sé e dell’altro. Così arricchiti gli adulti, ne potranno ancor più godere i bambini che, si spera con modalità “assorbente”, non ascolteranno più le offese. Ad oggi spesso vengono udite frasi provenire dagli spalti, anche a sfondo razzista, presenti i genitori, e così talvolta dalle panchine, ove sostano allenatori e dirigenti. Il Reflecting non elimina il problema della mancanza di educazione, ma contribuisce a far affiorare le distorsioni, i contrasti, aiuta a costruire ponti relazionali e rinsaldare i rapporti tra persone che si incontrano come avversari ma non come nemici.
ATTIVAZIONE DEL PROGETTO
Questo progetto è stato applicato in due Scuole Calcio di Grosseto. Alcuni video e articoli di riferimento sono consultabili sul sito www.cesapp.org Per la diffusione del metodo il progetto è stato presentato ai corsi organizzati dalla Federazione Giuoco Calcio (FIGC), sezione di Grosseto, e anche ai corsi organizzati dall’Associazione Italiana Allenatori Calcio (AIAC), sempre finalizzati alla preparazione dei nuovi allenatori. Note: Il progetto, per la sua applicazione “trasversale” è applicabile in tutti i contesti sportivi dove interagiscono adulti con vari ruoli (genitori, coach, trainer, allenatori, dirigenti sportivi).