di Luca Fabbri
Pedagogista Clinico®

La Pedagogia Clinica è una scienza dell’educazione nata in risposta alle criticità riscontrate alla fine degli anni ‘60. Un moto in attenzione alla persona frastornata dalle varie disattenzioni educative, avvolta da innumerevoli ambienti e situazioni emarginanti. Una nuova presenza epistemologica volta a garantire nel soggetto una rinnovata e piena qualità di vita, una risposta di pienezza capace di sostenere e facilitare il compiersi della propria umanità. Spostare l’attenzione, la ricerca scientifica e l’azione educativa – connotatisi nella sua nuova veste pedagogico clinica – verso il benessere e la cura sui sono stati una risposta capace di generare cambiamenti nel singolo; e di riflesso nella società visto l’essere della persona una cellula sociale (Pesci (2022), Pedagogia Clinica e cellula sociale. Pedagogia Clinica – Pedagogista Clinico®. 47 (2), XXIII, 2-4). Un elemento caratterizzante l’epistemologia pedagogico clinica, che ancora oggi impone a questa scienza di osservare la realtà, porsi quesiti in merito ad eventuali stati di mal-essere, rispetto a nuove (e vecchie) emarginazioni, a questionarsi e a meditare in merito a tutto l’educativo e rispetto a come quest’ultimo operi. Riflessioni opportune e perennemente necessarie poiché siamo davanti ad una scienza e in quanto tale non può che essere in continua ricerca meticolosa, in costante ascolto e in perdurante attenzione; sempre e comunque operati nel solco proprio della sua epistemologia, attraverso lo sguardo fedele al personale statuto ontologico di sapienza eclettica. Una scienza socio-educativa oggi sollecitata da inquietudini, turbamenti, disagi importanti verso i quali non si è stati capaci – come società della conoscenza – di dare sempre risposte adeguate, educative, semplificando la risposta costituitasi nell’offerta di servizi esclusivamente – o quasi – sanitari e in totale sordità alle richieste di tipo educativo. Soluzioni cariche di consigli, di decaloghi da seguire e pertanto prive di ascolto, che in modo sempre più importante prendono la via dell’online, del digitale fomentando così nuove forme di emarginazioni legate alla mancata relazione, quella vis a vis, l’unica possibile per la Pedagogia Clinica , la sola che permette di stare insieme, in una relazione simpatetica e che consenta l’incontro tra globalità frutto della presenza di anima e corpo.  Con ciò non si vuol demonizzare lo strumento “online” con le sue varie diramazioni (social, devices, etc…) bensì promuovere una riflessione che richiami all’attenzione sulla preziosità della relazione in presenza, insostituibile per la piena umanizzazione dell’io e del rapporto io-tu nel quale tutti siano soggetti e non (s)oggetti. Un’ontologica umanità che è l’essenza dell’agire e del pensiero educativo: l’educativo umanante. La Pedagogia Clinica, in quanto sapienza educativa e sociale, non può che spronare l’educazione a manifestarsi, a dichiararsi, a prendere coscienza e consapevolezza di se stessa, di ciò che è nel hic et nunc e confrontarsi con quello che “vorrebbe essere”/“sarebbe opportuno che fosse” e agire affinché lo diventi nel non ancora. Un pungolo alla riflessione necessario affinché la scuola ed il mondo educativo generino risposte dal proprio interno capaci di dare risposte opportune, umane e umananti. Direzioni fermentative che coinvolgano la globalità di ciascun singolo, dove quel ciascun rappresenta non soltanto l’educando bensì qualsiasi soggetto in quanto membro attivo della comunità educante. La continua contrapposizione tra educatore ed educando – con “appendice” famiglia – è un perenne fermento di contrasti, conflitti che portano la relazione ad una spiralizzazione di malessere continuo. Riconoscere le singole soggettività in gioco, promuovere un ambiente educativo sano, di ben-essere per tutti è lo stimolo riflessivo promosso dalla Pedagogia Clinica. Un riflessivo che non è pura ars retorica, né un vacuo filosofeggiare, bensì un promuovere la proattività – attraverso l’arte della nuova maieutica e i vari strumenti, tecniche e metodologie pedagogico cliniche –, il protagonismo di ognuno, così da generare un reale cambiamento e non il consueto corso o progetto di “grande successo” che si conclude – nelle migliori delle ipotesi – in un patchwork mal riuscito, avente nella sua eterogeneità non la ricchezza della diversità che è complementare, bensì una discordanza invalicabile e impoverente.

Flagello educativo
«La maestra non sarà contenta che l’acqua sia rosa». È la frase che Giovanni riporta parlando di un suo disegno che avrebbe dovuto rappresentare una parte della storia letta nell’albo illustrato “Quando sarò grande” (Desbordes, A. & Martin, P. (2017), La Margherita). Nel racconto, ad un certo punto il protagonista attracca con la propria barca alle pendici di un bosco e l’acqua sottostante il suo natante è nientemeno che rosa! Nella lettura del racconto Giovanni non pone attenzione a tale evento ma quando è “chiamato” a svolgere il “compito” che la maestra gli ha affidato emerge la dicotomia tra il disegno dell’albo illustrato e quello che l’insegnante dell’infanzia passa nel suo gruppo di bambini (3-6 anni): il mare è blu! Tutto ciò che si discosta da tale certezza è un errore: il mare rosa!
Francesco, invece, davanti al racconto  “Ecco a voi… la famiglia Meraviglia” (Yeoman, J., Quentin B., (2022), Edizioni Clichy) esterna la seguente affermazione: «Che brutti questi disegni! Sono tutti sbagliati! Guarda, hanno colorato tutto fuori dagli spazi. A scuola la maestra ci fa buttare i disegni quando sbagli così». Nuovamente siamo davanti ad un evento che riguarda un fanciullo della scuola dell’infanzia.
Tali affermazioni, specialmente a noi professionisti dell’educativo, non possono che portarci a riflettere sull’ambiente scolastico strutturato come luogo formativo/informativo impostato sull’istruzione (a volte ammaestramento) e sulle situazioni emarginanti rinvenibili al suo interno. Flagelli pervasivi che richiamano in attenzione la Pedagogia Clinica nata giustappunto come risposta educativa ai disastri dell’emarginazione.
Una delle calamità alle quali si assiste oggi nella scuola dell’infanzia è una sempre maggior impostazione omologante e annichilente la personalità. Sollecitazioni che risultano schizofreniche rispetto alle esperienze vissute e promesse nella fascia 0-3 e teoricamente sostenute anche nello 0-6 e in generale nella scuola, ma che poi si dimostrano disattese lasciando alle parole quali inclusione, individualità, attenzione al bambino, autonomia, esperienzialità, scoperta, gioco, relazioni, crescita il mero compito di contenitori vuoti. Cacofonie di parole! Non mancano certo le famose “buone pratiche”, così come vari modelli pedagogici quali il Reggio Emilia Approach, l’approccio Montessori, il Tuscan Approach, tanto per fare alcuni esempi di modelli decantati; sennonché, al di là del modello, della teoria pedagogica spesso si osserva un ricorso ad etichette che hanno l’esclusiva – o quasi – funzione di merchandising, richiamanti orde di followers, accaniti seguaci del “pedagogista di turno” e più o meno ignari che dietro al “grande baraccone” vi è troppo spesso un’applicazione meccanica o poco più di principi pedagogici. Siffatto modus operandi  fa sì che vi sia poi un disincanto nei confronti della ricerca pedagogica, un approccio di “finta adesione” a teorie educative imposte dal Dirigente di turno o promosse da un docente oppure proposte da un professionista esterno la scuola, giacché nella prassi restano troppo spesso contenitori vuoti, idee disattese che portano a spiralizzazioni di negatività in tutti i soggetti: personale scolastico, educandi, genitori e familiari, comunità educante.
Gira e rigira tutto rischia di finire in un’inerzia stagnante dalla quale solo davanti a tragici eventi – una studentessa che si toglie la vita, il docente che reagisce colpendo l’alunno, gli alunni che scherniscono i professori, docenti malmenati o aggrediti – vi è un ipocrito risveglio la cui unica funzione è quella di puntare il dito verso l’altra parte: le famiglie contro la scuola; la scuola addosso alle famiglie; i docenti versus gli alunni; gli alunni contro i docenti e così via.
In tutto questo la persona dov’è? L’individuo che fine ha fatto? La relazione educativa è smarrita? L’annichilamento del benessere di ciascuno è la cartina tornasole di questa povertà educativa, di un’assenza di educativo e di umanità. Un dis-educativo che come qualunque dis- è per la Pedagogia Clinica una debolezza ma anche un elemento carico di forza e positività, uno spazio di difficoltà nel quale agire per rafforzare il positivo in fieri e quanto in essere, distinguendosi dal cancan delle sole accuse. La Pedagogia Clinica è la scienza che sposta l’attenzione dal dis- – in questo caso il dis-educativo – alle enormi risorse vitali presenti in tutti gli attori dell’educativo secondo il principio vygotskijano  (Vygotskij, L. S. (1986). Fondamenti di difettologia. (Pesci, G., Ed.). Roma: Bulzoni editore).

 Teorie e prassi pedagogico cliniche: sollecitazioni all’educativo
La Pedagogia Clinica davanti a questa realtà non può che affermare la nudità del re. Il flagello educativo deve essere contrastato, la rotta va cambiata! Il metodo è, chiaramente, quello proprio di questa scienza, ossia promuovere riflessioni attraverso il Reflecting®, spazi di confronto e dialogo che aiutino tutta la comunità educante a com-prendere la necessità di un rinnovamento in tale ambito. Urge spostare nuovamente l’attenzione al soggetto, mettere al centro la persona nella sua singolarità ed unicità, promuovendone la crescita ontologica, umana e globale, attraverso un’educazione che sia fermentativa, humus per una crescita armonica, equilibrata, umanante dell’Io.
Il Pedagogista Clinico® e la Pedagogia Clinica sono chiamati – fedeli al solco intrapreso in questi quasi cinquant’anni di ricerca e prassi scientifica – a non scadere nei qualunquismi, nei giudizi, nelle condanne affrettate, nella gara allo scarica barile o allo sport del dito puntato contro il malcapitato di turno. La scienza pedagogico clinica è capace di individuare gli elementi di emarginazione, le calamità educative e sa rispondere a tali emergenze e sciagure con un atteggiamento di accoglienza, facilitando la proattività, promuovendo il cambiamento e sostenendo la positività. L’epistemologia pedagogico clinica, caratterizzandosi nell’essere scienza socio-educativa, avendo un focus sulla persona in quanto cellula sociale opera non solo attraverso gli interventi pedagogico clinici all’interno degli studi professionali dei singoli pedagogisti clinici, ma anche nelle svariate Istituzioni educative attraverso l’offerta di stimoli esperienziali rivolti anche alla formazione dei professionisti educativi di tali ambiti, dei familiari e dei bambini e ragazzi.
Le importanti emarginazioni presenti nell’ambiente scolastico spronano in modo incalzante la Pedagogia Clinica – ed i pedagogisti clinici – a operare in ambito socio-educativo, esortano la professione ad essere un costante pungolo dell’educativo, a mettere in luce le incongruenze, le criticità, gli sguardi nuovamente spostati sui deficit e le mancanze, e non sulla persona; a promuovere stili educativi attenti alla prossemica, alla cinesica, al linguaggio verbale e non verbale in qualunque grado di scuola, con qualsiasi bambino di qualsiasi cultura, età.
La Pedagogia Clinica, con il suo importante bagaglio di sapere ha la capacità e la possibilità di promuovere riflessioni, cambiamenti, nuovi equilibri; sottoporre l’educativo ad esperienze nuove frutto di sollecitazioni teoriche e prassiche strutturate secondo i principi di questa scienza, ricorrendo ai proprio metodi, metodologie e tecniche.
Il perentorio richiamo a sostegno dell’educativo porta la sapienza pedagogico clinica a manifestarsi nelle Istituzioni scolastiche dell’infanzia – e non solo – promuovendo vissuti esperienziali volti ad accrescere il benessere in tutti gli attori dell’educativo e negli educandi la creatività, lo sviluppo del proprio uomo geometrico, esperienze di scoperta prima di tutto in campo vuoto – lungi dalle imposizioni ammaestratrici che racchiudono il bambino a vivere i movimenti negli spazi angusti del banco e dello spazio limitato del foglio – così da liberare e non imprigionare il sé, vissuti esperienziali capaci di donare ampio respiro, di innalzare la persona. Sollecitazioni promuoventi la fantasia, la personalità, l’originalità, la conoscenza di sé, l’unicità –  non l’omologazione! -; stimoli per una crescita umana, umanante e facilitante la realizzazione ontologica del sé.

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