di Francesca Cartellà
Pedagogista Clinico®

“La scuola ha un problema solo. I ragazzi che perde”. Così scrivevano gli studenti della scuola di Barbiana in Lettera a una Professoressa. Di anni ne son passati più di 50 dalla denuncia di questa emergenza educativa, tanti percorsi attivati, ma ad oggi il fenomeno della dispersione scolastica in Italia è molto esteso e in controtendenza rispetto all’andamento europeo. Secondo l’ultimo rapporto Eurostat, infatti, gli “abbandoni scolastici precoci” (espressione con cui si intende l’abbandono prematuro dei percorsi di istruzione e la formazione tra i 16 e i 24 anni) nell’Unione Europea sono in costante diminuzione. Non altrettanto si verifica nel nostro Paese.
Al tema dell’abbandono scolastico si collega quello della povertà educativa. Questo concetto, comparso nella letteratura negli anni Novanta, indica l’impossibilità per un minore di avvalersi del diritto ad apprendere, a formarsi, a sviluppare capacità e competenze, a coltivare aspirazioni e talenti personali.
Emerge in maniera forte come siano i bambini e gli adolescenti a pagare il prezzo di un contesto territoriale che tenta di diventare inclusivo, ma con difficoltà a causa di condizioni culturali e sociali difficili e spesso carenti nel fornire risposte immediate ai bisogni fondamentali dei ragazzi.
La sfida educativa attuale richiede un nuovo modo di pensare l’educazione, un lavoro di rete nel territorio, con grande attenzione alle possibili relazioni di contesto ed attraverso il dialogo e il confronto con tutte le agenzie educative.
Accettando la sfida dell’emergenza educativa, la Pedagogia Clinica diviene un atelier che aiuta a ripensare le strategie e diffondere nuove sensibilità educative.
La sfida educativa va vissuta nel concreto e nel contesto quotidiano, fatto di interazioni positive ed opportunità credibili, dove gli adulti sono chiamati a creare e ad essere uno spazio educativo per i propri giovani e i giovani essere coprotagonisti della propria crescita, dove abbiano la possibilità di vivere esperienze nelle quali tirar fuori la bellezza ed i talenti di cui sono dotati.
Paideia è una parola antica, sconosciuta ai più. Per gli Antichi Greci – della cui cultura siamo figli – significava formazione e cura dei fanciulli, come modello educativo basato sull’istruzione e sulla cultura ma anche sulla disciplina del corpo, su quel tutto armonico – “mens sana in corpore sano” – che anche i Romani perseguivano. Armonizzazione e interiorizzazione, dunque, di quei valori etici universali e fondamentali che sono l’anima di un popolo, il senso di appartenenza. In una società così confusa, complessa, aggressiva, competitiva come la nostra, forse ricominciare dalla cultura, dall’educazione potrebbe salvare i nostri ragazzi, uomini e donne del domani.
Gli interventi devono coinvolgere l’intera comunità educante e essere presenti con continuità sin dall’infanzia.
C’è bisogno di scuola, c’è bisogno di una scuola aperta e connessa con la società, di promuovere una migliore gestione del tempo e l’innovazione pedagogica e didattica. Attraverso la didattica laboratoriale, la scuola si aggancia alla vita e ogni esperienza vissuta tra le mura scolastiche diventa palestra per il percorso di sviluppo scolastico e professionale di ogni studente.
Una scuola che torni al fare educativo, allo sguardo pedagogico, che risponda adeguatamente a tutte le diversità individuali di tutti gli alunni, non soltanto a quelle degli alunni disabili o con Bisogni Educativi Speciali, una scuola che non pone barriere, anzi valorizza le differenze individuali di ognuno e facilita la partecipazione sociale e l’apprendimento; una scuola fattore di promozione sociale. Questo livello, ottimale, integra dentro di sé inclusione e integrazione.
Portare la Pedagogia Clinicaa scuola, per ciò che riguarda la mia esperienza professionale, con moduli di formazione docenti e spazi educativi per alunni e famiglie, costruisce una riflessione partecipata per mezzo di scambi comunicativi, inerente i bisogni educativi speciali di ciascun alunno, la valenza educativa della prevenzione del disagio, il ruolo dei servizi territoriali, l’azione “mediatrice” del docente educatore.
Il percorso pedagogico clinico arricchisce i partecipanti di strategie e metodologie educative e didattiche necessarie per realizzare una concreta inclusione di tutti gli alunni, che a loro modo esprimono caratteri di diversità, in quanto risorsa e unicità di persona.
L’idea di inclusione non si basa sulla misurazione della distanza che c’è tra il livello dell’alunno diverso e un presunto standard di adeguatezza, ma sul riconoscimento della rilevanza della piena partecipazione alla vita scolastica di tutti i soggetti.
Tutte le attività sono piena espressione della visione globale di un soggetto potenzialmente capace di ogni forma di realizzazione di sé. Lavorare sulla relazione tra docenti favorisce un clima di collaborazione e ascolto, oltre che di riflessione sulle modalità comunicative funzionali all’apprendimento.
La creazione di una relazione di classe positiva precede ogni riflessione sul come insegnare, come costruire situazioni che consentano apprendimento, come procedere in maniera efficace, restituendo, così, agli educatori l’aspetto creativo della loro funzione educativa.
Essere insegnanti, oggi più che mai, significa essere educatori, sviluppare le proprie capacità di stabilire rapporti di comprensione ed empatia. Le dinamiche di gruppo sono fondamentali al fine di un buon insegnamento e, soprattutto, di un buon apprendimento.
Essere in grado di mettere in sinergia le risorse disponibili per il percorso di vita e il cammino di crescita dei ragazzi e dei giovani è il focus del progetto educativo in questo tempo di vera e propria emergenza, in cui l’ascolto attivo, la valorizzazione di abilità e potenzialità di ogni persona, la diversità come un valore aggiunto, sono necessarie come prevenzione della povertà educativa e della dispersione scolastica.

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