di Monica Maressi
Pedagogista Clinico®

Quando il corpo è scomparso dall’educazione? Questa dovrebbe essere la questione al centro del dibattito educativo, un interrogativo che vuole portare l’attenzione alla costante e pressante attenzione che nel mondo educativo e scolastico è stata maggiormente data alla mente e alle conoscenze concettuali a scapito dell’esperienza. Stiamo assistendo da anni ad una sempre maggior negazione e sottovalutazione dell’importanza del corpo e della relazione diretta che l’esperienza ha nella crescita e negli apprendimenti dei bambini e dei ragazzi, ad una attenzione spasmodica nei confronti dei contenuti e delle tecniche a scapito dell’esplorazione attiva e della partecipazione intrisa del piacere dell’agire e del fare. Questo porta inevitabilmente a dicotomizzare la persona riducendola a parti contrapposte e separate quali corpo e mente, rischio quanto più allarmante e sconvolgente quando si tratta della scuola dell’Infanzia, momento nel quale il bambino è in età di sviluppo. Assistiamo a scelte operative in ambito educativo che determinano l’avvenire delle future generazioni sempre più mentalizzate, orientate ad una sempre minor attenzione alla propria corporeità e quindi al proprio essere. Un esempio lo possiamo rintracciare nella sempre più frequente scelta operata nelle Scuole dell’Infanzia di inserire schermi digitali e proporre attività didattiche di Coding ad esempio, a scapito di ambienti predisposti a favorire il movimento e le esperienze che passano attraverso un corpo in movimento, a proposte educative orientate all’esperienza ludica e corporea. Si tratta di non tenere presente che le prime opportunità e occasioni di conoscenza del mondo per il bambino passano dovutamente attraverso l’esperienza di un corpo che si muove e agisce in uno spazio; di negare il piacere di sentirsi abili e capaci proprio perché agendo impariamo a rispondere ai nostri bisogni primari; di negare l’importanza del senso di autoefficacia della persona e quindi di evitare la possibilità di vivere emozioni positive prima di tutto legate alla propria autonomia e benessere. La Pedagogia Clinica ha messo in luce, mediante la ricerca, l’esperienza, lo studio, gli approfondimenti, che questa modalità sulla quale è stata impostata l’istruzione producano notevoli malesseri negli studenti, difficoltà negli apprendimenti, problematiche socio-relazionali. Seppur vero che la scuola sia costretta a stare in binari molto rigidi, dall’altra vi sono innumerevoli possibilità di offrire proposte altre, rivolte alla globalità dell’educando. In tal modo l’Istituzione scolastica può promuovere un processo educativo dove il bambino ha l’opportunità di fare esperienza di un corpo abile e capace di rispondere ai propri bisogni e necessità così da diventare un adulto sicuro e disponibile alla vita. Educare la persona nella sua interezza e globalità corrisponde inevitabilmente ad una educazione globale che passa attraverso la via della concretezza e del piacere, predispone ad apprendimenti e conoscenze propriocettive indelebili perché iscritte nel patrimonio somato emozionale della persona. Nonostante l’oggettività e la consapevolezza scientifica appurata dalla Pedagogia Clinica, così come da altre scienze, sembra sempre più evidente che il corpo e il movimento rappresentino un problema per la scuola: ad ogni ordine e grado si richiede ai bambini prima, ai ragazzi poi, di stare fermi, di controllarsi per non disturbare e dimostrare di essere attenti e capaci di rispettare l’altro e le regole che l’ambiente impone insieme alla buona educazione. Eppure il corpo-persona- parla, si muove, occupa spazio, si orienta, sperimenta e vive, sente e percepisce. Perché è con il corpo che la persona impara chi è e cosa prova, è con il corpo che si manifesta al mondo in qualità di persona ed essere umano. Si tratta quindi di non trovare spazio per questo solo nelle programmazioni e linee di indirizzo ministeriali, ma di trovarlo nel proprio pensiero pedagogico ed educativo per poi renderlo parte privilegiata dell’agire educativo concreto a scuola e negli ambienti educativi. Si tratta di non relegare alle ore di “educazione motoria” o alle ore di laboratorio di teatro, solo per fare un esempio, ma di riconoscere che al di là dei banchi di scuola vi sono non menti da riempire, ma persone da attivare e vivacizzare in una relazione educativa. Un passo necessario che richiede presenza educativa e relazione che non può prescindere né dai compiti educativi tout court né dalla formazione di quanti operano in ambito educativo, formativo e scolastico. L’attenzione pedagogico clinica alla Persona quale protagonista di vita e cellula primaria della società permette di intessere con essa una relazione rispettosa e autentica base concreta di un agire educativo che ben si orienta a sostenerne la sua più autentica essenza identitaria. Per conoscere le necessità e le potenzialità della persona, il Pedagogista Clinico® attinge e apprende direttamente dalla Persona nella sua globalità, ponendola al centro delle proprie attenzioni. La scuola può trovare nella Pedagogia Clinica e nei Pedagogisti Clinici una risorsa capace di generare una spirale di riflessione e di cambiamento necessario nell’organizzazione degli ambienti, nella proposta metodologica-didattica con grandi benefici per i docenti, spesso affaticati e affranti dalla relazione educativa, e per gli educandi. Portare al centro dell’agire educativo il corpo, significa restituire due gambe al processo educativo, riscoprire la persona nella sua globalità e unicità.

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