di guido Pesci
Pedagogista Clinico®

La Pedagogia Fantasmagorica®, ausiliaria della Pedagogia Clinica ci ha condotto ad apprendere dalla parola e le immagini delle popolazioni dei Sumeri sorprendenti elaborazioni immaginativo fantasmatiche, quelle stesse che hanno aiutato l’uomo sumero ad affacciarsi con la mente ad un mondo di conoscenze, sostenuto dai pensieri e dagli impulsi alla curiosità sugli eventi, e a tradurre e comunicarli attraverso la parola, da bocca a orecchio. Nella traduzione verbale sono presenti fiabe e poemi, fiabe narrate mentre si svolgevano lavori comuni nei campi, attorno al focolare, mentre si filava o si pescava, nelle aie e nelle stalle ed avevano grande importanza per la vita della comunità. Si tratta di fiabe di origine popolare, tramandate a voce di generazione in generazione per lunghi secoli in cui non mancava la caratteristica peculiare dell’elemento fantastico e magico, descritta la vita della povera gente, le sue credenze, le sue paure, pur sempre con un lieto fine. I poemi venivano esposti in lingua orale da maestri che conoscendo a memoria ogni strofa, aprivano la loro biblioteca sul mondo a quanti li incontravano nelle piazze e in più ridotti gruppi di ascolto, e che, tenuti in grande considerazione avevano il compito educativo di aiutare l’uomo a crescere, offrendo in eredità una verifica del percorso seguito scoperto dal raffronto con una precedente condizione di conoscenza. Ai millenni in cui si comunicava da bocca ad orecchio i Sumeri hanno poi provveduto anche a trascrivere i loro narrati in lingua accadica con caratteri cuneiformi, la lingua degli Accadi, a partire dal 2600 a.C.; sono poemi che narrano le gesta delle divinità che si esprimevano nella triade formata da An, dio del cielo, riconosciuto nei simboli della volta celeste, del “grappolo di datteri” e della spiga, emblema della primavera, della natura che si risveglia, simbolo di rinascita quindi, segno di speranza e di futuro, di Enlil dio della terra, e Enki, dio della saggezza, oltre a tanti altri dei. Poemi epici recitati, come le preghiere “a mano alzata”, accompagnati da strumenti musicali; narrative mitologiche che raccontano il mito di Adapa sacerdote e figlio del dio Ea che ha ricevuto dal padre la saggezza, che tra i compiti ha quello di fare il pane e di offrirlo, spezzato assieme all’acqua, atto in onore di suo padre con cui si esprimeva in senso figurato di “mangiare assieme”, dal significato di azione sacra, nutrimento dell’anima; un testo mitologico ricco di simboli tra cui quello di pescatore la cui azione del pescare resa come trasposizione della ricerca spirituale che si accompagna a concentrazione, raccoglimento, vittoria e ringraziamento a dio, e i pesci pescati che venivano associati alle divinità dell’amore, della fertilità, e dell’olio come ospitalità.
I poemi sumeri porgono all’uomo con la parola scritta validi corrispettivi fantasmagorici a conferma del potere formativo dell’immagine tratta dagli intrecci narrativi. Significativi i poemi si devono al re Assurbanipal (669 a.C.-628 a.C.) il quale fece raccogliere dai suoi scribi, in un unico volume, tutti i racconti mitologici che parlavano di Gilgameš figlio della dea Ninsun e del re di Uruk Lugalbanda, eroe dell’epica mesopotamica, scritti in caratteri cuneiformi intorno al 2000 a. C.. In questo poema si leggono le gesta del divino eroe Gilgameš il quale appassiona i giovani maschi alle attività ludiche e marziali, propone alla prostituta sacra di iniziare al sesso l’uomo perché si distacchi dal mondo ferino di animale selvatico e si avvicini a quello degli uomini, affronta nella foresta dei cedri il divino guardiano, cedro che simboleggia la durevolezza e la longevità, si scontra con il Toro Celeste, simbolo di una forza penetrante e della potenza virile, supera la montagna protetta dagli uomini-scorpione che simboleggiano la minaccia di morte, raggiunge nel profondo degli abissi la “pianta della giovinezza”, e la prende allo scopo di portarla ai vecchi della sua città per farli tornare giovani, ma si ferma per purificarsi con l’acqua di una pozza e, posata la pianta a terra un serpente, simbolo dell’eterno ritorno, la mangia rinnovando in questo modo la sua pelle, obbligando gli uomini al loro inevitabile destino. È un poema sulla crescita, che narra delle avventure adolescenziali fino alla maturità, e che ben traccia la linea di congiunzione fra il pensiero e il sentimento il cui rapporto interessa le implicazioni perfezionanti e maturanti nei confronti della sfera affettivo-volitiva.

error: Contenuto protetto !!