di Luca Fabbri
Pedagogista Clinico®

La ricerca in ambito socio-psico-pedagogico ha messo in evidenza – seppur con accenti diversi – alcuni dei pericoli e disagi legati ai social media (il caso Tik Tok, il fenomeno degli Hikokomori; le varie sfide che gli adolescenti si lanciano attraverso i social, etcc.). Lo sguardo su tali eventi rischia però di lasciarsi sfuggire un ulteriore criticità che riguarda non solo la fascia degli adolescenti ma potenzialmente chiunque abbia accesso alla rete e ai social ed ha come tema il digital body. L’avvento del corpo digitale sembra aver risolto il dualismo anima-corpo in quanto anche il corpo è diventato “immateriale” e dunque finalmente libero(?). Tale antagonismo ha caratterizzato la riflessione filosofica – come quella teologica – per secoli; la ‘colpa’ di tale dualismo recentemente è stata attribuita dal neuroscienziato Damasio a Cartesio per la sua affermazione: “cogito ergo sum” (Terrin A. N., p. 10). L’evidenziare la dualità nell’essere umano ha fatto sì che la persona non si rendesse conto come, più che possedere, è esso stesso corpo. Nell’esperienza del corpo vissuto la persona mette in atto la propria ἐπιϕάνεια, nel suo manifestarsi – a sé e agli altri – la persona prende coscienza – e conoscenza – del suo essere nel mondo; nel suo rivelarsi crea lo spazio sociale, la dimensione per l’incontro. Il corpo è il luogo del rapporto con l’altro, è la condizione di possibilità (Bonaccorso G. (2019), Fede e neuroscienze: il ruolo del corpo in «Credere Oggi», n. 231, XXXIX, n. 3, pp. 95-106).
Nel momento in cui le relazioni si stanno concretizzando nei nuovi spazi sociali – spazi che definirei web-ἀγορά – vi è un concreto rischio di riduzionismo? Che tipo di ἐπιϕάνεια avviene? Cosa – e a chi – rendo visibile, manifesto?
Il contesto attuale ha dato un notevole impulso al digital body a discapito del corpo reale, portando la persona – che non si sentiva a proprio agio nel suo corpo – a sgretolarne la materialità tanto da lasciare ormai quasi solo una traccia elettronica (Senor, M. 2010). Dal corpo fisico al corpo digitale e ritorno: la tutela dell’identità digitale come garanzia di libertà. in Maturano A. (2010). Il Corpo Digitale: natura, informazione, merce. Torino: G. Giappichelli Editore, pp. 85-114).
Prima conseguenza di tutto ciò è la nascita del concetto di habeas data come alter ego dell’habeas corpus (Ivi, p. 88); secondo aspetto, la tecnologizzazione del corpo sta portando a mettere in discussione sia i confini dell’identità umana che l’idea stessa di forma corporea (Spagnolo A. G. (2010) Oltre l’Human Enhancement: i limiti del Transumanesimo in Maturano A. (2010). Il Corpo Digitale: natura, informazione, merce. Torino: G. Giappichelli Editore, pp. 115-134).
Il corpo digitale difatti non corrisponde semplicemente a noi stessi mentre navighiamo nel web; viene considerato un doppelgänger – gemello – che prende vita propria rispetto al corpo reale. I media scopici si propongono di favorire e sostenere l’interazione e il coordinamento tra le persone ma – nelle relazioni definite da Cetina e Bruegger “faccia a schermo” – si verifica sempre di più il fenomeno della “recitazione” dove vi è una forte discrepanza tra l’io reale e l’io del web (Resca A. (2010) Dai rapporti faccia a faccia ai rapporti mediati dallo schermo: effetti sulla natura delle relazioni sociali. in Maturano A. (2010). Il Corpo Digitale: natura, informazione, merce. Torino: G. Giappichelli Editore, pp. 147-162).
Non mancano coloro che guardano ai media scopici e alle relazioni faccia-a-schermo come l’avvento di un nuovo Rinascimento; attribuendo alle ICT il pregio di aver portato all’human enhancement; ossia non solo al superamento dei limiti spazio-temporali ma ad un vero e proprio augmentation, cioè miglioramento e potenziamento (Spagnolo 2010, op.cit) dell’essere umano sia a livello quantitativo – la possibilità di mantenere e allacciare molte più relazioni che in presenza – che qualitativo. Uno dei pregi attribuiti alle relazioni sociali mediate sarebbe la proprietà ”periscopica”, cioè la capacità di “vedere l’altro” nel profondo attraverso le foto, le dirette e i video postati.
Rispetto a tale possibilità di approfondire la conoscenza dell’altro non possiamo non chiederci se il digital body mi rappresenta o è una mia appresentazione? «Il concetto filosofico di appresentazione […] rimanda all’indizio, a rendere qualcosa vicino ma non si tratta, appunto, di una rappresentazione per il fatto che il fenomeno rimane sostanzialmente nascosto» (Resca, 2010, op. cit); dunque non certo un miglioramento qualitativo.
I nuovi modelli interazionali presentano processi di socializzazione innovativi che richiedono un’attenta osservazione e valutazione; ciononostante vi è una questione non di poco conto che già ora può essere valutata. Per quanto possano risultare valide le dinamiche di relazione mediate, queste non potranno diventare pienamente sostitutive delle relazioni non mediate ma – eventualmente – un supporto a queste. La società digitalizzata sembra essersi data un nuovo assioma: ‘la solitudine si sconfigge con i social’, L’essere sempre connessi in realtà non ha debellato la solitudine; nessuna indagine ha dimostrato la diminuzione degli stati di ansia o di isolamento con l’incremento dell’uso dei social (Spitzer M. (2016). Solitudine digitale. Disadattati, isolati, capaci solo di una vita virtuale? Milano: Corbaccio, mentre in uno studio del 2017 pubblicato sull’American Journal of Preventive Meidcine è stato dimostrato come chi utilizza i social per più di 2 ore al giorno percepisca il doppio del sentimento di solitudine rispetto a chi adopera il web per non più di 30 minuti al giorno (Spitzer, 2013 op.cit. Demenza digitale. Come la nuova tecnologia ci rende stupidi. Milano: Corbaccio).
Perdi più l’uso prolungato di questi risulta aver ridotto lo stato di benessere delle persone ed essere la causa di insorgenza di forme depressive legate proprio all’abuso dei device; come emerso in uno studio longitudinale negli USA su 5206 persone (Spitzer, 2018). La ricerca ha rilevato come coloro che mettono più like presentano una salute psichica inferiore del 5-8%; mentre per chi ha incontri reali e utilizza poco o per niente i social non presenta nessuna variazione o ha un miglioramento psichico (Spitzer, 2016 op. cit).
Inoltre le analisi sui centri di comportamento sociale hanno evidenziato come l’empatia si provi solo attraverso il contatto; aspetto confermato poi da alcuni studi scientifici che hanno messo in luce il rapporto inversamente proporzionale tra le ore passate online e la quantità di contatti reali con conseguente calo di partecipazione emotiva (Spitzer, 2016 op.cit.); inoltre la connettività digitale non è direttamente proporzionale nemmeno all’incremento della percezione stessa di connessione sociale (Turkle, S. (2019). Insieme ma soli. Perché ci aspettiamo sempre di più dalla tecnologia e sempre meno dagli altri. Torino: Einaudi.
Gli stessi esperimenti neurologici sui babbuini hanno messo in evidenza come la densità di alcune aree del cervello sociale aumentino quanto più si trascorra infanzia e giovinezza assieme ad altri; la ricerca scientifica ha per di più fatto notare come per lo stesso essere umano la corteccia orbitofrontale sia tanto più densa quante più amicizie e conoscenze si abbiano (Spitzer, 2018 op.cit.).
Il trasferimento dalle relazioni non mediate a quelle mediate comporta una serie di conseguenze:
La messa in discussione – con maggiore difficoltà – degli schemi di tipizzazione; nella relazione faccia a faccia si assiste ad un continuo divenire poiché nella realtà gli schemi di tipizzazione che guidano i rapporti vengono continuamente rideterminati dalla natura della relazione che instauro con la persona.
La corporeità si sposta in secondo piano.
La sfera affettiva ed emotiva vengono espresse con maggiore difficoltà e perdono di importanza. Si annulla l’intimità – tutto può essere registrato, salvato, condiviso con chiunque e sempre – e il mio sentire; poiché per essere “ascoltato” devo condividere sempre cose nuove.
La capacità di narrazione viene limitata; assistiamo a brevi scambi convulsivi di messaggi che costituiscono un nuovo dialetto, basato sull’informalità, velocità, immediatezza, “testualizzazione”; impoverendo così non solo la grammatica ma la profondità della relazione, del narrato.
La propria identità è creata ad hoc; la socializzazione primaria viene sostituita da una vita parallela caratterizzata dalla recitazione con conseguente disgregazione del sé.
L’iniziale ricaduta positiva registrata in chi utilizzava il mezzo digitale per creare reti e restare in contatto – poiché riuscivano a gestire meglio le relazioni – ha lasciato oggi spazio a depressione, ipertensione, obesità, diabete, ictus, miopatia, perdita di tonicità, neurogenesi, blocco della digestione, ulcere allo stomaco, osteoporosi, nanismo, cronopatie, infarti, disturbi del sonno, patologie polmonarie ed infettive e peggioramento dell’umore; cionondimeno si continua a vivere connessi per quello che Spitzer ha definito “un errore di previsione rispetto allo stato d’animo” (2018, op. cit).
Le relazioni umane vissute con la propria corporeità, in contatto con altre corporeità, sono ricche, complesse e impegnative; le relazioni che invece si sviluppano e si mantengono solo sui social sembrano lasciare un senso di appagamento che inibisce l’esigenza di incontrarsi, di uscire. Nel mondo del digital body si vive l’esperienza di non averne mai abbastanza degli altri poiché siamo in una relazione a distanza che possiamo – illusoriamente – controllare, dove si può trovare la “distanza giusta” (Poma L. (2016). Il sex appeal dei corpi digitali. Milano: Franco Angeli).
Secondo Floriditi la rivoluzione tecnologica è tale da richiedere una re-ontologizzazione delle realtà, descrivibile come on-life experience; per il filosofo, infatti, l’aspetto fisico e quello digitale sono talmente legati ed integrati da rendere il processo irreversibile. Le persone hanno un digital body con un sex-appeal migliore e più interessante rispetto al corpo reale; tanto da rendere un invito a cena virtuale “più interessante della banale realtà” (Poma, op.cit).
Renè Girard, nel suo saggio del 1961 Menzogna romantica e verità romanzesca, aveva posto le basi del paradigma noto come “desiderio mimetico”: più che avere qualcosa in noi vi è il desiderio di essere qualcuno. Il digital body è diventata la possibilità di realizzazione di quel “desiderio mimetico”, generando quella che Poma ha definito “l’ipertrofia dell’ego”. L’incomprensione rispetto alla scelta di vivere prevalentemente il digital body sembrerebbe risalire alla dipendenza da dopamina; secondo Poma (op.cit) la corteccia prefrontale subisce una “distorsione da gadget” generando dipendenza dall’ambiente digitale che come un qualsiasi stupefacente genera un appagamento momentaneo. Gli stimoli sono continuativi ma tali sollecitazioni aprono a relazioni superficiali e approssimative poiché non lasciano il tempo di sedimentare gli stimoli, di riflettere sulle risposte immediate. Il senso di piacere e di ricompensa in realtà negano l’esperienza della relazione generando una realtà ostile. Infatti, la persona in tale contestualizzazione genera degli effetti distorti e avversi sul proprio Self che resta l’unica garanzia di ancoraggio con il mondo. La persona soltanto però nel momento in cui prende consapevolezza che la cornice nella quale aveva fissato la propria realtà si frantuma, si scopre smarrito; solo in quell’attimo diventa palese l’erroneità delle proprie percezioni e l’inadeguatezza del comportamento tenuto.
La riconquista della corporeità fisica è la sfida dell’oggi. Il corpo – nell’aspetto concettuale ma anche fisico – è passato dall’essere bistrattato, visto come la prigione per l’anima, alla venerazione. Si è giunti all’ideale fisico ultimamente messo in discussione – almeno in parte – dalle continue vessazioni del body shaming; per arrivare all’affermazione – almeno teorica – della body positivity già sostituita recentemente dalla body neutrality. Cambi continui, a volte repentini, che non possono non portarci a riflettere su quale sia il rapporto che abbiamo con il nostro corpo e dunque con noi stessi. Si ritorna lì, a quel γνῶϑι σεαυτόν (conosci te stesso). La persona ha la necessità di sentirsi, di parteciparsi, di riscoprirsi un unicum, di riappropriarsi di una visione olistica di sé. L’aiuto alla persona che vive l’obsolescenza continua del suo digital body – l’oblio della relazione, il vivere un corpo senza senso – riparte proprio dal riappropriarsi del contatto con la fisicità – propria ed altrui – non solo come elemento che permette di riscoprire i confini, ma come la chiave per entrare in confidenza e in sintonia con se stessi. La possibilità di scoprire il proprio corpo e riappropriarsi delle sensazioni tattili offre alla persona una conoscenza su ogni aspetto di sé e della sua immagine; il con-tatto fisico definisce non solo chi si è – e che si è – ma anche il linguaggio degli affetti.
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