di Marta Mani
Pedagogista Clinico®

A volte appare impossibile poter intervenire ed essere utili a soggetti con gravi disabilità, nei confronti dei quali spesso si assiste più ad un accanimento diagnostico che ad un impegno rivolto a garantire esperienze idonee a integrare quelle pur minime potenzialità presenti. Frequentemente, sono tanti e tanto artificiosi i tentativi di approfondimenti diagnostici che nel gioco delle attestazioni si elargiscono definizioni di patologia le più varie per uno stesso soggetto dimostrando di non saper riconoscere la persona che si esprime.
Una situazione che tipicizza queste affermazioni è quella di un soggetto attestato con “Ritardo nelle acquisizioni psicomotorie”, poi definito con “Disturbo relazionale associato ad un possibile ritardo mentale”, cui ha fatto seguito un “Ritardo globale dello sviluppo con patogenesi imprecisata” e pure “Ritardo cognitivo grave, disfasia, impaccio motorio generalizzato” con una dichiarazione di supporto in cui si legge che “il soggetto non è suscettibile di variazioni in rapporto ad interventi riabilitativi e di sostegno”. Se vogliamo inoltrarci a dare indicazioni sugli impegni operativi assunti in aiuto di questa persona è indispensabile qualche obbligato chiarimento.
Un soggetto con ritardo nelle acquisizioni psicomotorie? In tal caso occorre precisare che l’acquisizione di abilità psicomotorie riveste una notevole importanza nello sviluppo della persona. Il movimento si espone con la nascita e si esplicita progressivamente nel tempo. L’adattamento si compie con una integrazione continua dei movimenti necessari al realizzarsi di un atto volontario, il bambino a poco a poco arriva a collegare le rappresentazioni alla motricità e con la prima manifestazione evidente dell’apprendimento giunge alla formazione di movimenti automatici in vista di un adattamento pratico fino a divenire struttura complessa di alto valore espressivo e comunicazionale. Nel caso di una persona con ritardo psicomotorio l’evoluzione appare proseguire più lentamente e caratterizzarsi in rigidità, maldestrezza, goffaggine, scarsa abilità o incapacità a realizzare il piano di esecuzione di una azione o ad eseguire operazioni a comando. Tanti aspetti che devono essere analizzati e per ciascuno trovare spiegazioni che sole possono dare orientamenti utili ad un intervento di aiuto.
In una diversa attestazione si parla di ritardo psicomotorio generalizzato e si fa riferimento alla presenza di una disfasia che prima evidentemente era stata almeno sottovalutata, una difficoltà non certo di poco conto e che frequentemente si presenta assieme al ritardo psicomotorio a causa di un ritardo evolutivo generale. Quel ritardo evolutivo che spesso obbliga questi bambini ad esprimersi con la sola parola-frase, con baby talk, sono soggetti insufficienti nell’analisi degli engrammi percettivi e motori che caratterizzano il codice del linguaggio, e con una scarsa capacità nella percezione e nella realizzazione delle parole di legamento e delle desinenze.
Le caratteristiche peculiari della disfasia sono: limitata comprensione del linguaggio parlato, alterazioni nella discriminazione percettivo-uditiva, disfunzionalità bucco-linguali, alterazioni della frequenza e del ritmo respiratorio così come ogni altra organizzazione ritmica, disordini elocutori che con povertà di vocabolario portano ad inesattezze e confusioni nell’uso, strutturazione della frase con inversione d’ordine delle parole, agrammatismo, verbi mal usati o usati all’infinito, incapacità di realizzare un discorso con una giusta successione logico-temporale, espressione cinetica goffa e impacciata, compresa la motricità fine delle mani e delle dita, disagi emozionali – affettivi e alterazioni comportamentali. Condizioni derivate da un rallentamento, un arresto o una regressione nell’evoluzione con un conseguente mancato rispetto delle fasi dello sviluppo, causato da fattori ambientali ed emotivo – affettivi che è imperativo conoscere fuori da ogni confusione possibilistica. Questi, e non solo, i tanti aspetti che chiedono di esser riconosciuti da una analisi clinica, senza trincerarsi dietro il semplice appellativo di disfasia.
Tra le varie attestazioni a cui si sono appellati troviamo anche un ritardo globale dello sviluppo da utilizzare quando un bambino ha rimandato il conseguimento di uno o più aspetti dello sviluppo implicabili ad un ritardo significativo almeno in due o più campi: motricità fine o grossolana, linguaggio, intelligenza, abilità sociali o capacità personali di applicarsi alla vita di ogni giorno. Un ritardo stimato essere comune al 1-3% dei bambini con meno di cinque anni, le cui possibili cause sono in gran numero e la diagnosi precoce risulta essere assai importante, considerato che sono molte le patologie che possono causare un ritardo globale dello sviluppo e che chiedono un doveroso distinguo. Aspetti che non possono esser confusi né disattesi.
L’impaccio psicomotorio viene definito generalizzato, viene appellato un ritardo globale nello sviluppo, un interesse sulla vita di relazione del soggetto che porta ad attribuire un disturbo relazionale associato ad un possibile ritardo mentale.
Il termine disturbo relazionale non appare in nessuna classificazione nosografica sappiamo che troverà una sua collocazione nella quinta versione del Manuale Diagnostico Statistico dei Disturbi Mentali, del 2010. Qui evidentemente viene impiegato per indicare problemi relazionali generici oppure una difficoltà generalizzata nello stare in interazione o in relazione con gli altri. In tal caso si tratta di soggetti in sofferenza emotiva che impedisce lo stare alle regole, che struttura irrequietezza, oppositività, prepotenze e prevaricazioni, una difficoltà nella gestione delle emozioni che altrimenti può provocare inibizione emotiva, disagi per la separazione, una ricerca di un rapporto esclusivo, isolamento, mancanza di interesse. Una difficoltà che assegna disagi e disordini espressivi, implicazioni negli apprendimenti in cui le componenti affettivo-emozionali e cognitive si influenzano tra loro.
Per quanto concerne l’attestazione di ritardo mentale essa viene intesa come una condizione caratterizzata soprattutto da una compromissione delle abilità che generalmente si manifestano durante il periodo del primo sviluppo ovvero abilità cognitive, linguistiche, psicomotorie e sociali che si traducono in modi assai diversi a seconda della gravità e degli individui. Non essendo l’intelligenza una caratteristica unitaria essa deve essere valutata in base ad un ampio numero di abilità più o meno specifiche. Per una diagnosi di ritardo mentale occorre che la compromissione intellettiva determini una ridotta capacità di adattarsi alle richieste quotidiane di un ambiente sociale. La definizione di ritardo mentale, elaborata nel 1983 dall’American Association on Mental Retardation e fatta propria dal DSM, fa riferimento solo in parte al concetto multidimensionale di intelligenza e comprende tre aspetti principali: livello di funzionamento intellettivo generale sotto la media (misurato con test di intelligenza standardizzati), l’incapacità o la difficoltà di adattamento, l’insorgenza entro i 18 anni. In particolare per effettuare una diagnosi di ritardo mentale le abilità intellettive inferiori alla media devono coesistere con limitazioni in due o più delle seguenti aree di abilità adattive: comunicazione, cura di se stessi, abilità domestiche, abilità sociali, capacità di utilizzo delle risorse comunitarie, autonomia, abilità nel provvedere alla propria salute e sicurezza, abilità accademico-scolastiche, abilità relative alla gestione del tempo libero, abilità lavorative. Le cause di tale ritardo possono essere di vario tipo: cromosomiche e genetiche (Trisomia 21, Sindrome di Klinefelter, Sindrome di Turner, microcefalia, macrocefalia, ipotiroidismo congenito), biologiche, prenatali (infezioni in gravidanza, incompatibilità Rh, assunzione di farmaci teratogeni, droghe o alcol, irradiazioni in gravidanza, malnutrizione in gravidanza), perinatali (prematurità, asfissia o ipossiemia, herpes genitali materni, trauma cranico), postnatali (meningite, encefalite, traumi cerebrali, anossia, malnutrizione) e ambientali.
Ci sono poi i fattori ambientali che possono incidere negativamente sulle espansioni delle abilità.
Ben sappiamo che il ritardo mentale è classificato secondo i livelli di Quoziente Intellettivo (Q.I.) determinati attraverso test intellettivi standardizzati e somministrati individualmente. Va precisato, e spesso può accadere nella pratica clinica, che non sempre è possibile avere una stima numerica esatta relativa al Q.I., vista la bassa età dell’individuo e le capacità linguistiche non ancora emerse perciò, ad integrazione, per valutare le abilità cognitive, psicomotorie, sociali e relazionali, ci si avvale del metodo osservativo.
In base al grado di dotazione cognitiva, autonomia personale, capacità sociali e comunicative e, più in generale, al quoziente intellettivo, si suddivide il ritardo mentale secondo le seguenti fasce: Ritardo mentale gravissimo o profondo (QI < 20 o 25), Ritardo mentale grave (QI da 20-25 a 35-40), Ritardo mentale moderato (QI da 35-40 a 50-55), Ritardo mentale lieve (QI da 50-55 a 70). Quando il QI non è ottenibile per la mancata collaborazione del soggetto ai test standardizzati, ma si presume essere inferiore al valore limite di 70 si dovrebbe parlare di ritardo mentale di gravità non specificata.
Dai richiami di questi distinguo si comprende che inquadrare la complessità delle patologie e promuovere una corretta attestazione non è facile specie quando la diagnosi nosografico-classificatoria viene agita in un rapporto occasionale finalizzato a stilare etichette che permettono solo di vedere la persona come un insieme di inabilità, senza aprire alcuno spiraglio sulle Potenzialità, Abilità e Disponibilità (PAD) a cui si affida il Pedagogista Clinico®.
Con tutte queste tipologie dedotte dalla semplificazione convenzionale delle sindromi e dei deficit, ma senza peculiarità sui comportamenti fluidificati dallo sviluppo psicologico di un soggetto concepito in termini di epigenesi interrelazionale si è presentato al nostro Centro Stefano.

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