Rinvenibile negli orientamenti dell’Accademia di Pedagogia Clinica il termine persona è proprio della Pedagogia Clinica, scienza trandisciplinare, che considera la persona nella sua indivisibilità. La globalità alla quale guarda il Pedagogista Clinico® ben si sposa con il concetto di individuo che supporta l’epistemologia di questa scienza, in quanto riconosce la persona unica, e verso la quale si rapporta secondo questa visione onnicomprensiva. Il termine individuo non appare nel lemmario proprio della Pedagogia Clinica ma i concetti qui espressi e riferibili a tale termine le appartengono in quanto legati al concetto di persona e di cellula sociale, un elemento connotato da individualità, autonomia, forza propria e contemporaneamente legato a filo doppio alla relazione con l’altro, un “sociale” che è insito nell’essenza propria della persona e che è condizione esistenziale.
Difatti la Pedagogia Clinica «è orientata a dare alla persona dignità, il proprio sviluppo individuale e sociale, soddisfare l’esigenza di acquisire certezze di espansione, in un sociale inclusivo in opposizione ad ogni emarginazione» (Pesci, 2022c).
La persona in quanto individuo è una cellula ma essa è sempre riconosciuta in quanto cellula-sociale, un binomio inseparabile per la scienza pedagogico clinica che in tale aspetto riconosce le caratteristiche qualitative di unicità e globalità del singolo. Per questa sapienza la persona-individuo è l’elemento sostanziale degli intrecci relazionali, il punto dal quale passano infinite reti di relazioni che costituiscono la società. L’Io è precisamente alterità e dualità, è una singolarità trascendente se stessa e inclinata ontologicamente all’alterità; concetti sostenuti anche da Lévinas che nella sua filosofia pone l’accento sulla positiva “obbligazione” che l’Io ha di inclinarsi verso il Tu, a prescindere dalla reciprocità, poiché in essenza ogni persona è «prossimità del prossimo» (Lévinas, 1991/2016). Un tale stretto legame esplica la necessità di interagire con ogni singolarità in quanto individuo affinché i personali equilibri apportino positività a tutto il sistema. «Perciò la persona per la Pedagogia Clinica è la vitale e funzionale cellula sociale a cui devono essere riconosciuti i diritti propri di una primordiale e fondamentale cellula della società, a cui la Pedagogia Clinica si rivolge con il dominio dell’educazione che le è proprio, sostenuta con solide basi che la caratterizzano, apertae in grado di assolvere agli scopi della vita reale» (Ibidem). Andando oltre l’etimologia della parola troviamo una concezione positiva del termine nelle riflessioni di Boezio. Il filosofo romano nel Contra Eutychen et Nestoriu, partendo dalla consapevolezza che il termine latino di persona – personare, formato da per- cioè attraverso e -sonare, ossia risuonare – fosse meno appropriato rispetto al termine in lingua greca, richiama il senso della maschera del teatro greco per legittimarne l’uso anche al di fuori delle commedie e tragedie. La concezione del filosofo e senatore romano – persona est naturae rationabilis individua substantia – trova sponda nel termine greco ὑπόστασις, dunque sostanza sussistente (Flores d’Arcais, 1982, s.v. “Persona”).
Sostanza sussistente, non dunque una “maschera”, un sottomesso, bensì l’esser-ci, il richiamo all’aspetto ontologico. Una posizione che apporta un elemento positivo rispetto al concetto di persona e che contiene l’essenza del pensiero pedagogico clinico– come precedentemente esposto – rispetto a questo lemma. Infatti, il termine persona per la Pedagogia Clinica richiama le caratteristiche qualitative dell’individuo, cioè l’unicità e la globalità, evidenziando il valore della relazione dialogica Io-Tu; l’essere “persona” in relazione con il mondo, protagonista di vita. Un lemma che si oppone e distingue da quelli di paziente e cliente (Pesci & Mani, 2022, s.v. “Persona”) e perciò scelto e adoperato da questa scienza.