di Luca Fabbri
Pedagogista Clinico®

Utenti o persone? Nel nostro sistema di istruzione ci riferiamo costantemente agli “utenti” secondo le accezioni di studenti, alunni, discenti, scolari. Una quantità abbondante di sinonimi che definisco il soggetto come “passivo”, il cui ruolo è quello esclusivo di apprendere conoscenze, cioè di istruirsi. Soggetti destinati a essere periferici rispetto al centro, meri utenti ai quali il sistema offre nella maggioranza dei casi un prodotto (le nozioni) e una modalità di acquisto (la lezione in classe) secondo una logica del “prendere o lasciare”, nella quale chi “lascia” sono i più bisognosi di aiuto. Chi “lascia” sono i “difficili” ai quali diciamo “spostati un po’ più in là”, ma quel “più in là” dov’è? Situazioni complesse rispetto alle quali come possiamo rispondere? Penso ad esempio a Marco che ha 8 anni, le sue maestre avrebbero suggerito alla famiglia di tenerlo a casa per qualche settimana, così che non disturbi in classe poiché è troppo agitato, non sta mai fermo. Ecco che “l’agitazione” di Marco ha trovato risposta nella richiesta di “farsi più in là”, di mettersi “al di fuori” di quel sistema rispetto al quale non riesce ad adeguarsi. Penso a Giovanna che ha una grandissima creatività e fantasia, abilità che però vengono giudicate dalla sua scuola primaria come esclusivamente negative: “è distratta, manca di volontà!”. Ecco che Giovanna e Marco, come tanti altri ragazzi più grandi, si trovano improvvisamente fuori dal sistema educativo, in un “più in là” che trova un proprio abitare in tutte quelle forme emarginanti di disagio umano e sociale. Certo, sono situazioni difficili da gestire per un docente che ha davanti 25-30 alunni. Però questa è la professione dell’educatore. Tutti coloro che lavorano nell’ambito educativo hanno scelto difatti di stare in un ambiente professionale complesso. La differenza sta nel come decido di stare, nel come svolgo il mio “mestiere” che in educazione dovrebbe richiamarsi al suo senso etimologico di ministerium ossia di “servizio”. Rispetto a ciò molti manifestano la loro contrarietà, affermando che la scuola deve istruire e non educare. Quello spetta alle famiglie! Certo, il compito educativo è anche delle famiglie, ma non è un loro aspetto esclusivo. Difatti gli esperti sono i docenti, gli educatori. Gli esperti dell’educazione non sono le famiglie che a volte si trovano disarmate, prive di strumenti e capacità. La scuola è chiamata a svolgere un ruolo educativo a tutto tondo proprio perché ne ha le competenze e perché è l’unico soggetto avente le abilità per offrire a ogni bambino le stesse opportunità di crescita, di sviluppo, di valorizzazione a prescindere dalla sua famiglia e dal suo contesto di origine e di vita, riequilibrando così eventuali mancanze del contesto familiare o sociale. Questa peculiarità è ciò che fa sì che il docente non sia associabile a una catena di montaggio. Pensiamo invece al caso in cui un docente entri in classe, svolga il suo “programma”, la sua lezione, sempre identica oppure “monotono”. Se così fosse, che cosa impedirebbe al sistema di sostituirlo con un automa? I ragazzi, in realtà, l’hanno già fatto. Penso a Elisa quando narra del suo professore di matematica che non riesce a capire o seguire. Matematica Elisa la fa da sola su You-Tube, e i risultati performativi le danno ragione. Un’infinità di ragazzi esce oggi dalla lezione che non ha seguito, non ha ascoltato. Molti studenti oramai hanno scelto questo approccio con molti docenti e discipline. In classe non seguono più, tanto appena arrivano a casa hanno i “loro” prof del web ad aspettarli. Accedono alle App, ascoltano, studiano così che poi possono fare la prestazione nozionistica richiesta dalla scuola. Abulici? Apatici? Fannulloni? Scansafatiche? O forse “hanno ragione loro”? Davanti a un sapere finalizzato alla sola prestazione perché non rispondere così? Eppure la scuola dovrebbe «concorre a promuovere la formazione dell’uomo e del cittadino » (L.1859/62), non l’istruzione del discente che è sì necessaria ma in quanto mezzo e strumento per giungere al fine della formazione dell’essere umano. L’approccio “educativo” si differenza da quello “tecnicistico/nozionistico” proprio poiché è centrato sulla persona e la formazione è in funzione dello sviluppo delle abilità e potenzialità peculiari del soggetto, utilizzando le conoscenze come “strumenti” in vista di quel fine. Affinché ciò accada però dobbiamo attivare la motivazione, la volontà, l’interesse, il piacere, la capacità di imparare a imparare! Il diritto all’educazione non è solo il diritto a frequentare la scuola ma anche il diritto a un’educazione che produca il pieno sviluppo della persona. La persona! In Italia il termine persona ha segnato un passaggio epocale dalla scuola della “pre-autonomia” alla scuola dell’autonomia con il DPR 275/99. In questo documento per la prima volta viene introdotta la parola affermando che «L’autonomia si sostanzia nella progettazione e nella realizzazione di interventi di educazione, mirati allo sviluppo della persona umana, adeguati ai diversi contesti, alla domanda delle famiglie e alle caratteristiche specifiche dei soggetti coinvolti, al fine di garantire loro il successo formativo» (art. 1). Un cambiamento che rivoluziona la stessa professione docente che da essere attività prevalentemente esecutiva con l’autonomia diviene piena condizione professionale, con ampi margini di discrezionalità e quindi di responsabilità. Una libertà di insegnamento che è dunque una chiamata alla responsabilizzazione professionale e non solo una libertà metodologico-didattica. Un lavoro inclusivo, attento alle singolarità che impone un avere attenzione ai tempi personali di ciascuno invece che creare persone menomate perché abbiamo impedito loro di conoscersi, sperimentarsi, provare, conseguire un pieno sviluppo armonico del sé. Generare questo fermento rivoluzionario richiede anche semplici accortezze. Piccole attenzioni. Alcuni esempi? Con quali epiteti mi rivolgo agli studenti? Oppure: nelle scuole non c’è più la “predella”, però è rimasta la “cattedra”, “luogo su cui ci si siede”. Il docente non dovrebbe stare seduto! Dovrebbe muoversi, stare “in mezzo” agli studenti. Pensiamo allo stesso movimento che chiediamo agli alunni quanto può marcare la relazione educativa. “Vieni alla cattedra”, diciamo. Tradotto sarebbe: “esci dalla tua periferia e vieni al centro del sapere”. E poi? Torna da dove sei venuto! No! Tutta l’aula è luogo di sapere, spazio di conoscenza, luogo nel quale sviluppare abilità e competenze!

Dalla condanna alla valorizzazione
Si comprende come l’approccio istruzionista ci porta a condannare e giudicare. La Pedagogia Clinica ha dimostrato come cambiare prospettiva generi un ambiente educativo qualitativamente migliore, improntato al benessere e all’equilibrio, alla valorizzazione motivante. Un luogo improntato alle competenze e non al sapere tout court. Uno degli elementi oggi estremamente avversato dalla scuola è l’IA e sue espressioni come ChatGPT. ChatGPT non è un problema. L’alunno che utilizza tale strumento per fare una relazione, un compito, una verifica sta semplicemente “rispondendo” a una mera richiesta di informazioni. Davanti a un compito meramente di tipo nozionistico utilizza la strategia più funzionale al suo obiettivo: fornire informazioni! Forse la questione allora non è “sbagli perché fai la verifica con ChatGPT”, bensì “perché quella verifica la puoi fare anche solo con ChatGPT”? Io scuola cosa ti sto chiedendo? Solo conoscenze? Forse, allora, ChatGPT può essere uno strumento dal quale partire per recuperare delle conoscenze da elaborare? Scardiniamo il problema, che magari rispondeva a un mero compito nozionistico, trasformando ciò che era un limite in una risorsa per sviluppare le proprie abilità, conoscenze, competenze. La Pedagogia Clinica in questo è maestra! Non guardiamo al negativo ma al positivo. Non a ciò che non c’è ma a come valorizzare e portare in equilibrio. Rousseau nell’Emilio diceva che il senso dell’educazione è insegnare a vivere. Invece oggi già dall’infanzia impostiamo troppo sul nozionismo. Vi è la fretta di anticipare la primaria, forzando i tempi, addestrando e non lasciando sperimentare. Questa continua proiezione in avanti impedisce alla persona di conoscersi nell’oggi, di crescere armonicamente. Scegliere, ad esempio, un libro e dare delle schede da “compilare” ai bambini di 4/5 anni significa “addestrare” a stare dentro degli spazi, a una presa dell’oggetto tracciante senza così lasciare che il bambino passi per un’esperienza corporea, globale, che sperimenti il limite, lo spazio e così poi succede che alla primaria si hanno difficoltà nella prensione, si ha un tono alterato, con bambini ipotonici o ipertonici. La Pedagogia Clinica ha dimostrato come permettere al bambino di vivere l’armonia del gesto, del movimento non sia una perdita di tempo, bensì è proprio quella possibilità di vissuti che portano a uno sviluppo globale del sé che porterà la persona a vivere con piacere il lasciar traccia di sé. Invece la scelta di ricorrere ai vari pensil grip così da far imparare una postura corretta il più velocemente possibile non porteranno il bambino a vivere il gusto del lasciar traccia di sé. Per non parlare dei quaderni con le scalanature che addestrano a scrivere bene le lettere, i numeri. Ma se io non ho la percezione spaziale, se con il mio corpo non ho fatto esperienza di alto, basso, destra, sinistra come potrò saper decodificare una “d” rispetto a una “b”? Il rischio è che alcune difficoltà prodotte da queste scelte portino a far etichettare i bambini senza una reale necessità di PDP poiché se avessero fatto le dovute esperienze oggi saprebbero vivere con armonia le varie richieste di codifica e decodifica scrittoria. E ancora, quanti sono gli studenti che hanno difficoltà nell’area logico-matematica. Quanto può contribuire l’attività corporea fatta fin dall’infanzia rispetto a ciò. Le esperienze corporee aiutano il bambino e poi l’adolescente a conoscere e comprendere le forme, le linee, lo spazio e quindi la geometria, facilitano le operazioni in colonna perché ho chiaro come muovermi nel foglio. Guardiamo i nostri ragazzi a ricreazione, come si muovono tra i banchi. Qualche giorno un ragazzo di quarta superiore mi parlava di un compagno e di quanto fosse “sguaiato” nei movimenti. Se noi “addestriamo” fin dall’infanzia a stare negli spazi ma non lavoriamo su un’esperienza che coinvolge la globalità del bambino poi arriviamo negli anni successivi ad avere ragazzi con difficoltà nel muoversi negli spazi, nel rapportarsi agli altri, e poi con troppa facilità li etichettiamo come bambini con problemi, con disturbi, con incapacità.

Persona al centro: bla bla bla?
Le Linee Guida affermano che «le finalità della scuola devono essere definite a partire dalla persona che apprende, con l’originalità del suo percorso individuale e con l’unicità della rete di relazioni. La definizione e la realizzazione delle strategie educative e didattiche devono sempre tener conto della singolarità di ogni persona, della sua articolata identità, delle sue capacità e delle sue fragilità, nelle varie fasi di sviluppo e di formazione. Lo studente è posto al centro dell’azione educativa in tutti i suoi aspetti. In questa prospettiva, i docenti dovranno pensare e realizzare i loro progetti educativi e didattici non per individui astratti, ma per persone che vivono qui e ora. La scuola si deve costruire come luogo accogliente, coinvolgendo in questo compito gli studenti stessi. Si deve esplicitare l’importanza delle condizioni che favoriscono lo star bene a scuola». Parole preziose … sulla carta. Ma nella realtà? La persona è centro o periferia dell’agire educativo? In questo la Pedagogia Clinica è pungolo e sostegno alla scuola per passare definitivamente dalle parole ai fatti ad esempio mediante attività di sportelli di riflessione nelle scuole, formazione docenti etc.

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