di Diana Cresti*, Sergio Gaiffi**

Che l’alcolismo dei genitori abbia conseguenze più o meno gravi sulla prole è un dato ormai appurato, data anche la concomitanza di una serie di gravi fattori: problemi economici, disoccupazione, disgregazione del nucleo familiare, che rendono la situazione ancora più problematica.
Numerosi studi statistici relativi all’incidenza di di­sturbi neuropsichiatrici in bambini figli di genitori alcoolisti, che evidenziano come essi siano enormemente più numerosi rispetto alla popolazione nor­male, riportano l’alcoolismo precoce come una possibile conseguenza dell’alcoolismo genitoriale assieme a insufficienza mentale, epilessia, deficit attentivi, rallentamento dello sviluppo psicomotorio, diversi sintomi nevrotici, condotte caratteropatiche, iperattività e delinquenza giovanile.
L’alcoolismo dei figli di alcoolisti, può dunque apparire sia come l’epifenomeno di una differente patologia mentale, sia come fenomeno primario.
Fin dalla nascita, anzi ancor prima, durante la gravidanza (sindrome embriofeto-alcoolica), il bambino subisce le conseguenze dell’abuso del genitore che proseguono poi con un allattamento inadeguato, nel caso la madre continui nell’assunzione. Difatti l’alcool presente nel sangue materno si diffonde nella ghiandola mammaria e passa nel latte dove lo si ritrova a un tasso assai vicino a quello alcoolemico materno. È facilmente comprensibile quanto elevato sia il rischio da parte di una madre alcool-dipendente di intossicare il figlio nel corso dell’allattamento. Il latte « alcoolico » può essere all’origine di disturbi nervosi, spesso caratterizzati da episodi convulsivi, di cui il medico non riesce spesse volte a capire l’origine.
I figli degli etilisti sono neonati disinteressati al cibo, con difficoltà di suzione e comportamenti auto-stimolanti; sono bambini con minori capacità intellettive, con difficoltà di concentrazione e di risoluzione dei problemi; sono ragazzi isolati, collerici e litigiosi (con frequenti « acting out ») con difficoltà di inserimento nella scuola; per la loro insicurezza e i loro bisogni inappagati di affetto possono riportare balbuzie, enuresi ed encopresi. Sono insicuri perché cresciuti in un ambiente incoerente e incomprensibile nel quale sono spesso le vittime di maltrattamenti fisici e mentali; utilizzano regressivi meccanismi di scissione fra un oggetto tutto buono (il genitore sobrio) e uno tutto cattivo (l’alcoolista), mancano di interessi, sono sospettosi e rinchiusi in sé. La loro insicurezza e frustrazione si manifesta spesso con sintomi psicosomatici (mal di teste, di sto­maco. difficoltà di alimentazione, disturbi cardiaci, sintomi di affaticamento eccessivo) che, in casi estremi, possono addirittura condurre all’intervento chirurgico.
Sarebbero le relazioni all’interno della famiglia a condurre, in via psicogena, disturbi della crescita e della realizzazione del Sé. Il concepimento stesso di un figlio può essere usato nei tentativo di compensare le difficoltà emotive dei genitori: di tale ricerca il bambino sarà allora mezzo, ma spesso anche vittima, per l’improbabilità che le difficoltà in questione si attenuano con la sua nascita, quando è più facile invece che si accentuino e si drammatizzino. In fai caso il bambino rappresenterà per la coppia genitoriale una delusione, cosa di cui può venirgli, coscientemente o no, fatto carico.
Oltretutto i figli di un etilista spesso assistono, o sono addirittura vittime di scene di violenza fisica e psi­cologica, cosa già di per sé patogena, ma spassa volte aggravate dal fatto di sperimentare, una volta terminato lo stato di ebbrezza e con esso la violenza, atteggiamenti di eccessiva compiacenza e passività determinante e dalle caratteristiche psicologiche di base e dalla colpevolizzazione dei genitore. Ne consegue, nel caso più frequente di un uomo alcool-dipendente, che il bambino avrà un padre instabile e violento ma debole, ipovalido, quasi una caricatura di virilità esibita ma in pratica inesistente; difficile, di conseguenza, un normale superamento della fase edipica, con la possibile conseguenza di una grave insicurezza relativa al Sé, per l’altera­ta identificazione con il genitore dello stesso sesso. Anche l’identificazione con l’altro genitore sarà comunque turbata giacché padre e madre sono tra loro legati da una relazione caratterizzata più dal sado-masochismo che dall’amore; ciò crea scarsità di spazio emotivo per il figlio e rende estrema­mente difficoltose le identificazioni con tali figure ipovalide e disturbanti.
Già Bleuler (1955) riferiva che, analizzando le storie di alcoolisti con familiarità positiva, è possibile scoprire l’importanza decisiva rivestita dalla relazio­ne con il padre etilista: da un lato il figlio non intende imitare il destino del genitore, dall’altro questi permane per lui un modello, e il suo comportamento resta legato a un ideale di virilità, indipendenza e vigore. L’influenza del padre alcoolista sull’alcoolismo del figlio si può illustrare attraverso il meccani­smo di « identificazione negativa »: sentimenti di vendetta, ribrezzo e disprezzo per il padre alcool-dipendente possono paradossalmente indurre a imitarlo: «avrai quel che ti meriti, se diventerò come le ». Peraltro il figlio può avvertire, latentemente, il suo disprezzo per la natura del padre come qualcosa di iniquo di cui dovrà portare la colpa, colpa da espiare e cancellare solo assumendo su di sé la medesima sorte del genitore.
Nella maggior parte dei casi la madre, pur soffrendo per l’alcoolismo del marito, rimane a lui legata da profondi vincoli d’affetto; il figlio potrebbe allora essere influenzato dalla condotta alcoolica paterna al punto di ritenerla una prerogativa per un rapporo con la madre: « devo (anche) bere come mio padre per conquistare mia madre».
Quando ad essere alcool-dipendente, all’interno della coppia genitoriale, è la donna, la situazione appare ulteriormente complicata dalla più accentuata penalizzazione sociale di cui è fatta oggetto a livello familiare e non; facilmente ne viene messa in discussione la capacità di accudimento della prole e l’adeguatezza al ruolo genitoriale più di quanto questo non accada nei confronti del corrispon­dente maschile per cui le reazioni reiettive a livello micro e macrosociale ne risultano potenziate e maggiormente stigmatizzanti con quanto ne consegue di rinforzo e cronicizzazione del problema.
Un sistema familiare con un membro alcoolista si organizza intorno all’alcool; da un punto di vista teorico non ha molta importanza chi è che beve. In un sistema basato sull’alcool il ricorso alla « droga di famiglia » può rappresentare per il figlio sia una simbolica affermazione del proprio status di adulto sia un ingresso nel gioco familiare con ovvie funzioni di rinforzo di quell’omeostasi paradossalmente basata sull’instabilità, che contraddistingue il suo nucleo familiare.
Spesso succede che i ragazzi, di fronte alla ipovalidità dei genitori, in una sorta di ribaltamento generazionale, divengono precocemente saggi e maturi, assennati ometti e donnine che si preoccupano del­l’andamento della casa, cercano di mantenere astinente il genitore che beve, e così via. Ma la loro « normalità » viene mantenuta a spese di una più o meno marcata inibizione affettiva, una sorta di impoverimento emotivo che irrigidisce l’esistenza ed espone al rischio di improvvisi scompensi; si struttura cioè quello che si chiama un IO rigido ma fragile che rende la vita emotiva di queste persone, coattivamente sagge e pseudomature, insoddisfacente, dominata com’è da rigidità, coartazione e mancanza di sentimenti profondi e di abbandoni, con notevoli disturbi psicosessuali. Questi ragazzi, in virtù di tale « pseudomaturità », possono benissimo astenersi, reattivamente, dall’alcool, ma esiste pur sempre il pericolo che, in presenza di squilibri emotivi, possano virare verso un’inadeguata abitudine potatoria, espediente appreso in famiglia per far fronte a problemi e situazione stressanti.
In altri casi il figlio può sopravvivere alle angosce persecutorie e alla aggressività che emerge attraverso una serie di operazioni difensive che richiamano i cerimoniali di tipo ossessivo di alcune forme nevrotiche: dubbi, rigidità di pensiero, bisogno di ordine, comportamenti contrassegnati da regole e da misure.
Nei casi più gravi, in assenza di esperienze correttive, si potrà anche assistere all’esplosione di vere e proprie crisi psicotiche; sono figli che restano mol­to vicini al genitore, in un rapporto che potrebbe quasi apparire simbiotico, al punto di mimare talvolta il rapporto con l’alcool attraverso una smodata ingestione di bevande (thè, acqua, coca-cola ecc.) o, nei casi pio gravi, di alcool.
L’ingestione della sostanza alcoolica conferisce al giovane soggetto una cosciente quanto illusoria sensazione narcisistica di potenza, di controllo attivo e sulla sostanza e sulla, realtà circostante, gratificandone nel contempo, a livello inconscio, i forti bisogni di dipendenza frustrati, in un primo momento, dall’ambiente alcoologeno circostante, in seguito da lui stesso negati. Il sintomo alcool può inoltre chiamare l’attenzione su di sé, sui proprio bisogni e necessità, ignorati troppo e troppo a lungo per il centramento emotivo-conflittuale dell’interesse familiare intorno al membro alcoolista. I rapporti tra disturbi affettivi ed abuso di alcool fanciullezza e preadolescenza sono stati evidenziati da alcuni AA., specialmente americani. La depressione in età infantile si presenta spesso come « depressione mascherata », manifestandosi cioè non attraverso sintomi facilmente riconoscibili, quanto piuttosto in modo subdolo e polisintomatico con ipocondria, simulazioni di infermità, comportamento aggressivo, disforie, cambiamenti delle funzioni sidogiche, aumento o diminuzione dell’appetito, disturbi del sonno, incapacità ad addormentarsi, sveglio precoce, ipersonnia, iperattività, ipomobilità. Ora, come abbiamo visto, il bambino con genitore etilista mantiene un meccanismo di difesa molto arcaico, quello della « scissione » fra un oggetto buono e gratificante (il genitore sobrio) e uno tutto cattivo e frustrante (il genitore alcoolista): la bontà e la cattiveria non sono mai integrate in un unico oggetto che possa avere caratteristiche sia positive che negative, ma sono sempre scisse. Date rati premesse, sempre in un ottica kleiniana, ci sembra plausibile l’ipotesi seguente: il figlio, che si vive come debole impotente, non potendo decidersi ad abbandonare definitivamente l’oggetto frustrante (l’alcoolista), lo riassumerà dentro di sé attraverso l’ingestione della bevanda, ormai identificata con il genitore, tramite un meccanismo protettivo destinato, malgrado tutto, alla protezione dell’oggetto buono (il genitore sobrio); l’effetto psicotropo euforizzante dell’alcool realizzerebbe allo­ra una « artificiale » negazione marcate della depressione.
Più raro il caso di una vera e propria caratterialità che potrebbe condurre il ragazzo figlio di etilisti a veri e propri comportamenti sociopatici in cui l’eventuale assunzione di alcool facilita la slatentizzazione delle tendenze aggressive e l’inibizione delle istanze superegoiche.
In letteratura vari AA. hanno sottolineato i rapporti tra oligofrenie infantili e smodata assunzione di alcool. Ricordiamo che in famiglie con uno o più membri alcooldipendenti il livello intellettivo del piccolo può essere già minato alle basi dalle conseguenze della sindrome embrio-fetale da alcool. Ora, l’imitazione e l’incitazione, fattori importanti di abuso anche in bambini e ragazzi con intelligenza normale possono, per l’insufficienza di critica e la maggiore suggestionabilità dei soggetti oligofrenici, condurre ad abusi ancora più gravi. Inoltre il deficit intellettivo è alla base di frustrazioni che spingono all’assunzione smodata di alcool come sollievo dalle tensioni; questo soprattutto nei deboli mentali lievi che, spesso, hanno consapevolezza della loro situazione di « non normalità ».
Riassumendo, l’abuso alcoolico nell’infanzia può es­sere presente o meno; non altro sarebbe però se non la punta di un iceberg, l’epifenomeno di un profondo disagio fisico e psicologico conseguente an­che alla precarietà economico-sociale, all’inadeguatezza pedagogica genitoriale e all’inadempimento dei più elementari bisogni materiali, condizioni spesso concomitanti all’abuso specialmente nelle classi sociali meno agiate. Ci sentiamo comunque di mettere in guardia il lettore dall’annoverare il consumo etilico nell’infanzia nel rango delle tossicofilie e tantomeno in quello delle tossicomanie. Difatti, al di là dell’indubbia teratogenicità dell’alcool sull’organismo infantile (bastano poche settimane nei lattanti e pochi mesi in età scolastica e causare i più gravi danni), a livello psichico la bevanda alcoolica, specie se non ad altissima gradazione e di sapore dolce, ha per il bambino lo stesso valore del dolce, della cioccolata e di qualche altro alimento a lui gradito. A tal proposito, riportiamo una citazione di Anna Freud: « Per l’adulto dedito alla droga la sostanza bramata rappresenta non solo un og­getto o una materia buona, che fornisce aiuto e forza, come il dolce per il bambino, ma è una cosa che al tempo stesso è percepita come lesiva, annullante, indebolente, evirante, come sono effettivamente l’alcool e le droghe. E proprio la fusione delle due pulsioni opposte, il desiderio di forza e di debolezza, l’attività e la passività, la mascolinità e la femminilità, lega l’adulto drogato all’oggetto del suo vizio in un modo che non ha confronto con ciò che accade nella bramosia più benigna ed evolutivamente più positiva del bambino ».
Non sarebbe pertanto dimostrabile, ma sembra non esservi pieno accordo tra i vari AA., una consequenzialità obbligata tra consumo alcoolico nell’infanzia e dipendenza adulta.
Con il passare degli anni si sviluppano nei figli di etilisti delle « personalità passivo-aggressive » (strutture che, a detta di molti, li predispongono ad un futuro sviluppo di dipendenza alcoolica), con un forte bisogno di dipendenza e contemporaneamente la tendenza a distruggere l’oggetto sul quale tentano di appoggiarsi; incontrano spesso difficoltà gravi nel dare espressione equilibrata ai propri impulsi e nell’imparare e reagire ai sentimenti di collera dettati da situazioni frustranti. AI momento dell’adolescenza i figli di genitori etilisti diventano impulsivi e ribelli con difficoltà di rapporto con l’altro sesso; spesso abbandonano la scuola oppure hanno un rapporto problematico con essa (provvedimenti disciplinari, rendimento, ecc.); l’atteggiamento nei confronti dei genitori è spesso di risentimento, verso i fratelli di ostilità e competizione. Non sempre la gravità dei problemi è pari: esistono infatti diffe­renze legate al sesso (le figlie femmine, rispetto ai maschi, sembrano risentire maggiormente dell’alcoolismo materno che di quello paterno e presentano più facilmente disturbi emotivi piuttosto che consumo eccessivo di alcool). Dobbiamo comunque fare attenzione a non eccedere nel determinismo; fortunatamente esistono anche figli di alcoolisti che riescono a divenire degli adulti abbastanza equilibrati e a uscire indenni dalle difficoltà, aiutati probabilmente dal fatto di appartenere a classi più agiate in cui il problema « alcool » non è ulteriormente aggravato da concomitanti carenze materiali. Padri e madri costituiscono, nel bene o nel male, modelli di comportamento peri figli, in particolar modo per quelli dello stesso sesso: i maschi tendono a presentare le medesime modalità di comportamento aggressivo e violento del padre etilista, consumo alcoolico compreso, mentre le femmine si comportano secondo il modello materno sposando spesso uomini alcool-dipendenti anch’essi e oscillando tra un rifiuto totale dell’alcool e un bere eccessivo.
È opinione comune che, se i genitori hanno attegiamenti estremi nei confronti dell’alcool, sono cioè « forti bevitori » o astemi, i figli possono virare ver­so atteggiamenti francamente opposti. Infatti si ri­scontrano buone percentuali di astemi fra i figli di forti bevitori mentre una buona percentuale di giovani, figli di genitori molto rigidi e intolleranti verso ogni forma di devianza, finisce col darsi all’alcool. D’altronde, quando il genitore ha atteggiamenti affettivi equilibrati e non si comporta in modo eccessivamente rigido costituisce, come il gruppo di coetanei, un modello che il giovane tende ad imitare.
Nella storia degli adolescenti che eccedono nel consumo di alcool non sarebbe quindi inusuale riscontrare analoghi abusi anche in ambito familiare. Molto spesso, in tali famiglie, un genitore beve smodatamente e l’altro è dominante; ne consegue che l’ambiente è assai spesso caratterizzato da violenze, abbandoni, privazioni emozionali, traumi fisici e psi­cologici. Alto sarebbe il rischio per l’adolescente, di malaggiustamenti psichici e sessuali, ansie, depressioni, difficoltà di accettazione del ruolo adulto, etere ed autoaggressività.
L’incontro, più o meno casuale e/o premeditato, con l’alcool, conferisce al ragazzo un immediato sollievo dalle proprie ansie e tensioni consentendogli di ritrovare quel senso di adeguatezza e accettabilità inseguito da tempo. Molti sono gli adolescenti che veglione provare a se stessi che possono bere quanto, più o meglio, dei loro genitori e di essere in grado di usare l’alcool senza esserne usati, li gruppo di coetanei, quasi sempre condivisore dell’abuso, si fa portatore di quelle valenze affettive sostitutive di più intime relazioni familiari.
Presto, tuttavia, a mano a mano che si sviluppa la dipendenza — il che sembrerebbe avvenire molto rapidamente — l’alcool darebbe luogo ad esplo­sioni di rabbia contro se stessi (tentati suicidi) e contro gli altri (attraverso comportamenti antisocia­li e di fuga dalla società), quale ipercompensazione del senso di inadeguatezza così dolorosamente esperto.
Il rischio da evitare è quello di una criminalizzazione e stigmatizzazione dell’adolescente o del giovane bevitore etichettandolo come « alcoolista » talché spesso non di vero etilismo si tratterebbe mancando, nella maggior parte dei casi, una reale dipendenza fisica dalla sostanza e una vera e propria compulsione ad assumerla e ad aumentarne le dosi. Resta il fatto che l’abuso di bevande alcooliche, dall’infanzia all’età adulta, è strettamente legato a situazioni familiari e sociali decisamente negative ed è su questo, appunto, che un efficace azione di prevenzione (e non di pseudo-prevenzione volta a man­tenere l’ordine dato) dovrebbe incidere per una di­versa qualità della vita e di condizioni esistenziali volte ad evitare il ricorso a mezzi artificiali di evasione da una realtà inaccettabile.

*Diana Cresti Psicologo Psicoterapeuta
**Sergio Gaiffi Pedagogista Clinico® Psicologo Psicoterapeuta

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