di Luca Fabbri
Pedagogista Clinico®

Nello studio di un Pedagogista Clinico® è presente un tavolo che ha come caratteristica quella di essere di cristallo. Una scelta legata non a un vezzo, una moda, bensì al fatto che questo materiale è simbolo di limpidezza, di purezza, di trasparenza. Un oggetto carico di imagos, dal carattere anche fantasmatico, capaci di attivare nella persona riflessioni significative. Il cristallo rappresenta l’unione dei contrari in quanto nonostante sia materia nella sua qualità di essere trasparente dà l’impressione di non averla. Un materiale che esprime il piano intermedio tra visibile e invisibile (Chevalier & Gheerbrant, 1969/2018, s.v. “cristallo”), la cui trasparenza, il suo essere διαϕανής, permette di vedere attraverso. È ciò attraverso cui si vede, è ciò che facilita nella persona la perspicuità (durch-sichtig) su di sé, trasformando la trasparenza del medium in strumento abile nel coinvolgere e trasformare la persona da spettatore ad attore. La trasparenza del tavolo sposta il riflesso da passivo ad attivo grazie a quell’essere dïàfano che come nel Fedone di Platone è piena luminosità, assenza di opacità (Filippi, 2021).
Il tavolo di cristallo, proprio nel suo essere trasparente permette alla persona di non fermarsi all’oggetto ma di attivare la riflessione su se stessa. La cristallinità dell’oggetto differisce dalla siepe di Leopardi «che da tanta parte / dell’ultimo orizzonte il guardo esclude», non blocca anzi lascia spazio allo sguardo su di sé, alla propria riflessione. Il tavolo di cristallo sostiene uno sguardo che non ha bisogno di fuggire nell’immaginazione, come narrato da Leopardi («Ma sedendo e mirando, interminati / spazi di là da quella, e sovrumani / silenzi, e profondissima quiete / io nel pensier mi fingo, ove per poco / il cor non si spaura»), poiché la diafonia del tavolo permette alla persona di riflettere su se stessa. La trasparenza del tavolo è come l’«aperta finestra vitrea et perlucida» che lascia vedere il mondo (Filippi, 2021); alla stessa stregua della finestra simbolo della trasparenza per Alberti, così è il tavolo di cristallo, la sua presenza è percepita solo in qualità di sollecitatore che permette alla persona di giungere, di vedere al di là, di non fermarsi all’apparenza ma di andare oltre, a quell’essenziale invisibile agli occhi che diviene visibile al soggetto. Il tavolo di cristallo permette alla persona di ri-flettere se stessa, un riflesso che è diverso dal rimando dello specchio che può trasmettere un’immagine di se stessi mendace, incompleta, legata più a un’ apercezione che a una percezione e conoscenza piena. La riflessione promossa dal binomio della trasparenza del tavolo assieme alle sollecitazioni favorite dal Pedagogista Clinico® grazie al sostegno derivante dal metodo Reflecting® si differenziano dal solo rispecchiarsi, atto che condurrebbe invece la persona alla morte, alla sua mancata conoscenza così come accade al dio Dioniso, sbranato «perché intento a “guardare fissamente” la propria immagine “nello specchio straniante”» (Curi, 1995, p. 65). Una fine, quella del dio greco, attinente a questa sua attitudine di vedere senza guardare e che propone nella forma che assume il suo supplizio proprio questa ambiguità, doppiezza e finzione espresse dall’esoptron in quanto «al tempo stesso simbolo dell’illusione (perché falsa [nothon] è la forma [eidos] in esso riflessa), ma anche simbolo della “adeguatezza alla perfezione intuitiva dell’universo”. [… Uno smembramento che diviene] carattere epifanico [… in quanto capace di liberare Dioniso dallo …] straniamento [che lo …] riveste, ove l’”intero” assoggettato alla “divisione” sia già in se stesso intrinsecamente scisso. Lo sparagmos aletheuei – lo sbranamento – rivela l’indole già da sempre “divisa”, “plurale”, del polyonoma, ne manifesta la molteplicità, esteriorizza nella frammentazione dei disiecta membra l’intima molteplicità del dio che raccoglie in sé tutte le contraddizioni. Nel caso di Dioniso, lo sparagmos non interviene in seguito alla contemplazione della propria immagine allo specchio ma coincide con tale visione […]» (Ivi, pp. 66-67). La persona spesso non trova la via per riflettere su se stessa in quanto smarrita nella strada della propria conoscenza, contraddistinta dalla frantumazione, dall’essere smembrata, rivolta a un’immagine di sé distorta, deformata dalla finzione. «Eidolon e non eikon è l’immagine ri-specchiata, poiché dunque essa in quanto mero “riflesso” è “mendace” e non “veridica”. Lo specchio inganna de-forma, illude. L’esoptron invece rivela, manifesta, esprime l’unica conoscenza che sia concessa all’uomo» (Ivi, p. 69). Il riflettere della nuova maieutica promossa anche con l’ausilio del tavolo di cristallo facilita nella persona: il vedere dentro sé, il percepire il proprio giardino interiore, la propria immagine veritiera, la conoscenza di sé.
Conoscenza di sé che nella profezia di Tiresia su Narciso parrebbe essere qualcosa da rifuggire pena la fine della propria vita. Il «Si se non noverit» di Tiresia non è il contraddittorio del santuario delfico – γνῶθι σαυτόν – in quanto la non conoscenza di sé necessaria affinché Narciso possa avere una longa senectus è legata alla qualità del conoscere se stessi. La conoscenza che porta Narciso a soccombere è una mancata sapienza, che conduce questo personaggio mitologico ad essere incapace di guardare l’alterità se non quale proiezione di sé. Una persona incapace di riconoscere l’altro è negazione della propria ontologia e dunque avviata verso la propria condanna a morte. Il tavolo di cristallo è, invece, strumento stimolo di biofilia che porta la persona a conoscere il vero sé, la propria identità, la personale essenza e il suo essere cellula-sociale (Pesci, 2022a; 2022b), soggetto dialogico.
Il tavolo di cristallo diviene come la nave di Ulisse, che è stata lo strumento per intraprendere un viaggio che ha condotto il figlio di Laerte a vivere la realtà, a distinguere tra le sollecitazioni che alla fine lo ricondurranno a Itaca rispetto agli inganni di Circe o delle Sirene. Così come il Re di Itaca è riuscito a liberarsi dagli incantesimi autoillusori e in distinguo da Narciso che si allontana dalla tangibilità per inseguire i fantasmi del non essere (cfr. Ivi, p. 97), questo strumento del Pedagogista Clinico® aiuta la persona a stare nella propria realtà, a non morire. Difatti «Narciso muore […] perché […] egli si vede, conosce se stesso come riflesso. Questa anaghnorisis lo condanna, questo riconoscimento non lo redime, ma gli proibisce di vedere una longa senectus. Una volta che si sia dissolto ogni inganno, nel momento in cui lo specchio abbia reso visibile ciò che in precedenza era nascosto, l’esito luttuoso diventa inevitabile. Conoscersi equivale a morire» (Ivi, p. 100). L’archetipo culturale di Narciso presenta il medium come l’occasione di trovarsi davanti alla propria immagine riflessa, un riverbero “torbido”, una dinamica riflessiva che porta alla perdizione. Il tavolo di cristallo è un medium differente in quanto non è posto davanti alla persona che viene lasciata sola, bensì sostenuta nel suo riflettere che è personale e per se stessa ma stimolato attraverso il Reflecting®, così da portare il medium a essere una rappresentazione della trasparenza come definita da Alberti nel De Pictura: «un’“aperta finestra vitrea et perlucida” – simbolica trasparenza che lascia vedere il mondo». Il medium è qui diafano, che non viene visto per se stesso – ossia in quanto oggetto di arredo – ma elemento connettivo tra la persona e se stessa (Filippi, 2020). Il tavolo di cristallo difatti ha la riconosciuta capacità di attirare e amplificare vibrazioni purificatrici e risanatrici, non assorbe bensì riflette permettendo di veicolare tutti i codici semiologici, permettendo di parlare alla persona e di raggiungerla con segni intenzionali, essendo da mediatore della relazione, essendo capace di far giungere i messaggi in assenza di ostacoli, facilitando la fluidità e la continuità di pensiero nella persona che parla e riflette (Pesci, 2008a; Pesci & Mani, 2021, s.v. “tavolo di cristallo”; Pesci & Viviani, 2021, pp. 134-135; Mani, s.d.; Piemontese, s.d.). Un “potere” luminoso quello della trasparenza riconosciuto: nelle varie vicende degli eroi dell’Oriente o dell’Occidente che all’emergere dalle tenebrose foreste incontrano palazzi di cristallo; oppure nella realtà degli sciamani dove le le pietre di luce rappresentano strumenti della chiaroveggenza, del sapere, della conoscenza; oppure presso presso i Semang e i Dayak dove le pietre di luce aprono alla verticalità del pensiero, non più schiacciato su l’orizzontalità; oppure presso i Maya dove i frammenti di cristallo di roccia immersi in una coppa d’idromele servivano a risvegliare la coscienza (Chevalier & Gheerbrant, 1969/2018, s.v. “cristallo”).
Si coglie da tutto ciò il forte potere maieutico rivestito dal materiale scelto per il tavolo del Pedagogista Clinico® che qui sta in una relazione vis à vis con la persona. Questo medium è simbolo e imago di alleanza, di trasparenza, permette al Pedagogista Clinico® di veicolare con maggiore impressione ogni segnale-stimolo e farlo giungere alla persona per aiutarla a “volgersi dentro e indietro”, percorrere un passato nel quale può ritrovare i ricordi, vincere ogni pigrizia elaborativa, approfondire, esplorare il proprio mondo, scoprire i conflitti, gli impulsi, le proprie difese e motivazioni, comunicare i risultati delle esplorazioni, facilitare la lettura e l’elaborazione interpretativa delle immagini di sé, conoscere se stessa (Pesci, 2008a) senza che questa sia orientata, consigliata, giudicata.
Un cristallo che agevola il soggetto nella capacità di ampliare il proprio punto di vista, di vedere la realtà fino a quel momento disattesa, ignorata, promuovendo nell’intervento di aiuto l’acquisizione della consapevolezza di non essere imbecille, dalla sua derivazione di baculum (bastone), cioè la metaconsapevolezza di non aver bisogno di un bastone in quanto autonomi, abili nel generare un pensiero critico, profondo, consapevoli del proprio vissuto (cfr. Piemontese, 2022).

Bibliografia

Curi U. (1995). Endiadi. Figure della duplicità. Milano: Raffaello Cortina Editore.
Chevalier, J., Gheerbrant, A. (2018). Dizionario dei simboli. Miti, sogni, costumi, gesti, forme, figure, colori, numeri. Milano: BUR. (Originariamente pubblicato nel 1969).
Pesci, G. (2008). Il tavolo di cristallo. Reflecting e la nuova maieutica. Roma: Edizioni Scientifiche Ma.Gi.
Pesci, G., Mani, M. (2022). Dizionario di Pedagogia Clinica. Roma: Armando Editore.
Pesci, G., Viviani, A. (2021). Pedagogia Clinica. Scienza avvalorata dal Reflecting®. Roma: Armando Editore.
Mani, M. (s.d.). Pedagogista Clinico® Professione che richiede l’uso del tavolo di cristallo. https://clinicalpedagogy.com/professione-che-richiede-luso-del-tavolo-di-cristallo/ 
Pesci, G. (2022a). La latenza pedagogica – Viaggio verso i luoghi nascosti della formazione. Pedagogia Clinica – Pedagogista Clinico®. 46 (1), XXIII, 16-20.
Pesci, G. (2022b). Pedagogia Clinica e cellula sociale. Pedagogia Clinica –Pedagogista Clinico®. 47 (2), XXIII, 2-4.
Piemontese, O. (2022). Tavolo di cristallo: trasparire la realtà. Pedagogia Clinica – Pedagogista Clinico®, 47 (2), XXIII, 24-27.
Piemontese, O. (s.d.). Il setting del Pedagogista Clinico® è riconoscibile dal tavolo di cristallo. https://Pedagogistaclinico.eu/il-setting-del-Pedagogista-clinico-e-riconoscibile-dal-tavolo-di-cristallo/
Alberti, L. B. (2012).  De Pictura. Firenze: Polistampa.
Filippi, E. (2020). Narciso nel Quattrocento: percezione, conoscenza, arte. Rivista di estetica, 73, 96-117. https://journals.openedition.org/estetica/6786
Filippi, E. (2021). Il diafano. Una via di accesso alla teoria dell’arte di Leonardo da Vinci. In Cuozzo, G., Dall’Igna, A., Ferrari, S. Schwaetzer, H. (Ed). (2021). Pensiero Tecnica Creatività. Leonardo da Vinci e il Rinascimento. Sesto San Giovanni: Mimesis, 147-168.

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