di Luca Fabbri
Pedagogista Clinico®

Bereshìt – בראשית – è una parola ebraica che ha assunto un notevole peso dato che è la prima parola della Bibbia, il cui significato è: in principio. In senso temporale indica l’inizio di qualcosa. In senso sapienziale indica ciò che sta alla base, il fondamento di qualcosa, il principio che regola l’essenza e la potenza nel suo divenire. Senza scomodare l’aspetto ieratico del termine, vorremmo qui richiamare la necessità di disquisire e dissertare in merito alla genesi della Pedagogia Clinica in quanto scienza; poiché coglierne le origini costitutive, il contesto storico nel quale si è sviluppata a sua epistemologia, il fermento culturale e scientifico nato in risposta agli interrogativi degli anni ‘60, sono per noi fattori di garanzia. Assicurazione non solo di un approccio epifanico nei confronti di questo sapere, ma anche strumento per comprendere l’avallo per restare all’interno della scienza da parte di quel continuo fervore mosso in risposta alle infinite occasioni-stimolo dell’oggi. Un fermento che, leggendo i vari scritti prodotti da Guido Pesci, ma non solo, segna anche dei passaggi e dei cambiamenti – ad esempio a livello lessicale, a livello di metodi e tecniche – che vengono però definiti e illustrati in continuità con queste origini.
Nel lavoro di ricerca si sono riscontrate paternità varie, presunte, putative, che hanno aperto a  biforcazioni definibili eterodosse. Nuove vie nelle quali più che ravvisare motivazioni scientifiche, di cura e interesse verso la persona, si nota il ripercorrere strade già tracciate da altre discipline. Una siffatta realtà porta ad inficiare l’epistemologia della Pedagogia Clinica , che, così connotata perde la sua scientificità.
Il processo fondativo che ha generato il distinguo di questa scienza dalla Pedagogia Generale e dalla Pedagogia Speciale si rinviene – partendo dagli scritti prodotti dal professor Pesci, da Milena Bargellini e di quanti formavano il Movimento dei Pedagogisti Clinici, e più tardi dall’Associazione Nazionale Pedagogisti Clinici (ANPEC) – nelle inquietudini della società degli anni ’60 e nel desiderio di offrire alla persona nuove attenzioni educative e nuovi rispetti. Nel decennio successivo, il contributo degli ortopedagogisti, seppur significativo, continuava tuttavia a permanere, secondo Pesci, all’interno di un approccio sanitario (Pesci, 2008b). Una modalità che, per alcuni ortopedagogisti, non era la risposta adeguata ai bisogni degli individui che continuavano ad essere isolati, racchiusi in microcosmi pensati e costruiti al di fuori della realtà e della società in una “attenzione” e in “misura” della disabilità. Ambienti artificiali nati da un interesse esclusivo al deficit e dimentichi dell’essere umano, visto dunque solo come paziente e non in quanto persona educabile; se non nel quadro di un’istruzione improntata sulla ripetizione infinita di esercizi da riprodurre ed eseguire automaticamente, disumanizzati, depersonalizzati.
Un artificio che rendeva il soggetto con deficit inconsapevole, puro esecutore, un addestrato al compito (Ibidem). Nel contesto descritto si muovono la ricerca e la riflessione di tanti studiosi che puntano ad una cura diversa, recuperando i principi vygotskijani incentrati sulla qualità della persona; un individuo riconosciuto in quanto res sacra, richiedente un approccio di tipo qualitativo e non quantitativo e classificante (Ibidem).
Il percorso che ha portato alla nascita della Pedagogia Clinica vide il suo inizio – secondo Corrado (2010), Pesci (2008b; 2012), Bargellini (s.d. – c; s.d. – e) e altri – a Firenze quando, presso la Badia Fiorentina, il gruppo di studiosi di cui faceva parte anche Guido Pesci iniziò ad incontrarsi con figure di alto rilievo quali Giorgio La Pira, padre Ernesto Balducci, padre Nesti, Pistelli e Don Lupori; personaggi di spicco che diedero vita a quello che sembra rappresentare un “nuovo umanesimo fiorentino”.
Uno sfondo nel quale ha trovato fondamenta la Pedagogia Clinica , non a caso definita da Corrado disciplina del Nuovo Umanesimo (Corrado, 2010). Pesci racconta come i valori e i principi culturali, filosofici, teologici e scientifici che animavano tali protagonisti erano mossi dalla necessità di cambiamenti, di rinnovamenti sul piano sociale, culturale, educativo tanto da coinvolgere anche docenti universitari tra i quali i professori Comparetti, Talamucci, Lombardi, Bonistalli e Anna Pesci; oltre ai confronti e contributi di importanti esponenti della cultura e della scienza fiorentina quali il Borghi, la Ricciardi Ruocco e il De Sanctis (Pesci, s.d. – a). Una genesi che in risposta alla necessità di rinnovamento trovò espansione in un movimento culturale incentrato sulla difesa della vita, sull’educazione, sul “risveglio” in favore di una società più giusta e una vita comunitaria di spessore. Un fermento che coinvolgeva voci diverse, istanze a volte dissonanti e vivaci, idee simili, professionisti laureati in discipline diverse (Pesci & Mani, 2022, s.v. “Pedagogia Clinica (Genesi)”). Un gruppo eclettico che, secondo Pesci (2008b), ha dato vita a una nuova scienza fondata sull’eclettismo.§
L’eco alla quale puntava il Movimento denunciava i pregiudizi sulle differenze, la disattenzione verso le situazioni di emarginazione, disabilità; chiedeva a gran voce un recupero di una visione antropocentrica secondo una concezione di equilibrio – lontana da ideologie quali il nichilismo e l’individualismo e dalle mortificazioni all’individuo – in un focus di relazioni dialogiche umane e umananti, secondo occasioni volte alla sensibilizzazione e ad un agire concreto, non ideologico. Un lavoro di ricerca e studio nato dalla necessità di uscire dalla logica che vedeva la persona come un paziente, un “diversabile”, un soggetto ridotto alla sua patologia, un individuo bloccato in spazi appositi (ad esempio le “scuole speciali”); un’attività promotrice di una opposizione ferrea alla logica assistenzialista e sanitaria, fondata sulla visione patologica-terapeutica della persona vista come (s)oggetto deficitario (Pesci, s.d. – a). Una società incentrata su attenzioni educative nuove nei confronti di ogni persona nella sua singolarità e globalità e che richiedeva inevitabilmente dei cambiamenti sostanziali. Pesci narra che siffatte considerazioni, riflessioni, pensieri trovarono nel Cenacolo del Centro Studi Antiemarginazione di Firenze il proprio humus.
Dal materiale di studio raccolto si può constatare che tale fertilità fu quella che portò nel 1974 alla formulazione di un nome per quella che era diventata e stava diventando una nuova scienza, frutto dell’incontro e della ricerca di espressioni plurali grazie alla presenza di ortopedagogisti, medici, sociologi, letterati, filosofi, pedagogisti (Pesci & Mani, 2022, s.v. “Pedagogia Clinica (Genesi)”). Una definizione e dichiarazione frutto perciò di incontri e di un percorso che precedono il 1974, tuttavia a tale anno viene ricondotto l’inizio formale di questa nuova scienza, in quanto è in tal momento che viene raccolto e strutturato epistemologicamente quanto in precedenza elaborato, discusso, studiato. Un anno nel quale lo stesso Bonistalli riconosce esservi stato un maggior impegno costruttivo che portò alla definizione della costituzione del Movimento dei Pedagogisti Clinici oltre all’attribuzione del nome alla nuova scienza.
Pertanto ciò che emerge dagli scritti di Guido Pesci e dei suoi compagni dell’epoca è che il nome e la struttura furono definiti in questo momento, ma la genesi culturale è precedente di alcuni anni (Pesci & Mani, 2021). Una nuova identità formalizzata dal professor Guido Pesci nel nome di Pedagogia Clinica – per la scienza – e di Pedagogista Clinico® – per il professionista – e accolta da quanti presenti nella riunione del Cenacolo Antiemarginazione (Ibidem; Pesci, 2005, p. 11; Mani, s.d. – a; s.d. – b; Bargellini, s.d. – a; s.d. – b), come narrato dalle stesse parole del professor Pesci: «nel 1974, a seguito delle riflessioni emerse in una riunione di magistero nel nostro Cenacolo, proposi di seppellire l’ortopedagogia, ormai considerata superata, obsoleta, e perfino motteggiata con l’appellativo di “pedagogia dell’orto”, per dare vita alla “Pedagogia Clinica” la nuova scienza, una disciplina autonoma, capace di promuovere quel cambiamento significativo voluto dal dibattito in cui ebbi modo di definire l’accezione di clinico nel senso di “aver cura”, interessamento, premura e considerarlo il focus dell’elevazione e della solerzia di questa dottrina chiamata a rispondere alle esigenze delle persone di ogni età e dei gruppi con interventi di aiuto per mezzo di attenzioni educative» (Pesci, 2008b, p. 22).
Una nuova denominazione frutto della necessità di risposte nuove sia a livello scientifico che professionale.

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