di Ornella Gelmi
Pedagogista Clinico®
La Pedagogia Clinica si caratterizza come scienza che non rinuncia a preziosi momenti di riflessione per orientare la praxis dell’intervento di aiuto del Pedagogista Clinico®. Possiamo pensare che il processo educativo debba far riferimento ad un soggetto inteso esclusivamente come uomo naturalizzato ed empirico in senso naturalistico- materialistico?
Le conseguenze di un tale approccio potrebbero essere dirompenti. Che senso avrebbe in una pedagogia fondata su questa assunzione teoretica, parlare di educazione dell’uomo e di rispetto del suo essere (phýsis), se l’uomo non è altro che ciò che si conviene chiamare tale e il suo essere nient’altro che il modo biogenetico e storicizzato con cui ciascuno presenta se stesso? Se l’io è un insieme di io successivi che hanno un’identità collettiva che non va oltre quella dei “cittadini che compongono una nazione”?1
Al termine uomo, che rimanda ad una naturalizzazione, si preferisce il termine persona umana, che esplicita l’idea dell’impossibilità di una pedagogia che, mentre non trascura o, peggio, disprezza la dimensione scientifico-naturalistica nell’analisi e nel trattamento dell’educazione umana, suggerisce al tempo stesso la necessità di elaborare, come fattore non inopportuno del proprio statuto disciplinare, anche la dimensione metaempirica riconoscendole il peso che merita. La pedagogia della persona infatti quando fa tesoro della pedagogia dell’uomo, senza appiattirsi su di essa, propone un percorso caldo e sovrabbondante di significati e di motivazioni, che non vuole lasciare fuori nulla della ricca esperienza dell’umano perché consapevole, come dice Amleto ad Orazio, che: “Ci sono più cose in cielo e in terra di quante non se ne sognino nei nostri sistemi” filosofici e scientifici.
Alcuni studiosi2 si sono interrogati riguardo ai perché parliamo di “persone”. Come e in base a che cosa si identifica una persona? Perché e in che senso essa si riconosce nell’intenzionalità, nel movimento alla continua trascendenza, nella finzione, nell’apertura alla religione, nella temporalità, nella finitezza della morte, nell’indipendenza dal contesto, nell’essere soggetto, nell’essere anima, coscienza, riconoscimento, libertà, promessa e perdono? Perché, infine, tutti gli uomini, qualunque sia la loro condizione, sono “persone”?
Altri hanno mostrato come, storicamente non si è partiti dall’uomo per giungere alla persona umana e alla “persona divina” ma, al contrario, si è partiti dalla “persona divina per giungere a precisare le coordinate fondamentali della “persona umana” e a considerare poi se e in che senso esse possono essere compatibili con quelle relative all’“uomo” descritto dalle attuali “scienze dell’uomo”3. Per questi ultimi l’immagine più pro fonda che rende conto della natura dell’educazione a cui ogni soggetto è chiamato ad ispirarsi è teologica e non antropologica.
Per il Pedagogista Clinico® può costituire un percorso interessante affrontare le sfide etiche ed educative rivisitando, senza le secolarizzazioni conosciute, l’antropologia della “persona mana”, radicata nella “persona divina” rivelata compiutamente, per il cristianesimo, da Gesù Cristo. Sul piano etimologico il termi-ne “persona” deriva dal greco prós -opon cioè maschera dell’attore, termine entrato in Italia anche tramite l’etrusco phersu (didascalia di un personaggio mascherato dipinto nella tomba degli Auguri della necropoli di Corneto Tarquinia nel V sec. A.C.), entrambi i significati rimandano ad una struttura semanticamente ironica: chi sta dietro la maschera?
Sul piano storico-filosofico il concetto di persona, quale lo si intende oggi, era estraneo al pensiero greco: il “logos” di Eraclito, l’“Essere” di Parmenide, l’“idea” di Platone, il “motore immobile” di Aristotele non erano personali ma erano essenza di esseri divini. Nei Greci, Dio non veniva mai indicato con un nome proprio o con un sostantivo, ma solo come predicato, attributo o aggettivo; era un’eccellenza nella scala degli enti. Quella di Aristotele era pertanto ontologia.
Al contrario dei Greci, per gli Ebrei Dio era “qualcuno”: Dio uno e persona. Dio è un “chi”. Anche l’uomo, essendo selem (copia tangibile all’originale) e demut, (prototipo che rende presente una realtà originaria assente) è un “chi”4.
L’unicità dell’identità personale è il primo carattere della persona divina e, di conseguenza, anche di quella umana. Storicamente e filosoficamente pertanto si è partiti dalla “persona divina”, dotata di sostanza razionale e di individualità, per giungere a precisare le coordinate fondamentali della “persona umana”.
Il concetto di “persona”, che , a differenza di quello di “uomo”, ha una ben precisa delimitazione spaziale e temporale, viene determinandosi e precisandosi con la cultura ebraico-cristiana ed è cresciuto nei paesi e nelle culture che sono stati toccati dalla diffusione della religione cristiana. Pare che sia stato Tertulliano (II secolo d.C.), nell’opera “Adversus Praxeam”, il primo autore cristiano ad utilizzare la nozione di persona. Si tratta così di un termine fondamentale della cultura occidentale, la quale si rappresenta come civiltà che riconosce il sacro valore dell’individuo-persona e l’importanza dei diritti individuali e della diversità culturale.
Dunque il vocabolo di “persona umana” per fondarsi e giustificarsi necessita di un fondamento altro: la trascendenza divina. La filosofia rimanda, come aveva già intuito Platone, alla teologia di una rivelazione di fede. La rivelazione cristiana ha condotto all’articolazione del concetto di persona e gli ha attribuito un significato divino, cristologico e trinitario. Il primo grande contributo allo sviluppo filosofico del concetto di persona viene proprio dalla elaborazione teologica patristica della Trinità. La parola “persona umana” fu infatti introdotta nel IV secolo d.C. con il concilio di Nicea, per risolvere la questione della SS.Trinità. Il termine “persona” indica ciascuna delle tre ipostasi della SS.Trinità nell’unità delle loro sostanze: “Dio è un’unica sostanza in tre Persone”. I teologi distinguono:
– la prima persona, cioè il Padre, in quanto natura divina pensante;
– la seconda persona, cioè il Figlio, in quanto natura divina pensata;
– la terza persona, cioè lo Spirito Santo, in quanto natura divina amata.
Padre, Figlio e Spirito Santo non sono altro che tre persone costituite dalla medesima sostanza divina. Da questa tesi emerge il concetto di persona come relazione all’interno di Dio tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, e quindi relazione con gli uomini. Per analogia tra il Creatore e la creatura, inoltre, il termine “persona” è applicabile all’uomo stesso. Nella Santissima Trinità c’è un’armonia perfetta tra le Persone che condividono la comunione di un’unica vita divina. Ne consegue che gli esseri personali sono anche esseri sociali. E, come afferma Max Scheler, se la persona umana è a immagine e a somiglianza di Dio, anch’essa è chiamata alla ripetizione della stessa dinamica.
Quindi la persona umana deve costitutivamente essere rapporto, incontro, continua pratica relazionale, socialità. Essa esiste nella forma di una relazione, si attua solo nell’incontro. Secondo la tradizione biblica, la sorgente di vita è nell’altro: Dio o uomo che sia. L’“io” ha bisogno del “tu”, per essere tale. Questo è quanto testimoniano sia il racconto della creazione della donna (“non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile”), sia il racconto di Caino e Abele. La relazione è così importante, per la Bibbia, che neppure Dio è autarchico.
La sostanza di Dio è, anzitutto, l’amore; amore inteso come gratuità, bene e perdono; reciproco e libero riconoscimento di un “io” e di un “tu” e, quindi, altrettanto libero e reciproco riconoscimento di un “noi”.
Hegel ha scritto che l’uomo è sociale perché la sua identità, come coscienza di sé, è legata al riconoscimento da parte dell’altro. Ciascuno lotta purché l’altro, gli altri, lo riconoscano. Il carattere di relazione viene sempre più affermandosi.
Sulla relazione insiste soprattutto S.Tommaso: “la relazione in Dio non è come un accidente che inerisca al soggetto, ma è la stessa essenza divina, sicché è sussistente al modo stesso in cui sussiste l’essenza divina”.
Il punto più centrale della dottrina di Tommaso D’Acquino, il tomismo (sintesi cristiana del pensiero Aristotelico e di quello Agostiniano), è la distinzione tra ragione e fede e la necessità di conciliarle, cioè la necessità di conciliare filosofia e teologia. Le verità accessibili alla ragione sono di competenza della filosofia; la teologia si fonda invece sull’autorità di Dio e sulla rivelazione.
A questo punto risultano evidenti non soltanto i due concetti fondamentali di sostanza e relazione (relazione della persona con se stessa e con l’altro), ma anche le note caratteristiche della “persona”:
– la razionalità, che la fa capace di conoscere se stessa e le cose che la circondano e che, come affermava Aristotele, è propria degli uomini;
– l’unità; Gesù Cristo considerato come individuo unico nella duplicità della natura divina e umana. La persona umana è anche unità non dissolubile di anima e corpo;
– l’identità; il concetto di “personal identity” si delinea chiaramente nel “Saggio sull’intelletto umano” (1694) di John Locke. Da allora la centralità dell’individuo nel sistema sociale ha ossessionato l’immaginario dell’uomo occidentale. La libertà personale diventa, di conseguenza, il valore fondamentale della società degli individui;
l’inseità, che non le consente di uscire da se stessa per quanti rapporti possa instaurare con altri ed esserne condizionata;
– la dignità, già riconosciuta da S.Tommaso ed energicamente affermata da Kant, per il quale la persona non può mai venir considerata come mezzo, ma sempre e soltanto come fine in sé;
– la libertà, la quale implica la responsabilità morale.
Dio trovò nella libertà riconosciuta alla sua creatura un motivo aggiuntivo per dimostrare ancora meglio il suo amore.
Nel personalismo, movimento di pensiero di matrice cristiana, coscienza e responsabilità sociale non si contraddicono, ma sono dimensioni indispensabili per la piena realizzazione dell’uomo che in quanto persona è appunto relazione, relazione con Dio e con il prossimo.
Non c’è crescita della “persona umana” senza il fondamento della libertà. Non c’è educazione da “persona umana” se manca la scelta motivata e volontaria e, quindi, personale. La persona umana non può essere ammaestrata né addestrata, il processo educativo richiama sempre la libera scelta: l’educazione è esclusiva degli uomini.
In seguito ai processi di secolarizzazione che hanno coinvolto la religione e la fede cristiana, e dato che il Cristianesimo è un fatto anche e soprattutto socio-culturale, la questione della “persona umana” è stata laicizzata.
Una pedagogia che vuole essere della “persona umana” deve caratterizzarsi sempre per un impianto teoretico e metodologico nomadico e mai stanziale, e rifuggire da ogni sistematizzazione scientifica, filosofica o ideologica che pretenda assolutezza.
È importante recuperare nell’educazione la trama della struttura relazionale perché il cuore della pedagogia si colloca nell’ambito della razionalità pratica nel senso di vivere sé, l’altro e la relazione come la nostra vita, come il nostro bene: farsi, cioè, personalmente carico dei problemi che sconta ogni io nell’esplorare le profondità che lo compongono e nell’impostare la relazione necessaria con l’altro. Il Pedagogista Clinico®, a monte del buon esito del suo intervento di aiuto, ha consapevolezza del significato del termine “persona umana” e si propone in una relazione educativa fondata su questi presupposti.
Bibliografia
1 Cfr. D. Parfit, Ragione e persone, Il Saggiatore, Milano 1989
2 Cfr. R.Spaemann, Persone. Sulla differenza tra “qualcosa” e “qualcuno”(1982), tr.it. a cura di L.Allodi, Laterza, Bari 2005
3 Cfr. G. Bertagna, Pedagogia dell’uomo e pedagogia della “persona umana”: il senso di una differenza, in Scienze della persona perché?”, Rubbettino Editore, Soneria Mannelli 2006
4 Cfr. Gn 1, 26: “facciamo l’uomo a nostra immagine (selem)e a nostra somiglianza (demul)