di Cinzia Monteu
Pedagogista Clinico®

Questo contributo si prefigge di essere critico e finalizzato alla riflessione sul cambiamento, non solo di nome, ma anche di fatto dell’attuale Ministero dell’Istruzione in Ministero dell’Educazione, perché si propone di presentare da una parte un riesame di quanto oggi il pensiero pedagogico può offrire nell’ambito dell’atto educativo e dall’altra quello dell’istruzione, sottendendo il cambiamento nei suoi più reconditi significati.
Tale approccio implica una scelta circa l’immenso patrimonio proprio dell’educazione e dei suoi punti di maggior forza in cui si inseriscono le teorie e le metodologie che ne delineano le competenze. La scelta non comporta sicuramente una riduzione degli schemi dell’istruzione, bensì un arricchimento ed un maggiore coinvolgimento in ambito specificatamente educativo, dove l’istruzione stessa cede il passo ad una educazione con una curvatura essenzialmente pedagogica. È notorio come le dinamiche evolutive lessicali di uso universalmente riconosciute dipendano dai significati culturali attribuiti, si fa quindi riferimento a “εκπαίδευση”, termine greco il cui significato originario equivale a “educazione” e poi assume il valore di “formazione umana”, per arrivare infine ad indicare il contenuto di “maturazione” nel senso più elevato e personale. Al contempo proprio l’educazione, vista come profonda azione “eduttiva”, dal verbo latino “ex-ducere”, implica un “tirar fuori” per far evolvere l’individuo in persona e questo concetto metaforico è ascrivibile al contesto sociale. Se si prosegue nell’analisi semantica si incontra l’accezione “Τάγμα”, cioè “istruzione”, alla quale si può attribuire il significato di “ordine” che viene imposto ad una o più persone da un’autorità superiore, quindi questo termine dall’origine latina del verbo “instruĕre”, assume primariamente il significato di attività, di opera svolta per istruire attraverso l’insegnamento (Dizionario Treccani, s.d.-a). Nel lemmario di Pedagogia Clinica lo stesso termine Istruire significa “Offrire nozioni, addestrare qualcuno, per renderlo più capace, adducendo una serie di esercizi. Il termine (non è sinonimo di educare, nè di insegnare che hanno etimologie e significati differenti) non è accolto dalla Pedagogia Clinica che chiede una scuola in cui l’azione dell’insegnamento non si limiti a un complesso addestramento con nozioni a un far imparare, ma venga affermata in alternativa alla noia, peggior peccato dell’istruzione l’esperienza educativa. Questa deve promuovere nell’allievo uno stato di intima gioiosità, ogni occasione di crescita deve essere raccolta nel gioco nel libero combinarsi di tutte le facoltà dei pensieri diretti a dare corpo in una forma soddisfacente agli interessi” (Pesci, Mani, 2018). In generale l’educazione, a differenza dell’istruzione, riguarda l’individuo dal momento in cui nasce sino al termine della sua vita, con tutto quello che può comportare l’esistenza stessa nell’ambito della crescita, dello sviluppo, visto in modo duale sia psicologico che fisico. Codesta maturazione avviene attraverso la trasformazione delle potenzialità di ciascuno in capacità, al contrario dell’istruzione, che da sola non prevede la prerogativa di compiere in modo sistemico determinate azioni educative che consentono, in qualche misura, ai discenti di giungere alla propria “conquista formativa”. In ogni realtà sociale l’educazione si trova alla base di un successo formativo per la riuscita dei principi preposti e questa ne riconosce pienamente il valore attraverso l’evoluzione delle potenzialità proprie di ciascuna persona, con il precipuo scopo di trasformarle dapprima in capacità e poi in abilità conclamate e riconosciute a pieno titolo da tutti i protagonisti dello scenario in cui si svolge l’azione educativa.

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