di Silvia Benvenuti
Pedagogista Clinico®

La formazione e la pratica in studio hanno reso sempre più tangibile nel tempo la peculiarità del nostro intervento, basato essenzialmente sulla relazione, che pone al centro la persona nella sua globalità.
Il lavoro del Pedagogista Clinico® necessita essenzialmente della professionalità costruita con la formazione e l’apprendimento delle tecniche proprie della Pedagogia, Clinica che arricchiscono la disponibilità all’ascolto attivo: la relazione professionale è spesso tutto ciò che serve per stimolare e sostenere il percorso evolutivo di chi si rivolge a noi.
E’ la risposta al paradosso della nostra società, alla solitudine nascosta da relazioni a distanza, spesso solo virtuali o comunque mediate da qualche schermo.
La relazione come alternativa al rumore di sottofondo di qualche dispositivo, che arriva ormai anche negli angoli meno affollati, ad ingombrare il silenzio in cui potersi incontrare con se stessi, prima che con gli altri, nella dimensione reale, non virtuale.
Accanto al rumore, la sovrabbondanza di oggetti, di ogni tipo è l’altro palliativo per tentare di compensare una mancanza che, sempre più in età precoce, lascia le persone insoddisfatte e smaniose di trovare soluzioni, possibilmente rapide.  La percezione del tempo infatti è distorta dal ritmo incalzante delle nostre vite e porta anche la comunicazione a trasformarsi in  raffiche di frettolosi messaggi mono frase, immagini e “storie”  il cui imperativo è la brevità, come brevi sono spesso i tempi di attenzione.
I rapporti umani diretti, sono spesso inefficaci, quasi avessimo perso la consuetudine al confronto in una sorta di autismo generale, che porta talvolta  a contatti frettolosi e stereotipati, che non danno calore.
Recentemente ad una riunione per la scuola dell’Infanzia, mi è capitato di assistere a riflessioni simili tra alcune insegnanti, particolarmente sensibili, che si confrontavano sulla necessità di tornare all’essenziale.
La riflessione è scaturita dalla osservazione dei cambiamenti provocati dalle misure per limitare il contagio durante la pandemia: le classi sono state svuotate dalla maggior parte dei materiali, in modo da poter sanificare più facilmente il poco rimasto e questo ha inizialmente creato nelle docenti la sensazione di privazione per i bambini/e e di preoccupazione per la gestione della classe.
In realtà è stato osservato che in questi due anni, la dove le insegnanti sono state pronte a fare di necessità virtù, la qualità del tempo scuola è tutt’altro che peggiorata, ma che quest’anno, con la cessazione delle restrizioni si stava assistendo al ritorno all’accumulo di giochi e materiali, perché?
Quello che non era stato necessario nei due anni precedenti probabilmente non lo sarebbe stato neppure adesso.
Il confronto di questo gruppo di insegnanti ha portato l’attenzione solo alla gestione degli spazi che, svuotati dal superfluo riacquistavano il loro vero valore, sia favorendo i movimenti dei bambini, sia permettendo una maggiore possibilità nella disposizione degli arredi in base alle attività proposte.
Durante la conversazione però è emerso sempre più che gli ambienti, puliti dall’eccesso di materiali e giochi strutturati, spesso di scarsa qualità, aveva aperto lo spazio ai giochi antichi di movimento e di relazione che, con la paziente mediazione dell’adulto, avevano risvegliato nei bambini/e la disponibilità al confronto ed alla socialità.
Stare nella relazione comporta l’impegno del proprio tempo e delle proprie energie per l’altro e questa attestazione di valore è già di per se un dono, che nutre il riconoscimento dell’importanza della propria persona.
Nella relazione educativa questa attitudine è indispensabile per la costruzione della reciproca fiducia che farà da cornice per fare richieste e proposte adeguate in modo da soddisfare l’accrescimento ed il benessere individuale e di gruppo.
“Se il poco non basta, il troppo guasta” recita un proverbio.
I richiami della religione cattolica alla povertà hanno probabilmente influenzato gran parte dei detti popolari che esaltano la misura e invitano alla parsimonia, ma la ricerca di una vita semplice ha da sempre stimolato anche artisti, filosofi e poeti nel tentativo di cercare o recuperare l’essenziale, quello che è davvero importante.
Nelle occasioni di viaggio mi è capitato spesso di assistere a genitori che lasciano che il proprio figlio/a stia tutto il tempo del volo o del percorso in treno incollato ad uno schermo.
Non c’è bisogno di demonizzare i vari dispositivi per rendersi conto che improvvisare un gioco cantato, leggere un libro, giocare con le mani e con le espressioni del volto, interagendo con il proprio bambino, aiutarlo a osservare il paesaggio, a trovare differenze e somiglianze, denominare lo spazio e i vissuti, stare nella relazione, anche in silenzio anziché guardare cartoni animati, ascoltare canzoncine a ripetizione o imparare a muovere il pollice sullo schermo, offre una ricchezza impareggiabile.
Gli scambi con una persona reale, a maggior ragione se è il padre o la madre, non sono intrattenimento fine a sé stesso, sono fondamento per il riconoscimento delle emozioni, per il consolidamento del legame affettivo e della costruzione del rapporto di fiducia che più avanti, nella crescita, sarà indispensabile per la gestione di conflitti e difficoltà.
I genitori, spesso immersi a loro volta in altri dispositivi, non si rendono conto della passività ipnotica che questi strumenti strutturano. Spesso non si rendono neppure conto delle reazioni che i propri figli possono avere di fronte agli stimoli di suoni, colori e movimenti.
Compito dei professionisti che si occupano del benessere della persona è sollecitare la riflessione, affinché si recuperi il ruolo educante dell’adulto nella famiglia, nella scuola e nella società, come premessa imprescindibile della costruzione di comunità attente e sensibili alle singole individualità e che, fondate sulla cura e la condivisione, sappiano recuperare anche l’attenzione all’ambiente tanto invocata.

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