di Gerardo Pistillo
Pedagogista Clinico®

In due articoli precedenti, La mano di Chirone. Il mito e le radici della Pedagogia Clinica (2020), pubblicato nel numero 43 della Rivista “Pedagogia Clinica -Pedagogista Clinico®”, e Il letto di Asclepio. Pedagogia Clinica e archetipi della Cura (2021), apparso sulla rivista online “EduClinica. Rivista Accademica di Pedagogia Clinica”, ho avuto modo di far luce sulle profonde radici della Pedagogia Clinica, sottolineando il saldo e ancestrale legame tra il complesso eterogeneo di pratiche di aiuto generatesi nel corso dell’antichità e il prodromico prendere forma, lungo le vie e i sentieri del Mito, dei principi costitutivi della nuova scienza educativa. In questa sede, proverò dunque a chiudere, in chiave epistemologica, un primo giro di riflessioni, avviato con l’analisi “archeologica” delle due figure mitologiche di Chirone e Asclepio, provando a delineare il profilo dell’identità di Ἀπόλλων. La figura di Apollo — in antichità, simbolo della bellezza e dell’armonia che scaturiscono dal fondo più oscuro dell’esistenza —, è da considerarsi quale fonte generativa del complesso sistema di cognizioni e pratiche che alimentano lo spirito profondo della Pedagogia Clinica, correlabili al costrutto, consustanziale a quello della Aver Cura, della conoscenza di sé. Più di ogni altro aspetto, il valore paradigmatico dell’importanza conoscitiva sottesa al culto del dio Apollo è certamente rappresentato dall’insieme delle antiche pratiche oracolari e divinatorie ad esso connesse. Raggiante e poliedrico, il dio che “guida le Muse”, dell’ispirazione feconda e della poesia, è stato definito anche “Pizio”, colui che ha sconfitto il serpente Pitone, e ancora “Febo”, “puro” e “splendente”, dio della luce, della bellezza e della musica, ecc. La mania profetica di Apollo, connaturata alla mania mistica indotta da Dioniso — in virtù di un legame ancestrale che, come intuito da F. W. Nietzsche e S. Freud, rimandava all’indissolubile connubio tra la sfera del “superficiale” e la sfera del “profondo” —, trovava la sua massima efficacia espressiva nel celeberrimo tempio eretto in suo onore a Delfi. La nascita dei gemelli Apollo e Artemide è legata all’unione di Zeus con Latona, che, perseguitata da Era — moglie del Signore dell’Olimpo –—, si ritroverà costretta a rifugiarsi e a partorire sulla “errante” isola di Ortigia, poi denominata Δῆλος, “la brillante”. Giunto a Delfi, Apollo — si narra — sconfisse il serpente Pitone e fece suo l’oracolo dell’antica divinità Temi. Come accennato nei due articoli menzionati in apertura, la figura di Apollo è strettamente connessa con quelle di Chirone e di Asclepio. Apollo affiderà infatti Asclepio, suo figlio, alle cure del centauro Chirone. Secondo la versione più diffusa, Chirone nacque dall’unione della ninfa Filira e dell’immortale Crono. All’atto di accoppiarsi con Filira, Crono assunse, al fine di sfuggire alla gelosia di sua moglie Rea, le sembianze di uno stallone. Secondo altre fonti, fu invece l’agognata ninfa, nel vano intento di sottrarsi alle avance di Crono, a trasformarsi per prima in giumenta. Mentre Crono, colto in flagrante da sua moglie, fu costretto a fuggire al galoppo, Filira — che sarà poi trasformata in tiglio — partorì il frutto della nuova unione sul monte Pelio. Tra i boschi della Tessaglia, il neonato visse a lungo in una grotta, dove anni più tardi — divenuto esperto, tra le altre cose, di medicina — si dedicò, con l’aiuto di sua madre e poi della ninfa Cariclo — figlia di Apollo e sua futura sposa —, all’educazione di dèi e di eroi, come Peleo, Achille, Eracle, Giasone, Medeio, ecc. mentre anche Apollo e Dioniso — si narra — avrebbero giovato dei suoi insegnamenti. Apollo si curerà dunque di far educare Asclepio, figura di cruciale importanza per la nascita della medicina e delle diverse pratiche di aiuto volte a promuovere l’impegno dell’uomo a favore dell’uomo, dal centauro Chirone. Secondo la versione dominante, il “sempre gentile” Asclepio sarebbe nato dal rapporto di amore tra Apollo e Coronide, figlia di Flegias, re della Tessaglia. Il dio Apollo, innamoratosi della bellissima fanciulla, la rese incinta. In seguito, fu messo al corrente dal corvo a cui aveva affidato in custodia Coronide del rapporto d’amore nato tra questa e il mortale Ischi. Irato per la notizia ricevuta, si lamentò con Artemide dell’accaduto, la quale decise di trafiggere Coronide con un “turcasso di frecce”. Mentre le fiamme stavano per avvolgere la pira su cui era disteso il corpo della donna, Apollo consentì ad Ermes di estrarre il bimbo dal grembo materno. Secondo un’altra versione, Asclepio fu invece partorito e abbandonato da sua madre sul monte Tizone, a seguito del viaggio che la donna aveva intrapreso con suo padre alla volta di Epidauro. Sul monte, certamente noto per la presenza di erbe dalle più svariate virtù curative, il neonato fu allattato da una capra, finché non sopraggiunse suo padre, il quale decise di affidarlo alle cure di Chirone per iniziarlo alla pratica delle arti mediche e della cura. Il luogo privilegiato in cui Apollo manifestava la sua presenza era da considerarsi come il centro del mondo: nell’ἄδυτον del tempio era infatti custodito l’ὀμφαλός, una pietra ricoperta da una rete di lana e ornata da piccole gemme, che Zeus, dopo aver ordinato a due aquile di determinare quale fosse l’ombelico della terra, volle porre nel punto esatto in cui queste si incontrarono. Come osservato da diversi autori e in particolare da P. Vandenberg nel suo libro Das Geheimnis der Orakel (1979), a Delfi, dopo av er inalato il profumo del fuoco alimentato in un braciere con legno di abete, con incenso, laudano e giusquiamo —, seduta su un tripode, in presenza della statua dorata, della lira e delle armi sacre del dio, operava la Pizia, donna incaricata di pronunciare, all’interno del tempio, gli oracoli. Proveniente dai ceti meno abbienti, era individuata un tempo tra le ragazze quindicenni e poi tre le donne vicine ai cinquanta, vale a dire tra le più dotate di facoltà medianiche. La Pizia trascorreva la notte precedente alla consultazione su un giaciglio di alloro. Prima di profetare, faceva un bagno nella fonte sacra Castalia, beveva l’acqua della sorgente Cassotide e masticava foglie di alloro. Deposto il suo mantello di porpora, adornata con un corto abito bianco, in uno stato di “invasamento”, da alcuni studiosi definito di “trance”, di “delirio” e di “rapimento estatico”, indotto dall’uso delle sostanze allucinogene — e, si pensa, dai gas che scaturivano da una fessura del pavimento —, tenendo tra le mani unfilo dell’onfalo e un ramo d’alloro, provvedeva quindi ad inviare messaggi con parole confuse che i sacerdoti incaricati avrebbero dovuto interpretare e riferire ai postulanti. A testimonianza del valore conoscitivo delle profezie oracolari, il pronao del tempio di Apollo recava incise, oltre ad una misteriosa lettera “ε” — secondo Plutarco traducibile come “se”, nel senso di “chiedo se” —, massime delfiche e precetti attribuiti a filosofi e saggi. In relazione alla necessità di contemplare la possibile sventura derivante dall’“impegno preso” e dalla naturale inclinazione a desiderare l’“impossibile”, ad essere assunti, al fine di richiamare i postulanti desiderosi di conoscere il futuro ad una sana prudenza e ad un ponderato equilibrio del sé, erano i precetti μηδὲν ἄγαν (“niente di troppo”) e γνῶϑι σεαυτόν (“conosci te stesso”). La Cura di sé — certamente rilevante nella filosofia di Socrate —, trova qui, innestata nel polimorfo intreccio generazionale del mito, un suo sbocco naturale, rinvenibile nella ricerca meditata di un equilibrio e di un limite che trovano riscontro nella “conoscenza del sé”. La postura richiesta a chi si accinge a farsi carico della propria vita è regolata dal principio della “giusta misura”: l’invito è a fuggire gli eccessi e ad abbandonare, nel divenire consapevoli del proprio essere caduchi e mortali, ogni pretesa di onnipotenza e di ὕβϱις. E certamente fondante è il riferimento della Pedagogia Clinica  al valore della conoscenza di sé, da ricercare e praticare con sobrietà e secondo misura: principio orientativo di una relazione educativa e di aiuto che pone a tema l’educazione della persona all’Aver Cura di-sé-e dell’altro. Il tema della Cura di sé, in relazione alla tecnica maieutica, che illumina e porta alla luce il sé oracolare e profondo, elemento distintivo della filosofia antica e della cultura classica, sarà poi ripreso da Michel Foucault. A ritornare nei suoi scritti sarà la definizione puntuale, sub specie educationis, del concetto di παϱϱησία: del “governo del sé” — o “τέχνη τεχνῶν” — e delle diverse “tecniche cliniche” e riflessive quali elementi fondanti, generativi e dinamici, che sono alla base dell’estetica di sé e dell’ἐπιμέλεια ἑαυτοῦ e che hanno contribuito ad alimentare il costrutto della Nuova Maieutica generata dalla Pedagogia Clinica.

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