Il flagello ispiratore la Pedagogia Clinica

di Guido Pesci
Pedagogista Clinico®

Scrivere di Pedagogia Clinica chiede che si faccia riferimento alla localizzazione nel tempo e nello spazio, conoscere il passato in cui questa scienza ha trovato radici nell’esigenza di far luce e affrontare i tristi problemi dell’emarginazione della persona fin dall’epoca storica del ’68, momento di ribellione contro scienza e cultura coscritte al sapere tradizionale privo di prospettive di sviluppo dell’educazione.
La Pedagogia Clinica non è da confondere con la pedagogia speciale che si vuol far nascere “nel momento in cui Itard si spoglia del ruolo di medico e diventa educatore”, né da confondere con l’ortopedagogia, che in condizione subalterna ai sanitari privilegia massicci interventi di insegnamento-trattamento-terapia a soggetti distinti e divisi per tipi di patologia e gravità. Essa è una scienza distintiva che ha trovato fin da quegli anni impulsi costellati da fermenti e contrasti, e si è avvalsa per la sua espansione di cellule di cultura sostenute da intellettuali, docenti e professionisti laureati in diverse discipline, che in Firenze hanno dato voce alle istanze tese a difendere il valore di una diversa qualità della vita e a promuovere un nuovo corredo educativo antagonista di ogni emarginazione, intesa come discriminazione, ossia la tendenza a mettere in condizioni di svantaggio individui o interi gruppi sulla base di determinati criteri o pregiudizi e che si traduce in una segregazione spaziale, in una separazione dal resto della collettività.
Studiosi, ricercatori e scienziati sostenuti da responsabilità morali e dal principio rigoroso di approfondire i differenti aspetti dell’uomo e della società per individuare come fronteggiare ogni danno agli equilibri personali e vincere ogni formulario responsabile delle condizioni emarginanti la persona; cellule di cultura che conducono una costante analisi socio-politica sui conflitti personali, familiari e sociali, imposti da una società emarginante che impedisce una vita dignitosa e felice.
L’analisi sulle condizioni emarginanti ha consentito di rilevare con conseguente isolamento individuale e di gruppo, l’esclusione dai normali rapporti di convivenza civile, dalla partecipazione ai diritti e ai benefici comuni a tutti ma di cui ne godevano solo alcuni, e all’esclusione dal ciclo produttivo del mondo del lavoro. Una emarginazione strutturata per mantenere l’ineguaglianza delle opportunità di accesso alle risorse, ai benefici e alle ricompense sociali, e che assume i caratteri sia della discriminazione dalla fruizione di alcuni diritti fondamentali che l’esclusione sul piano socioculturale.
Criteri emarginanti che, non fanno parte della storia degli esclusi in epoche passate, ma del presente, ben rappresentati nell’attuale sociale in cui non si vuole che alcuni gruppi e categorie di persone partecipino ai processi produttivi e decisionali.
L’analisi delle cellule di cultura aiuta a far confluire un sicuro sapere su ogni aspetto socio-educativo ed espone ogni emarginazione e discriminazione diretta ai malati mentali, agli handicappati, ai tossicodipendenti, ai delinquenti, alla donna e agli anziani rintracciata nella frantumata partecipazione alla vita civile ostacolata nell’accesso all’istruzione e al mondo del lavoro, così come ostacolato era il diritto della famiglia resa fragile dai diversi intralci socio economici.
Tutte queste e tante altre le situazioni emarginanti raccolte e poste in evidenza quotidianamente e che divenivano sempre più chiare sollecitazioni per un necessario cambiamento culturale e sociale.
Il flagello dell’emarginazione è stato quindi l’ispiratore della Pedagogia Clinica, e l’educazione la risposta alle diverse esigenze.
Emarginanti erano gli asili nido per i quali c’era l’urgenza e la necessità di eliminare i disagi e le tensioni create dalla carenza strutturale e dalla caotica organizzazione, incapaci di favorire un servizio educativo e di essere servizio sociale in aiuto alla famiglia.
Così come l’emarginazione era evidente nei manicomi, fondati sul concetto e sul mito della malattia mentale prodotto di una ideologia d’intolleranza. Manicomi in cui oltre ai malati mentali adulti venivano ricoverati in padiglioni lager bambini handicappati o certificati anormali per passare la loro vita portandosi dietro di ora in ora, la loro turba mentale, in attesa di essere trasferiti in luoghi migliori, dai manicomi in istituti parcheggi o zoo oligofrenici, con i conseguenti danni irreparabili del ricovero, mutilati delle possibilità di crescere, di diventare uomini come gli altri capaci di libertà e di amore.
Spostando il focus dagli istituti e dagli ospedali psichiatrici, l’intervento emarginante viene rilevato anche nelle “maternità”, una singolare forma di emarginazione del bambino neonato sottratto alla madre e preso in cura dall’ospedale e perciò allontanato dalle cure materne per una cura fisica, ma rischiando di trascurare gli aspetti psico-affettivi; una emarginazione dovuta evidentemente ad una medicina ancora non definita in esclusiva al servizio della comunità, bensì al servizio di interessi privati distinto tra paganti e mutuati.
Emarginati sono anche quegli handicappati non inseriti in istituti, ma in strutture differenziate in base all’età e all’handicap, si tratta di Sezioni speciali delle scuole materne per soggetti che presentano anomalie psico-fisiche, Scuole materne speciali per soggetti gravi, Classi speciali per soggetti con deficienze psico-fisiche e sensoriali, Classi differenziali per allievi con l’obiettivo di un recupero. Pur chiamate «classi differenziali», «di recupero» o di «aggiornamento», e “sperimentali” nelle medie, tutte mantengono la funzione di ghetto sociale. Un cambiamento di nomi da molti considerato un imbroglio al pari di quando è sato deciso di chiamare nosocomio il manicomio senza cambiare la reale situazione degli ospiti. Intanto nel 1972 in Italia sono 250.000 coloro che dovevano essere inseriti nella scuola pubblica, definita con un eufemismo scuola di tutti. Giovani che ben pesano sulla coscienza non solo delle autorità, ma anche di quanti sono responsabili e vivono fra l’accondiscendenza e l’indifferenza.
Il ’68 si identifica particolarmente con la contestazione studentesca, per il declino emarginante della scuola e dell’università, responsabili della deriva del carattere sociale dell’educazione, riconosciuto sostanzialmente nei termini di una fedeltà al sistema, sancito da strutture interne immodificabili, impostate su un formulario elusivo e mistificatorio, avulse dai problemi imposti dal travaglio sociale e politico. Situazioni emarginanti che non sono sfuggite all’analisi condotta con pazienza e perseveranza dai centri culturali, da ciò che conoscevamo direttamente e da ciò che ci giungeva dai mass media, da volantini, dai comunicati sindacali e dai documenti elaborati dai collettivi studenteschi. La nostra scuola era generalmente, nel caos, la madre che lavora non ha una scuola materna che accolga il figlio, i ”doposcuola” sono sostenuti da uno spirito meramente caritativo dei Patronati Scolastici e “ghetto dei soli bisognosi”, il “tempo pieno” ha potuto rappresentare la mistificazione di un passo avanti che di fatto non c’è stato, il grave problema degli esami di riparazione di settembre e lo stillicidio di bocciature e di abbandoni, sono state tante occasioni di selezione che hanno mirato ad accentuare le disuguaglianze.
È su questi aspetti che posano in particolare le richieste dei movimenti studenteschi, impegnati contro ogni criterio e clima di emarginazione, sostenitori di una riforma scolastica interrelata con quella sociale e sostenuta dal principio che una politica nel settore educativo deve fondarsi sulla accettazione dell’importanza assoluta dei fattori ambientali. Sono oggetto di forte contestazione la scuola e l’università, la preparazione professionale dei docenti e la carriera scolastica; insegnanti che nel loro assieme, non hanno manifestato coscienza di classe. Pur occupando quasi sempre una fascia della classe media, la tendenza è a identificarsi con i valori della classe dominante. E, perciò, danno le più ampie garanzie di collaborazione alla conservazione di interessi privati e privilegiati che un potere arbitrario impone come pubblici. Una classe quella dei docenti a cui il Movimento Studentesco attribuisce la definizione di “cani da guardia del sistema”, come già definita da Marcuse, e considera che il filo rosso dell’emarginazione sia cristallizzato proprio dall’impermeabilità ai mutamenti della scuola e dell’università che rappresentano l’ambiente sociale estremo. Da qui, perciò, deve essere sostenuta l’esigenza di rompere l’isolamento con la società per mezzo di una rivoluzione culturale e politica contro i “baroni delle cattedre”, la politicizzazione del sistema universitario e l’asservimento politico, l’autoritarismo ideologico, la struttura gerarchica piramidale, la burocrazia monocratica nascosta sotto l’etichetta della neutralità della scienza.
Ai centri culturali non è sfuggito neppure il problema degli anziani e la loro emarginazione riconoscendo anche in ciò la necessità di intervenire con un concreto contributo all’approfondimento sulle carenze sanitarie, sociali, strutturali e organizzative. Dai centri culturali si è avuta definita e caratterizzata la denuncia dell’emarginazione dei vecchi che, per l’assenza di servizi sociali, vengono relegati in aree di parcheggio, ospedali, case di cura sinonimo di cronicari e case di riposo affidate nella maggior parte dei casi all’iniziativa privata e alla “beneficienza“, con infermieri non specializzati, spesso senza terapie di riabilitazione e con rarissime ispezioni pubbliche per controllare lo stato dei reparti, ispezione che arriva sempre, chissà per quali poteri parapsicologici prevista e accolta come si deve. Un problema sociale e politico che colpisce quella parte di popolazione inattiva e priva di potere, e con l’isolamento e la privazione degli stimoli far sì che la persona sia resa vecchia e disadattata, è una responsabilità socio-educativa della nostra cultura contemporanea, che nel valorizzare gli elementi produttivi della società finisce col far sentire al vecchio un senso di inutilità.
Sei drogato? Galera o manicomio. È questo il titolo di un articolo apparso su un quotidiano e che fa da specchio ad un altro vasto problema su cui i centri culturali hanno posto un loro particolare interesse lamentandosi sugli interventi dei Centri antidroga o Centri di Educazione sanitaria o Centri di malattie sociali che continuano solamente a curare i sintomi e non la malattia, non a realizzare perciò un’azione “per individuare, prevenire e rimuovere le condizioni di emarginazione collegate alle tossicomanie e all’assunzione di psicofarmaci”. Intanto continuano le testimonianze sull’inadeguatezza con i titoli che si leggono sui quotidiani: “A Valenza un drogato finisce in manicomio, non ci sono le strutture per curarlo”, “Gli eroinomani abbandonati a se stessi “Il drogato è all’inferno”.

Questi ed altri i pervasivi flagelli che hanno ispirato e indotto a definire il sapere scientifico della Pedagogia Clinica orientato a dare alla persona dignità, garantirle il successo del proprio sviluppo individuale e sociale, soddisfare l’esigenza di acquisire certezze di espansione in un sociale inclusivo in opposizione ad ogni emarginazione; del resto è nel Centro Studi Antiemarginazione che nasce la Pedagogia Clinica e che ha ottenuto espansione e arricchimento con il Movimento dei Pedagogisti Clinici.
Il Centro Studi Antiemarginazione CSA si costituisce come premessa vincolante l’intento di promuovere nel sociale un reale cambiamento di rotta fino a evitare ogni isolamento e ogni esclusione dai comuni diritti, aiutare la persona o il gruppo a rintracciare propri personali equilibri.

error: Contenuto protetto !!