di Pistillo Gerardo
Pedagogista Clinico®

Nell’antica Grecia con il termine “Cura” si intendeva far riferimento ad un complesso sistema di saperi in grado di garantire la formazione globale dell’essere umano – soprattutto se in condizione di malessere esistenziale – lungo tutto l’arco della sua vita, in vista del raggiungimento di uno stato di salute inteso, a livello egosintonico, come equilibrio psicofisico generale (Cfr. W. Jaeger, [1934], Paideia. La formazione dell’uomo greco, Bompiani, Milano, 2003). La forma più alta e nobile di “Cura” era rappresentata dalla pratica clinica. La parola “clinica” – dal greco klinikè tèchne (“arte relativa a chi giace a letto”) – stava ad indicare il rapporto che il medico instaurava con la persona sofferente, curvandosi sul suo “letto” (dal gr. klino), al fine di aiutarla a risolvere il suo stato di disagio, “mettendone a fuoco” il doloroso vissuto attraverso l’esplorazione in profondità degli aspetti più nascosti e reconditi della sua storia di vita. Riconducibile al pensiero di Ippocrate di Kos (V sec. a. C.), la “clinica” veniva pertanto a configurarsi quale pratica eminentemente educativa, finalizzata a rendere operativo il motto dell’oracolo delfico, gnôthi seautón – “conosci te stesso” -, e a promuovere nell’uomo la “conversione di sé” (dal gr. epistrophè eis heautòn), nella consapevolezza che ogni malattia fosse soltanto la punta visibile ed “emergente” di una condizione esistenziale già “in crisi”, alterata. Con l’avvento della Modernità, poi dell’Illuminismo e del Positivismo, la scienza medica ha cominciato a visualizzare l’uomo come corpo “malato”, colpito da “malattie oggettive”. Pertanto, da pratica di natura olistica rivolta, attraverso l’esplorazione in profondità dell’(auto)bio-grafia della persona sofferente,  alla “Cura” globale dell’essere umano, la clinica è passata ad indicare un intervento di natura parziale esclusivamente finalizzato alla descrizione della patografia e alla cura specifica della malattia, fisica o psichica, da cui era affetto il paziente.
La Pedagogia Clinica si prefigge l’obiettivo di educare e aiutare l’essere umano a superare i suoi stati di disagio (Cfr. G. Pesci, Percorso clinico. Aiuto alla persona, Ma. Gi, Roma 2004). In tale ottica, ogni persona, concepita nella sua globalità, è innanzitutto un’“esistenza” singolare, una “forma di vita” unica e irripetibile, rispetto alla quale ogni difficoltà – definita dalla medicina “patologia”, “disturbo”, “handicap” o “disabilità” – figura come causa ed effetto di un’alterazione, più o meno grave, del proprio equilibrio psicofisico, di una de-formazione esistenziale soggettiva caratterizzata dalla perdita della padronanza di sé e della capacità di progettare e conferire autonomamente una forma alla propria vita. Sulla scorta di tale quadro diagnostico, l’intervento “clinico” in pedagogia si rivolge alla tras-formazione radicale dell’essere umano, al fine di ricollocarlo, sulla scorta di nuove consapevolezze, “dalla periferia al centro” della propria esistenza (Cfr. L.Binswanger, Per un antropologia fenomenologica, Feltrinelli, Milano 1970). Un’educazione che non si limita semplicemente a “prendersi cura” della persona in difficoltà – ad istruirla o a “curarla” da una malattia – ma punta alla Cura hominis, all’“aver Cura” di essa in maniera autentica (Cfr. M. Heidegger, [1927],  Essere e tempo, Longanesi, Milano, 1976) “avendo Cura della Cura” che tale essere umano saprà autonomamente avere di se stesso (Cfr. M. Foucault, L’ermeneutica del soggetto. Corso al Collège de France, Feltrinelli, Milano 2003). L’obiettivo principale consiste dunque nel raggiungimento da parte della persona della Cura sui, della Cura globale di sé. L’approccio pedagogico clinico, in sostanza, non si concretizza in un percorso curativo di natura sanitaria – farmacologico, terapeutico o riabilitativo – ma come un aiuto alla persona, in cui l’intervento relativo a specifiche difficoltà, in sintonia con la visione greca antica, non figura isolato ma sempre contenuto entro la cornice teorico-pratica della Cura globale dell’essere umano.
La Pedagogia Clinica, in quanto scienza educativa, punta dunque a recuperare l’impianto epistemologico originario della pratica clinica, intesa come analisi in profondità della storia di vita della persona. Tale pratica assume infatti in pedagogia un carattere prettamente educativo (dal lat. ex-ducere, “trar fuori”) e maieutico, in quanto l’obiettivo principale non è “curare le malattie” ma favorire in ogni persona, attraverso l’emergenza degli aspetti latenti della sua storia di formazione, una sorta di “parto interiore” e di “rinascita” che la conducano verso livelli di autonomia generale sempre più elevati (Cfr. G. Pesci, Percorso clinico. Aiuto alla persona, op. cit.; G. Pistillo, La Pedagogia Clinica. Clinica e formazione, in “Salutare”, 51, 2009). Un’analisi che consenta il passaggio da ciò che è visibile, manifesto, superficiale, esteriore della sua autobiografica a ciò che è invisibile, nascosto, profondo e interiore, da un livello di a-stanza ad uno di sub-stanza (dal lat. substanzia, “ciò che sta sotto”). Il Pedagogista Clinico® letteralmente “si china”, “si flette” (R. Massa [a cura di], La clinica della formazione, FrancoAngeli, Milano 1993) “ai piedi del letto” della persona per promuovere in essa l’attitudine all’autoanalisi e all’esplorazione delle (sub) stanze nascoste della sua storia di formazione. Si tratta di aiutarla a divenire autonoma nel processo di edificazione quotidiana di sé, attraverso la ricostruzione dei “mattoni interni” (dal lat. lateres) che costituiscono i “luoghi interiori” del proprio edificio autobiografico. L’azione “clinica” dovrà dunque caratterizzarsi per essere rivolta a rivelare una dimensione “nascosta” (dal lat. lateo) e profonda della storia di vita della persona, da considerarsi come “rifugio (latebra)” (A. Franza, Il congegno metodologico, in R. Massa [a cura di], op. cit. , pp. 43-45), come “luogo protetto e appartato” (Ibidem), che sta a latere, che ha una sua specifica “lateralità” (latus) e profondità rispetto a ciò che è fenomenologicamente visibile e osservabile dall’esterno. Una dimensione che sarà traducibile in termini di disponibilità e di potenzialità latenti, conoscibili, attivabili e utilizzabili.
La Pedagogia Clinica ci consente dunque di attuare da un punto di vista epistemologico una sorta di “clinica della clinica”, ossia un recupero dell’aspetto centrale di tale pratica intesa, così come nell’antichità, quale azione maieutica finalizzata alla Cura globale dell’essere umano. Nello specifico, possiamo affermare – consapevoli che ogni teoria influenza la pratica e viceversa – che le modalità interattive e relazionali che caratterizzano i Metodi dialogico-corporei – TouchBall®, BodyWork®, TrustSystem®, DiscoverProjec® (Cfr. G. Pesci, M. Mani, Metodi dialogico-corporei, Edizioni Scientifiche Isfar, Firenze 2008) – ci aiutano fattivamente nel recupero “archeologico” dei principi basilari ed originari della “clinica” che elencheremo di seguito. In tal modo, essi contribuiscono a spostare ulteriormente l’asse della pratica clinica in direzione dei saperi pedagogici, attraverso un suo “ampliamento” sia in latitudine, come possibilità di realizzare un affondo ulteriore in termini di analisi della storia di vita della persona, sia in longitudine, come possibilità di attuare una maggiore estensione del suo raggio di azione a persone di qualunque età, configurandola come sistema di vedute più ampio rispetto a quanto avveniva in medicina e in psicologia.

La clinica e la globalità del corpo
La pratica clinica in pedagogia ci impone di considerare il corpo come la testimonianza vivente di una storia vissuta e comunicata per mezzo di linguaggi diversi. Attraverso il contatto la persona viene sollecitata a stare con “se stessa” per poi acquisire, con padronanza, riorganizzazione e ridefinizione globale di sé. Un fenomeno che si basa su di un’analisi totale e tridimensionale del corpo, in virtù di una sequenza di stimolazioni che sarà fluida, spontanea, sicura e rassicurante. Il contatto si caratterizzerà per essere rivolto all’esplorazione del corpo in più direzioni capace di generare importanti sensazioni di risveglio delle energie sopite e attivare il potenziale educativo per una rigenerazione globale senza trascurare la parte retrostante del corpo, quella parte  quella parte del corpo che sta a simboleggiare il lato nascosto della personalità.
Nei metodi dialogico corporei in cui è previsto che la persona si collochi in una posizione di decubito, mentre il Pedagogista Clinico® in una posizione di vicinanza stabile rispetto al lettino su cui essa è sdraiata. Ciò che è fondamentale è che le rispettive posizioni implichino un rapporto dialogico e comunicativo. Lo specialista “si china” e “si flette” sulla persona mantenendo verso essa un atteggiamento di “vicinanza” stabile, di accudimento, di contenimento e di rassicurazione. Dall’altro, la posizione della persona, invitata a distendersi  sul lettino ci informa di ampia fiducia, accettazione  e accoglienza sollecitata a chiudere gli occhi, occasione per raccoglier-si, stare in contatto con il suo mondo interiore.
L’azione dello specialista è in grado, per contatto e tecnica, di abbattere le tensioni e di re-distribuire le energie accumulatesi in maniera disomogenea in corrispondenza delle diverse zone corporee, favorendo una situazione diffusa di piacere determinata dalla produzione di endorfine a livello cerebrale. Una condizione distensiva che è facilitata dalla penombra e dal silenzio. La figura del corpo sul lettino viene pertanto a configurarsi come una posizione di dis-tensione in quanto  allentamento delle tensioni  a livello psicofisico. Dallo stato iniziale di difficoltà la persona riacquista così vigore, voluminosità e dinamismo nel movimento, accresce la propria aura potenziale e motivazionale, si distende ed “estende”, ampliando e rimodulando lo spazio del suo campo di azione nell’ambiente circostante.

La clinica e il messaggio corporeo
Nella relazione pedagogico clinica e nei metodi dialogico-corporei il con-tatto diventa il luogo privilegiato in cui si instaura tra lo specialista e la persona un dialogo effettivo, una vera e propria “comunic-azione”, ossia un’azione in comune basata su uno scambio ininterrotto di messaggi. In tutti i metodi dialogico corporei – Touch Ball®, BodyWork®, TrustSystem® e DiscoverProject® – lo specialista deve essere attento ai messaggi che la persona continuamente invia a livello corporeo, quali risposte alle sue stimolazioni cutanee manifestate nel corso delle stimolazioni, come espressioni facciali di piacere, gioia o dolore, alterazioni del dinamismo respiratorio, accelerazioni del battito cardiaco, arrossamenti e pallori della pelle e impersistenza palpebrale. apertura continua degli occhi. Ed è soprattutto in questo senso che la Pedagogia Clinica si trova in sintonia con il “senso originario” della pratica clinica. In tali metodi, infatti, non siamo di fronte ad un massaggio corporeo, a manipolazioni fisiche intese come interventi “parziali” rivolti alla riabilitazione muscolare, bensì ad un messaggio corporeo, in cui le diverse stimolazioni sono concepite come già voleva Ippocrate, come parole tattili, in grado di articolarsi, attraverso una precisa grammatica, in veri e propri discorsi e dialoghi corporei in grado di favorire l’emergenza di ricordi personali profondi. Una dinamica comunicazionale ininterrotta tra specialista e persona, fatta di infinite inter-retro-azioni, volta ad innescare modifiche sostanziali nella struttura ecologica, percettiva, sistemica, comportamentale ed esistenziale della persona (Cfr. G. Bateson [1972], Verso un’ecologia della mente, Milano, Adelphi1977) promuovendo in essa una nuova consapevolezza di sé e della propria posizione nel mondo. Un contatto che sarà in grado di ri-suscitare la persona, di “suscitarla più volte” richiamandola in attenzione vitale a se stessa.

La clinica e il modellamento del corpo
Il Pedagogista Clinico® si pone come colui che è in grado di conferire una forma specifica all’esistenza della persona, facilitandola in quel percorso di crescita che la vede impegnata nella form-azione e tras-formazione globale di sé. A tale scopo, lo strumento educativo per eccellenza, sia nel Touch Ball®, – attraverso la mediazione della palla vibrocromatica -, sia negli altri tre metodi, come il BodyWork®, il TrustSystem® e il DiscoverProject®, è rappresentato dalle mani. Le mani, sin dall’antichità, rinviano alla possibilità di fare una promessa a qualcuno, di stare vicino a chi soffre, di promuovere una riconciliazione con il prossimo, di accogliere chi si ha di fronte, di accompagnare chi ha bisogno di aiuto ecc. Il valore simbolico più importante è dato però dalla loro capacità “di toccare, plasmare, modellare le cose, di compiere, cioè, atti creativi” (Cfr. G. Pesci, M. Mani, Metodi dialogico-corporei, op. cit., p. 47) e di conferire forma a ciò che toccano. Motivo per cui Kant arrivò a definire la mano come “il cervello esteriore dell’uomo” (I. Kant, Antropologia dal punto di vista pragmatico [1798], Laterza, Bari 1969 p. 188) che, differenziandolo dall’animale, gli consentiva di liberarsi nella “manipolazione” del mondo. L’uso della mano nei quattro metodi considerati è dunque un aspetto di fondamentale importanza, in quanto non siamo, a ben vedere, in un processo a senso unico, in cui lo specialista conferisce una forma ad una persona passiva, plasmandola a proprio piacimento, bensì in un percorso in cui la persona viene aiutata, in senso maieutico, ad autodefinirsi attivamente a partire dallo stimolo che la mano dello specialista, attraverso il contatto, è in grado di trasmettere. Perciò è possibile affermare che, rispetto allo specialista, la persona è attiva, in grado cioè di modificare e formare gli atteggiamenti dello specialista e di promuovere da sé, in dinamica percettiva, la sua crescita e  la sua (tras)formazione, di aver Cura di sé conferendo in piena autonomia una forma alla propria esistenza. (Cfr. M. Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione [1945], Il Saggiatore, Milano 1980).

La pratica clinica ci impone di considerare il corpo come la testimonianza vivente di una storia vissuta.
Abbiamo già visto come il contatto promuova una riorganizzazione globale e ridefinizione di sé, offra per vie appercettive padronanza di sè, generi importanti sensazioni di risveglio delle energie sopite e attivi un potenziale educativo per una ri-generazione globale senza trascurare la parte retrostante del corpo quella parte che sta a simboleggiare il lato nascosto della personalità.
Un aspetto fondamentale che ci consente di recuperare la clinica nella sua integralità e globalità effettiva, come categoria sostanzialmente pedagogica ed educativa, ci è data dalla dimensione ludica, intesa come ‘spazio’ simbolico di dialogo in cui avviene la tras-formazione della persona. Il setting specifico del metodo Touch Ball®, si basa, non a caso, sull’utilizzo della palla vibrocromatica come strumento di contatto e di mediazione con la corporeità della persona, all’interno di un setting funzionale. Una palla il cui valore ludico e ri-creativo è rappresentato simbolicamente da quegli elementi ancestrali ed archetipici che mettono la persona in collegamento con il proprio fanciullo interiore, con quella parte creativa di sé fonte di cambiamento. Data la somiglianza delle sue forme rotonde con quelle del seno e del grembo materno, rievoca l’esperienza infantile di nutrimento e di attaccamento alla madre, specie con l’acqua, elemento presente nella palla vibro cromatica, con cui assume il valore simbolico di espansione di vita.

Il corpo e la forma
L’epistemologia contemporanea ci insegna che ogni forma di vita è prima di tutto esperienza di relazione, l’esito di un processo morfo-genetico in virtù del quale ogni cosa esistente, attraverso l’assunzione di una sua con-formazione specifica, fa la propria comparsa nel mondo. In questo senso, la percezione è concepita come quell’evento ontologico in base al quale, ogni volta, tutti gli enti si co-istituiscono e (ri)costituiscono attraverso il con-tatto reciproco (Cfr. M. Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione [1945], Il Saggiatore, Milano 1980), come condizione liminare che segna il passaggio effettivo da ciò che è inesistente e senza identità – indifferenziato, indefinito ed a-morfo – a ciò che invece esiste essendo identificabile e definibile per mezzo di una forma propria che lo connota. A questo punto, ci pare di poter definire il concetto di forma (dal gr. morphè) come la categoria fondante e la matrice originaria dell’e-sistenza, come ciò che conferisce uno statuto ontologico alla persona con-figurandola, de-finendola e formandola in quanto tale, dotata di requisiti specifici, di attributi propri attraverso i quali si de-finisce si de-limita rispetto alla realtà circostante.
Mentre la formazione è assumibile come processo relazionale e percettivo da cui scaturisce ed emerge la persona come forma d’esistenza specifica, la forma in sé è ciò che connota e conferisce uno statuto specifico ad un ente, abilitandolo ad esistere e presentificandolo. E non c’è niente di più falso quando si dice che ognuno di noi ‘è formato’, come se fosse stato istruito e plasmato dall’esterno una volta per sempre.
L’uomo è sempre in continua formazione, al Pedagogista Clinico® il compito di aiutare la persona a  rintracciare ogni opportunità che essa ha per educare se stessa, tirare fuori e far emergere forme diverse di abilità e potenzialità latenti al fine di modellarle e con-formarle alle proprie esigenze.

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