di Rosi Galleni Fabbiani*

Secondo J. L. Moreno, creatore dello psicodramma, la spontaneità permette all’individuo di trovare soluzioni adeguate di fronte a situazioni problematiche, difficili o semplice­mente nuove ed inusuali, soluzioni che non rimangano allo stato di idea, ma si trasformano rapidamente in azione; questo fatto rende possibile una comprensione più profonda dei momenti vissuti, che coinvolge sia aspetti intellettuali che emotivi ed affettivi, integrati in un atteggiamento più attivo e partecipe rispet­to agli accadimenti esterni ed interni.
Questi elementi creativi e plastici, che permettono un adattamento flessibile e non alie­nante all’ambiente, fanno della spontaneità intesa in tal senso un elemento di primaria importanza nel corso del processo educativo; per favorirla, occorre creare le condizioni più adatte affinché possa esprimersi ed esercitarsi, trovando nel mezzo sociale la strada che porta alla conoscenza ed all’espressione della propria interiorità.
Il concetto di educazione è stato considerato nel tempo da diverse angolazioni, ma i criteri che prevalgono attualmente sono quello sociologico e quello biopsicologico: dal punto di vista sociologico, essa si propone di conservare e trasmettere la cultura, preparando le nuove generazioni a sostituire quelle adulte, che gradatamente si ritirano dalle funzio­ni attive della vita sociale; dal punto di vista biopsicologico, il suo scopo consiste nel portare l’individuo a sviluppare la propria personalità, tenendo conto delle sue potenzialità intrinseche.
In sintesi, educare (dal latino educare=condurre fuori) consiste allora nell’indirizzare ciò che è verso un’attualizzazione piena ed espan­siva, orientata nel senso della convivenza sociale, rispettando però sempre la realtà singola, affinché i bisogni individuali e quelli collet­tivi vengano rispettati. L’educazione deve ave­re un carattere dinamico, essendo molto di più di un semplice addestramento; educare non è preparare per ripetere nello stesso identico modo, ma preparare per applicare i frutti dell’esperienza passata alle nuove situazioni, che esigono delle soluzioni origina­li, ricordando che il presente non è mai esattamente uguale al passato. Gli sforzi del passato devono contribuire a risolvere le difficoltà attuali, così l’educazione è anche cumulativa, perché se non ci fosse alcuna continuità, ogni generazione dovrebbe reiniziare il proprio processo di acculturazione, che poi morirebbe con lei. Il dinamismo educativo è strettamente collegato con il processo sociale; le giovani generazioni non ricevono passivamente il patrimonio culturale trasmesso loro, ma lo rendono idoneo alle nuove necessità, dovute alle modifiche che ininterrottamente la società subisce nel corso del suo processo evolutivo.
Favorire lo sviluppo del pensiero creativo diventa così un importante mezzo di trasformazione, capace di promuovere un rapporto individuo-ambiente meno rigido, ove l’essere umane non sia più schiavo dei modelli culturali da lui stesso sviluppati.
La didattica moderna si è preoccupata di cercare vie alternative ai metodi tradizionali, che privilegiano la trasmissione delle conoscenze attraverso il linguaggio verbale, includendo” quelle attività esplorative ed espressive, che non trascurano la dimensione affettiva ed emotiva dell’apprendimento, la cui integrazione può permettere una comprensione più autentica e globale.
L’ambiente scolastico generalmente non favorisce l’espressione piena dell’attività del bambino e dell’adolescente; esso presenta delle caratteristiche chiaramente definite (le aule strutturate in modo rigido, il tempo misurato delle lezioni e della ricreazione, gli esami, le interrogazioni, etc.), ruoli fisi e peculiari vie di comunicazione, che lo rendono refrattario a qualsiasi tentativo di rinnovamento che non venga imposto dall’alto, per vie ufficiali. Questa limitazione si ripercuote sul­le funzioni intellettive ed anche affettive dell’educando, portandolo a coltivare degli atteggiamenti passivi, a detrimento delle caratteristiche dinamiche della sua struttura mentale. Per tutte queste ragioni, è indispensabile in­trodurre tecniche diverse nella scuola, affinché la partecipazione dell’individuo al proprio processo educativo sia ogni volta più attiva; lo psicodramma pedagogico clinico, che si propone di creare le condizioni più adatte all’espres­sione della spontaneità, si presta ad essere utilizzato per favorire un progressivo avvicinamento dei metodi di insegnamento alle esigenze più disattese del soggetto da educare. Il termine psicodramma deriva dalle parole greche “psychè” (anima, psiche) e “drama” (azione); esso indica un tipo di terapia di gruppo basata sull’azione e l’interazione dei membri, i quali non si limitano a parlare dei pro­pri problemi, conflitti, bisogni, ecc., ma li rappresentano mediante particolari tecniche drammatiche, in parte specifiche, in parte derivate dal teatro.
Lo psicodramma, in quanto mira alla modifica di certi atteggiamenti, attraverso la presa di coscienza e l’elaborazione di nuove modalità di espressione e interazione, è sempre terapeutico e pedagogico, ma, affinché sia possibile applicarlo alla scuola, occorre privilegiare il secondo aspetto, restringendo l’intervento al campo dell’apprendimento e dei rapporti definiti all’interno della classe; a differenza dello psicodramma terapeutico, che coinvolge tutti i ruoli dell’individuo (padre, madre, figlio, fratello, amico, alunno, etc.), quello mette in gioco soltanto i ruoli insegnante-alunno, pur nella ricchezza delle loro varie implicazioni. Questa regola molto importante deve essere rispettata per non invadere aree della personalità che non rientrano nel campo dell’attività educativa della scuola e farne uno strumento che può essere adoperato con successo in tante situazioni, per valutare l’apprendimento, per approfondire concetti precedentemente trasmessi in modo tra­dizionale, per scoprire la natura delle difficoltà degli alunni nel processo d’acquisizione della conoscenza.

Gli elementi dello psìcodramma pedagogico Clinico
Come nello psicodramma terapeutico, essi sono cinque, ma modificati opportunamente per adeguare questa tecnica alla scuola.
1) Il protagonista è l’attore della drammatizzazione, colui che porta l’argomento e lo gioca; può essere una persona, un insieme di due o tre persone od anche tutto il gruppo. Nello psicodramma pedagogico clinico, il protagonista è sempre un alunno, che deve essere scelto sulla base del suo coinvolgimento nell’argomento da trattare, osservando il modo in cui interviene nella discussione preliminare, non solo verbalmente, ma anche con atteggiamenti corporei e posturali; la considerazione di questi elementi provoca spesso l’emergen­za di soggetti che abitualmente rimangono ai margini della vita della classe oppure corregge il modo di porsi di fronte allo studio di altri che trascurano tutto ciò che non sia contenuto nei libri di testo.
Questo atteggiamento verso il gruppo fa sì che a poco a poco la sua fisionomia si modifichi, perché si destrutturano ruoli fissi il primo della classe, l’indisciplinato, il meno attento, etc.) e si costituiscono rapporti più dinamici e costruttivi; spesso i ragazzi più passivi ed indifferenti trovano nella drammatizzazione una strada espressiva diversa ed altri, abituati a studiare tanto, ma solo in modo mnemonico, hanno la possibilità di scopri­re che la vera conoscenza ha anche colori, forme, movimenti.
Occorre tenere presente che la proposta di uscire dal ruolo passivo e fisso per lavorare su un argomento didattico con un contributo personale corporeo e mentale, può provocare nei soggetti una certa paura e timidezza iniziali, che lentamente lasceranno il posto ad atteggiamenti più partecipativi e sicuri; è importante che i ragazzi imparino a rispettare le caratteristiche di ogni protagonista, le immagini interiori che egli propone, i soli punti di vista, per intervenire poi successivamente, proponendo le proprie correzioni ed obiezioni ai tema trattato.
2) L’uditorio costituisce la cassa di risonanza di ciò che accade sulla scena ed è formato dall’insieme degli alunni che assistono alla rappresentazione messa in atto dal protagonista; essi non solo passivi, in quanto partecipano a ciò che si sta svolgendo davanti a loro in modo diverso a seconda della personalità di ognuno, con un coinvolgimento che alla fine si esprime attraverso commenti, richieste di modifiche alla drammatizzazione, chiarimenti sugli eventi e sui personaggi rappresentati, etc.
3) Il direttore è il regista della drammatizzazione e nello psicodramma pedagogico clinico que­sta funzione verrà svolta sempre dall’insegnante, che provvederà a riscaldare il gruppo, a scegliere l’emergente che diverrà protagonista, ad organizzare la rappresentazione nelle sue varie sequenze, a dare indicazioni sui ruoli da giocare, a coordinare i commenti finali per favorire una più attenta analisi ed elaborazione degli elementi emersi. Per poter svolgere questo compito, è bene che il direttore rimanga fuori dalla scena; nella fase finale egli potrà verificare se la comprensione dell’argomento agito sia risultata più autentica e profonda.
4) L’io-ausiliare aiuta il direttore, mettendo in atto le sue consegne, giocando i ruoli stabili­ti, contribuendo con la sua partecipazione viva a mantenere un buon livello di spontaneità e creatività; nello psicodramma pedagogico clinico, l’io ausiliare ha la stessa importanza del direttore, con il quale collabora in Lina situa­zione di parità (nello psicodramma terapeuti­co, invece, le due funzioni presentano una gerarchia diversa).
Quando l’insegnante non può disporre di io-ausiliari addestrati, questo ruolo viene assunto dagli alunni stessi.
5) Lo scenario ha un’importanza fondamentale, perché la drammatizzazione deve svolgersi in uno spazio chiaramente definito; tutto ciò che si rappresenta è “come se” accadesse realmente, per cui è necessario porre dei confini chiari e precisi fra contesto gruppale e contesto drammatico.
Idealmente, lo scenario dovrebbe essere cir­colare, rialzato dal suolo di circa dieci centimetri, delimitato dai posti a sedere situati attorno; se l’insegnante non dispone di un ambiente adattato in tal senso e svolge lo psicodramma in classe, può sistemare le sedie in circolo e segnare lo spazio della scena con una linea di gesso, ricordando di riprodurre ogni volta la stessa forma, per aiutare i ragazzi ad interiorizzare il luogo del “come se”.

Le fasi dello psicodramma pedagogico clinico
Esse sono costituite da tre momenti fondamentali: il riscaldamento, la drammatizzazione, i commenti finali.
1) Il riscaldamento del gruppo è necessario per creare un’atmosfera di ricettività e parte­cipazione ed è composto da un insieme di procedimenti volti a rendere più facile e spontanea la comunicazione fra i partecipanti, la proposta di argomenti particolari, la discus­sione preliminare del tema scelto, etc.
All’inizio dell’incontro, il riscaldamento è non specifico: l’insegnante stimola gli alunni ad esprimersi su qualche argomento trattato, su particolari problemi della vita della classe, su eventuali difficoltà riguardo alla materia di in­segnamento e cerca di percepire lo stato del gruppo, la presenza di preoccupazioni comuni, l’emergenza di interessi specifici.
È il momento in cui sorge il protagonista, che generalmente riassume una problematica gruppale e con il quale inizia il riscaldamento specifico; egli cammina con il direttore all’interno dello scenario, discute con lui il tipo di azione da rappresentare, specificandone il luogo, il tempo, i personaggi.
2) La drammatizzazione costituisce il momento centrale dello psicodramma, caratterizzato appunto dalla trasformazione di un contenuto verbale in azione: nel corso della rappresentazione, le frasi o le parole pronunciate assumono pertanto un’importanza diversa, perché si legano in modo più pregnante ad un particolare personaggio, ad uno specifico rapporto interpersonale, ad un preciso momento storico.
La drammatizzazione presenta vari livelli e sarà compito del direttore condurre gli alunni, attraverso fasi successive, ad una cono­scenza più interiorizzata degli elementi presentati, in modo da poter generalizzare la comprensione dei fatti essenziali ad altri contesti e situazioni.
Ad un primo livello, quello reale, l’azione esprime un sapere statico, “libresco”; si rappresenta ciò che si è studiato o che si sa intuitivamente, senza partecipazione affettiva. L’intervento del direttore (che può cambiare l’ordine delle scene, suggerire ruoli supplementari, introdurre qualche tecnica particolare) e il contributo degli io-ausiliari mobilizzano la situazione, favorendo l’emergenza di nuove associazioni ed un coinvolgimento più esteso e dinamico. A questo punto si può sospendere la drammatizzazione, per raccogliere i vari commenti, proponendo poi di riprendere l’argomento agli altri due livelli, in successione.
Nello stadio simbolico, gli alunni esprimono con delle immagini statiche o dinamiche gli elementi sviluppati precedentemente, mediante un lavoro di astrazione e di sintesi, che separi l’essenziale da tutto ciò che è secondario. Per costruire l’immagine, il soggetto od i soggetti sceglieranno uno o più membri del gruppo e li modelleranno, come fossero creta fra le mani di uno scultore, cercando di proiet­tare nella posizione del corpo, nella direzio­ne dello sguardo, nell’espressione del volto, nei rapporti spaziali, le immagini interne su­scitate dal concetto in questione.
È questo un modo per sottolineare i punti fon­damentali dell’argomento trattato, del quale viene chiarito il significato più profondo emerso dalle varie rappresentazioni.
A livello fantastico, il materiale elaborato in precedenza viene utilizzato in modo creativo, dando spazio all’immaginazione degli alunni, che possono applicare ciò che hanno imparato a situazioni diverse od anche reinventare le scene già messe in atto, giungendo a modalità espressive meno vincolate alla ripetizione.
Quando si sia familiarizzato con la tecnica di costruzione delle immagini, l’insegnante potrà utilizzare delle micro-drammatizzazioni simboliche, anche senza rispettare l’ordine di successione suesposto, ogniqualvolta ritenga opportuno fai” esprimere agli alunni un concerto in modo concreto, visualizzandolo attraverso una rappresentazione plastica; i vantaggi di questa procedura consistono nell’enucleare rapidamente il significato di esposizioni verbali incette, confuse o complesse, ricordando che quanto più esteso e profondo è il coinvolgimento sensoriale, tanto più immediato e duraturo risulterà l’apprendimento.
3) I commenti finali rappresentano il momen­to di maggiore integrazione gruppale, durante il quale i partecipanti elaborano quanto è stato rappresentato.
È importante che gli attori della rappresentazione (protagonista ed io-ausiliari) esprimano quello che hanno sentito interpretando i loro ruoli e che l’uditorio risponda agli stimoli ricevuti con osservazioni, obiezioni, consensi, per verificare il grado di correlazione fra ciò che si è voluto trasmettere e ciò che è stato recepito.
Dato che nello psicodramma pedagogico clinico il più delle volte si rappresentano fatti “oggettivi” e non vissuti personali (come in quello terapeutico), diventa ancora più significativo mettere in evidenza le diverse implicazioni emotive ed affettive che tali fatti hanno per ognuno e che influenzano poi il modo di porsi di fronte all’argomento; riuscire a trasformare espressioni quali « Hai sbagliato » in altre come “lo farei diversamente” costituisce un primo passo importante nel no che porta al rispetto delle opinioni altrui.

Le tecniche dello psicodramma pedagogico clinico
Esse costituiscono gli strumenti a disposizione sia degli attori che del direttore; i primi le adoperano per meglio chiarire il senso delle varie azioni od immagini simboliche, il secondo le utilizza, in varie circostanze, per indirizzare, modificare o approfondire la drammatizzazione a qualsiasi livello.
Nello psicodramma pedagogico clinico è sempre il direttore che sceglie la tecnica più adatta al caso, sia che la usi direttamente, sia che la indichi al protagonista o agli io-ausiliari.
L’inversione dei ruoli, il soliloquio, il doppiag­gio, l‘interpolazione di resistenze, la rotazione dei ruoli sono, fra le numerose tecniche psicodrammatiche, quelle più usate nello psicodramma pedagogico clinico, L’inversione dei ruoli rappresenta l’essenza dello psicodramma, che consiste nella possibilità di prendere il posto dell’altro, per poi tornare alla posizione iniziale; si esprime così, nel modo più diretto ed evidente, quella necessità dell’ “incontro” contenuta nel messaggio pubblicato nel 1914 da Moreno sulla rivista Daimon: “Un incontro due a due, oc­chio ad occhio, faccia a faccia. E quando sarai vicino, io prenderò i tuoi occhi e li metterò al posto dei miei e tu prenderai i miei occhi e li metterai al posto de[ tuoi. Allora io ti guarderò con i tuoi occhi e tu mi guarderai con i miei”.
Nello psicodramma pedagogico clinico, questa tecnica permette di approfondire la conoscenza di concetti, fatti o personaggi da diversi punti di vista, sviluppando la capacità di cogliere la dinamica degli avvenimenti nel loro svolgersi.
Il soliloquio, che consiste nell’esprimere ad alta voce ciò che si sta pensando o sentendo, viene utilizzato ogniqualvolta sia necessario chiarire ulteriormente il significato di una immagine oppure nel caso in cui si rappresentino situazioni nelle quali si lavora, si studia, si medita in silenzio.
Il doppiaggio viene realizzato da un io-ausiliare o da Lino degli alunni, su indicazione del direttore, quando questi ha l’impressione che il protagonista non manifesti apertamente i suoi pensieri o i suoi sentimenti.
Il “doppio” si pone dietro all’attore, cerca di assumere il suo atteggiamento corporee e la sua espressione ed infine verbalizza ciò che l’altro non vuol dire o di cui non si rende ben conto, secondo le consegne ricevute dall’insegnante.
L’interpolazione di resistenze permette al direttore di introdurre dei cambiamenti a sorpresa nella scena progettata dal protagonista, sia per rendere più dinamica una rappresentazione che stia languendo.
La rotazione dei ruoli è un’estensione dell’inversione, nel caso in cui tutto il gruppo sia protagonista in questo modo, ogni partecipante cambia di ruolo successivamente, fino a tornare alla posizione iniziale.

Considerazioni conclusive
Lo psicodramma pedagogico clinico ha una durata flessibile, da un minimo di un’ora a due ore o più; l’insegnante deve saper calcolare bene il tempo a sua disposizione, in modo da poter sviluppare i vari momenti descritti, ricordando di non saltare nessuna delle tappe, indi­spensabili a creare un clima di collaborazione e ad approfondire l’argomento ai vari livelli di comprensione.
Occorre sottolineare, inoltre, che il tema di uno psicodramma non può essere imposto, ma deve emergere durante la fase di riscaldamento del gruppo di alunni; qualora l’insegnante volesse svolgere un soggetto qualsiasi con tecniche drammatiche, presentandole egli stesso alla classe, dovrebbe servirsi di una semplice drammatizzazione, che permette comunque un avvicinamento diverso all’ar­gomento, pur con minor coinvolgimento intellettuale ed emotivo.
Sono evidenti i vantaggi derivanti all’insegnamento della storia e delle lingue straniere dall’applicazione dello psicodramma pedago­gico
clinico, ma praticamente per qualsiasi materia si può utilizzare questa tecnica con profitto: la geografia, la grammatica, la geometria, etc., possono fornire materiale adatto ad essere rappresentato psicodrammaticamente, così come tutte le situazioni della vita della classe che provocano difficoltà ed ansia nei ragazzi e nell’insegnante.
Essendo lo psicodramma uno strumento basato soprattutto sull’azione, è indispensabile farne esperienza diretta, prima di poterlo applicare; un’esposizione teorica può costituire soltanto una sensibilizzazione alla necessità di avvicinarsi ad un metodo diverso di insegnamento ed apprendimento, una semplice introduzione, che richiede poi un approfondimento più immediato e concreto.
Se può risultare relativamente semplice, in­fatti, immaginare una lezione di storia o di lingua straniera rielaborata con mezzi psicodrammatici, è meno facile, invece, farsi un’ idea di come sia possibile rappresentare, ad esempio, un tema di geografia, di aritmetica, di grammatica; numerose esperienze compiute con alcuni delle classi elementari e medie hanno dimostrato la possibilità di drammatizzare anche queste materie, tradizionalmente ritenute poco adatte ad una messa in scena plastica e dinamica.

Esempi
1) Durante la lezione di geografia, un gruppo di ragazzi di scuola media propone come argomento di uno psicodramma la differenza fra la struttura geografica dell’Italia settentrionale e quella dell’Italia centrale e meridionale.
Preparando la drammatizzazione (livello reale), si distribuiscono i ruoli: le Alpi, gli Appennini, la Pianura Padana, il Po con i suoi affluenti, il mare, ecc. Ognuno, dal suo ruolo, esprime con un soliloquio ciò che ha già imparato, cercando di caratterizzare l’elemento scelto per mezzo di movimenti significativi (il fiume che scorre verso il mare e lungo il suo cammino riceve l’acqua dagli affluenti) o di particolari atteggiamenti espressivi e posturali (le montagne più alte rappresentate alzando le braccia, a punta o arrotondate secondo il caso, la pianura resa stendendosi ai piedi dei rilievi o abbassando la schiena, il mare in tempesta espresso con suoni e mimica, ecc.).
In un momento successivo, dopo aver lascia­to spazio ai commenti dei ragazzi, sia parte­cipanti che spettatori, l’insegnante propone di riprendere l’argomento al livello simbolico, costruendo un’immagine statica, secondo la procedura già descritta, in cui ogni elemento della drammatizzazione precedente trovi il suo posto preciso in rapporto con gli altri: l’arco delle Alpi si oppone alla lunga linea degli Appennini, i fiumi lunghi della Pianura Padana contrastano con quelli più corti che scendono dall’ossatura appenninica, il mare stringe ai due lati la penisola.
A questo punto, i ragazzi sono in grado di trasferire i concetti essenziali « visualizzati » in rai modo allo studio di altre regioni geografiche, facendo confronti e rilevando diffe­renze e similitudini.
2) Dopo aver illustrato i principi dell’addizione e della sottrazione, l’insegnante di una prima classe elementare decide di usare una micro-drammatizzazione, per rendere più facile la comprensione dei meccanismi di tali operazioni aritmetiche: alcuni bambini si raggruppano, si contano, altri si “addizionano”, uno alla volta o più d’uno insieme, poi se ne “sottrae” una parte e così via, in un gioco continuo di aggiungere e levare, in cui i partecipanti si sentono coinvolti “materialmente” in prima persona.
3) Alle prese con te difficoltà dei primi rudimenti di analisi, logica, una classe di alunni di scuola media decide con l’insegnante di usa­re lo psicodramma per chiarire le nozioni già studiate in modo tradizionale; i vari elementi della proposizione si presentano, illustrano il proprio significato, chiariscono la propria funzione logica all’interno della frase.
Durante la drammatizzazione, si intrecciano rapporti precisi fra le diverse parti: copula e predicato nominale girano tenendosi per mano, i complementi indiretti si uniscono ad una preposizione, soggetto e predicato verbale vanno alla ricerca di un complemento oggetto, ecc. Allo stadio successivo, vengono costruite delle immagini simboliche, che rappresentino varie specie di proposizioni, evidenziando la struttura fissa di alcune costruzioni logiche e la flessibilità di altre.
Alla fine, i ragazzi mettono in scena un’altra drammatizzazione, dove ognuno rappresenta una delle nove parti del discorso, espressa concretamente con un nome, un verbo, un aggettivo, una preposizione, ecc., particolari, che si uniscono e si separano per formare frasi di volta in volta assurde o dotate di senso compiuto, mentre i compagni che non partecipano direttamente esprimono approvazione o disapprovazione a seconda dei risultati, sia meramente grammaticali e logici che estetici, sottolineando gli errori di costruzione o la mancanza di qualche elemento indispensabile alla comprensibilità del discorso.
Al momento dei commenti finali, l’insegnante raccoglie le impressioni di tutti, cercando di capire quali concetti sono rimasti oscuri ed hanno bisogno quindi di ulteriori spiegazioni ed approfondimenti.
4) Gli esami costituiscono in genere una scadenza temuta dalla maggior parte dei ragazzi, un motivo di apprensione, che influenza l’andamento normale della vita della classe; rappresentare psicodrammaticamente tale situazione può servire a diminuire il livello di an­sietà, favorendo l’insorgenza di un atteggiamento generale di maggiore sicurezza e fiducia.
Durante la fase di riscaldamento, l’insegnante dovrà cercare di raccogliere la maggior quantità di informazioni possibile riguardo ai timori degli alunni, per costruire la drammatizzazione tenendo conto del tipo di preoccupazioni emerse; la messa in scena dell’argomento vedrà i ragazzi stessi assumere il ruolo di esaminatori ed esaminandi, con soliloqui, inversione dei ruoli e doppiaggi che favoriscano l’espressione di sensazioni e stati d’animo.
Le immagini simboliche relative all’interrogazione ed al giudizio evidenzieranno gli aspetti essenziali della situazione, quale viene vissuta da ognuno e permetteranno così all’insegnante di fermare l’attenzione del gruppo su tali elementi, che potranno in tal modo essere discussi e almeno in parte privati del loro carattere ansiogeno.
I ragazzi, nella fase finale, cercheranno di giocare nuovamente la situazione analizzata, arricchendo la drammatizzazione di tutti i dati, che fino a quel momento sono riusciti ad ottenere.
Il fatto che nello psicodramma tutto avvenga sempre “come se” accadesse realmente, rende possibile ripetere, modificandole progressivamente, certe azioni che nella vita sono irreversibili, permettendo l’acquisizione graduale di un atteggiamento più attivo e con­sapevole verso gli altri e gli eventi.

* di Rosi Galleni Fabbiani. Consulente del Movimento dei Pedagogisti Clinici

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