di Gabriele Piragine
Pedagogista Clinico®

Quando decisi di intraprendere il percorso di formazione in Pedagogia Clinica lavoravo come referente di un centro diurno integrato ad una comunità educativa per minori nella periferia fiorentina.

LA STRUTTURA

I ragazzi del residenziale avevano un’età compresa tra i 15 e 20 anni e ci venivano presentati in percentuali uguali dai servizi sociali limitrofi, dalla neuro-psichiatria locale e dai servizi di Giustizia Minorile/CGM. Due anni dopo il servizio si è ampliato creando una struttura adiacente in grado di ospitare 6 MSNA, (minori stranieri non accompagnati) e il centro diurno di cui ero referente. Il centro e integrato alla comunità, quindi, poteva ospitare un massimo di 5 ragazzi al giorno. I ragazzi inseriti nel diurno avevano un’età compresa dai 13 ai 17 anni ed erano seguiti dai sevizi sociali da molteplici anni perché vivevano in condizioni di forte marginalità e disagio. Non nego che le prime lezioni svolte presso la scuola di Pedagogia Clinica di Firenze mi suscitarono un po’ di perplessità sulla compatibilità che ci potesse essere tra i principi pedagogico clinici e la realtà difficile in cui lavoravo. Con l’esperienza vissuta in quegli anni di formazione e la rielaborazione effettuata durante il lavoro mi sono accorto che questa scienza soddisfa le esigenze di rinnovamento pedagogico, promuovendo l’educazione in persone di ogni età, singoli, coppie e gruppi, con differenti difficoltà e disponibilità relazionali. La Pedagogia Clinica abbraccia una visione dell’essere umano inteso nella sua globalità, è una scienza attiva, ovvero promuove nell’altro condotte positive, intende valorizzare e sviluppare le forze interne ed esterne, mira a generare impulsi capaci di compensazione laddove ci sono situazioni di disagio sociale e individuale. La sfida educativa sta nell’intervento volto a situazioni di grande difficoltà e la necessità imminente di interrogarsi su quanto il nostro intervento debba favorire dei cambiamenti esistenziali, comunicativi e comportamentali in un quadro sociale dove si attuano atteggiamenti sempre più intolleranti di frustrazione, scarsa reattività e disinteresse a qualunque proposta psico-pedagogica e socio-educativa. Da professionista dell’educazione, lavorare in situazioni di questo tipo obbliga a guardare dentro a situazioni di estrema sofferenza. Quei ragazzi sono accomunati da storie di abbandono, violenza, devianza, marginalità, diffidenza verso l’adulto, sfiducia in sé stessi e la forte paura di aprirsi al mondo. Demotivati e disorientati abbandonano corsi scolastici e sportivi, rinchiudendosi sempre di più in un mondo proprio, lontano dalle emozioni positive. La presentazione dei ragazzi da parte dei servizi invianti incentrata sulle difficoltà, e la loro attitudine spesso oppositiva, rischiava di farci cadere in un’ottica di “riduzione del danno” o, peggio ancora, contenitiva; effettuavamo gli incontri incentrandoci sulle negatività, perdendo di vista le potenzialità che, seppur apparentemente nascoste, sono presenti in ogni essere umano. Interrogandomi su come poter svolgere al meglio il mio lavoro e dare il mio contributo, mi sono accorto che il nostro intervento non poteva prescindere anche dalle dimensioni affettive ed emotive del minore, che contribuiscono alla ricostruzione dell’autostima, allo sviluppo dell’autonomia personale e al rafforzamento dell’identità. Lo sguardo della Pedagogia Clinica ci impone di cambiare punto di vista rispetto alle varie diagnosi di disfunzionalità che spesso venivano addossate ai ragazzi per far spazio ad un’attenta analisi dei bisogni. I vissuti personali dei minori e il ruolo che svolgiamo in questi anni della loro vita, ci richiede di “vederli” non solo in una veste problematica ma, “riconoscergli un valore” considerando la complessità, è essenziale osservarli in chiave positiva per garantire loro una maggiore capacità di definire una propria identità e affrontare le sfide proposte dalla società. Il nostro compito è quello di affiancarli e sostenerli in un cammino, favorendo il cambiamento, passando ad una relazione dove possa sentirsi libero da critiche e giudizi. Per assicurarsi ciò è fondamentale creare un rapporto di fiducia. Essa è una componente rilevante nella relazione d’aiuto, in termini di miglioramento del disagio personale. Quindi creare incontri di scambio durante i quali le esperienze ludico-motorie permettano di incentivare un clima disteso di apertura e confronto. Operatori e adolescenti, che trascinati da esperienze divertenti, conquistano l’opportunità di conoscersi e di stare in ascolto l’uno dell’altro, alimentando così una comunicazione che pone le radici per una futura esperienza compensativa, togliendo la persona dall’incastro delle proprie difficoltà. A seguito sarà necessario sostenerli e far rivivere loro esperienze emozionali compensative che li aiutino a ridefinirsi e a ridefinire il proprio vissuto autobiografico con potenzialità, abilità e disponibilità emozionalmente propositive. Il tema centrale che ho riscontrato nelle attività ludiche espressivo-motorie con ottica pedagogica clinica, quindi con la consapevolezza di dargli specifica lettura e opportunità di scambio in una relazione simpatetica, è il forte bisogno affettivo relazionale. Credo che sia necessario avere una visione olistica della situazione per ridare ai ragazzi quell’opportunità di essere “visti”, di sentirsi parte di una società dove possano esprimersi, privilegiando percorsi espressivi attraverso metodologie e tecniche esperienziali che favoriscano la conoscenza della persona. È necessario ipotizzare progetti pedagogico clinici in grado di promuovere buone pratiche e rendere gli stessi minori costruttori del proprio processo di cambiamento. È proprio in contesti particolarmente difficili che saltano all’occhio i principali bisogni di cambiamento e di ritrovare nuovi equilibri come riscatto personale, superando gli ostacoli, i disagi psico-fisici, socio-relazionali, familiari e di contesto. Il Pedagogista Clinico® in quanto professionista della cura deve esercitare azioni che possano soddisfare questa rinascita. La cura del soggetto, letta come abilità, autonomia e coscienza di sé, consente di avviare verso l’individuazione di aspetti della personalità che si esplicitano per mezzo di abilità organizzativo corporee e dell’espressione esteriore del proprio Sè in cui si palesano natura affettiva psicologica e mentale. Alla luce di quanto appena detto e della formazione specifica in Pedagogia Clinica ritengo che possa essere significativo per questi ragazzi avviare percorsi che si muovano all’interno dello sviluppo della creatività. Sempre tenendo a mente la comprensione della specificità dell’unicità della persona, affinché l’esperienza possa essere vissuta come piacevole nel rispetto delle persone che ho di fronte. Successivamente all’ utilizzo di metodi e tecniche quali Edumovemnt e Musicopedagogia che stimolino un’apertura nella conoscenza di sé e verso l’altro ipotizzo che il metodo InterArt possa aiutare a riscoprire e creare medium espressivi dal valore maieutico, offrendo la possibilità alla persona di arricchire disponibilità e espressività comunicazionale con originalità creativa. La Pedagogia Clinica nello specifico del metodo InterArt offre l’opportunità di esprimere i sentimenti, di acquisire conoscenze e abilità dagli altri e dal mondo che ci circonda. Di conseguenza la creatività diventa una grande alleata per dei minori con dei vissuti di forte disagio e devianza, perché fornisce possibilità alternative alla persona, intrecciando il pensiero convergente e divergente, assumendo così la possibilità di creare percorsi alternativi di scoperta e supporto di Sè. Per questo motivo ipotizzo che ciò possa valorizzare le risorse positive del minore e fornire nuovi strumenti di riflessione per favorire l’equilibrio personale. In conclusione, ritengo che possa essere anche opportunità per il professionista volgendo lo sguardo a dinamiche inaspettate, utili all’azione di aiuto.

UNO SGUARDO VERSO I PIÙ PICCOLI: IL CENTRO DIURNO “LE TINAIE”

Lo sguardo cambia nuovamente quando sono i più “piccoli” ad usufruire del servizio. Il loro vissuti, i contesti familiari e scolastici dove sono inseriti ci richiedono delle attenzioni diverse e specifiche per rispondere al meglio ai loro bisogni. Soprattutto in questo settore del mio lavoro mi rendo conto che ho cambiato notevolmente il mio approccio professionale, tanto da rendere irrinunciabile alcune modalità di intervento. I ragazzi del centro diurno arrivano da noi perché le famiglie sono “esasperate” dai loro comportamenti, lamentano: abbandono scolastico, opposizione verso la famiglia, ritiro sociale ecc… Richiedono l’aiuto dei servizi sociali come risolutori di ciò che non funziona. Altre volte veniamo contattati direttamente dalla neuro-psichiatria con diagnosi patologico-formali che preoccupano prima ancora di aver conosciuto il ragazzo. Altre volte ancora ci vengono presentati dei ragazzi che sono totalmente in balia di genitori inabili nell’educazione del figlio o addirittura disinteressati all’impegno genitoriale. Ogni ragazzo porta con sè uno scenario unico che deve essere guardato con specificità e unicità ma sicuramente con i colleghi abbiamo potuto riscontrare in questi anni un clima generale di stanchezza, sfiducia e delega educativa da parte delle famiglie. Mentre i ragazzi richiamano generalmente al forte senso di disagio e frustrazione, sentimenti di rifiuto da parte della società e dalle stesse famiglie con le quali risiedono. Segue una significativa ansia verso tutto ciò che è scolastico o giudicante, come qualcosa che riconfermi la loro bassissima autostima: tanto non lo so fare, sono stupido, odio la scuola, non riesco a stare seduto al banco ecc… Il grado di sfiducia non viene esclusivamente riferito alla didattica ma anche a ciò che concerne tutte le situazioni ludico- sportive e operative che richiedono un’esposizione agli altri. Spesso il loro senso di In-abilità viene traslato al giudizio di valore che danno a sé stessi, questa paura di essere giudicati come inadeguato li spinge a rinunciare al vivere esperienze di condivisione e piacevolezza. La loro infanzia, spesso deprivata di esperienze, instaura in loro la convinzione che “ormai sono così” “non riuscirò mai a…” preferendo non vivere le esperienze pur di non essere messi nuovamente nella condizione di disagio di non essere all’altezza. Un elemento comune è lo scarsissimo numero di amicizie e tendono a rifugiarsi nel digital body, a discapito di un corpo reale nel quale non si sentono a proprio agio. Il grande senso di solitudine sembra essere compensato dall’aumento dell’utilizzo di social network. Questo ci porta a riflettere sulle conseguenze: maggiore difficoltà degli schemi di tipizzazione, la corporeità si sposta in secondo piano, la sfera affettiva ed emotiva vengono espresse con maggiore difficoltà e perdono di importanza, la capacità di narrazione viene limitata, il racconto caratterizzato da velocità e immediatezza viene impoverito, la socializzazione primaria viene sostituita da una vita parallela caratterizzata dalla recitazione con conseguente disgregazione di sé. La sfida è ambiziosa ma il quadro educativo non deve spingerci alla rinuncia bensì deve proiettarci ad un cambiamento di strategie costanti. Il Reflecting® mi ha dato la possibilità di capire il tempo di tacere e il tempo di parlare valorizzando silenzi, pause e coinvolgendo anche il linguaggio dello sguardo e del corpo. Concludo dicendo che alla luce della mia esperienza lavorativa, e di formazione professionale, ritengo che possa essere costruttivo presentare progetti pedagogico Clinici nelle comunità educative per minori in situazioni di forte disagio con la finalità di risvegliare abilità potenzialità e disponibilità utili ad una maggior consapevolezza del loro “essere nel mondo” aprendo la possibilità ad una molteplicità di strade utili al raggiungimento dell’equilibrio su se stesso per se stesso e da se stesso.

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