Contributi alla Pedagogia Clinica

di Anna Pesci
Pedagogista Clinico®

Le ricerche che ho condotte nell’impegno profuso fin dal nascere del Movimento dei Pedagogisti Clinici per offrire al Pedagogista Clinico® sicure abilità, si sono poste lo studio e la sperimentazione per individuare, fra altro, nuovi orientamenti metodologici adatti all’educazione dei bambini alla comunicazione. I due ricercatori hanno voluto verificare quanto l’interesse di insegnare a parlare al bambino fa molte volte dimenticare che non è sufficiente saper ripetere più o meno bene una parola se poi non la si può usare come linguaggio, ossia come mezzo di espressione e di comunicazione. Per questo è da sostenere che l’educazione ortofonica si fa a volte sterile, settoriale, scarsamente motivante e avulsa dallo sviluppo intellettivo-affettivo del bambino inteso nella sua personalità globale. Raramente si tiene conto che il linguaggio è anzitutto un atto psicomotorio e che l’espressione non verbale è la valle di ogni espressione verbale. Nello stesso tempo mi lamento che non si tenga conto che l’espressione comunque intesa è strettamente correlata col patrimonio esperenziale del bambino, con le sue capacità percettivo-motorie, col suo sviluppo cognitivo e col suo stato di maturazione affettiva.
La sperimentazione mi ha impegnata oltre due anni con bambini di 5-6 anni con notevole ritardo del linguaggio e bambini di 6-7 anni con dislalia multipla e balbuzienti. La ricerca ha richiesto una complessa osservazione dei bambini nei loro molteplici aspetti comportamentali riguardo ai loro rapporti interpersonali e all’apprendimento. Ho potuto rilevare che i bambini con difficoltà elocutorie presentano spesso difficoltà di percezione visiva, uditiva, difficoltà motorie in senso stereognostico, temporo-spaziale e ritmico, difficoltà di coordinare i movimenti, di equilibrio statico e dinamico, di rilassamento, e in tutto l’insieme dei movimenti e dei gesti che caratterizzano lo sviluppo psicomotorio, oltre che di molti altri aspetti che condizionano lo sviluppo intellettivo-affettivo. Una tale verifica ha fatto ritenere con successo che una specifica educazione del linguaggio dovesse essere sostenuta da una educazione globale del bambino e non da esercizi fatti in un settore ortofonico con scarsa motivazione. I bambini devono essere seguiti offrendo loro una vasta gamma di attività espressive pluridirezionali di tipo gestuale, grafico e plastico, giochi socializzanti e di affettività per dare maggior sicurezza nei rapporti interpersonali e nell’adattamento a situazioni nuove e a riti operativi diversi. Il tutto ogni volta orientato da scopi ben precisi: a livello gnosico e prassico, per la conoscenza del proprio corpo, l’auto controllo, l’organizzazione dei movimenti semplici e complessi per una giusta espressione psico-gestuale curando anche la precisione, il ritmo di esecuzione, i fattori emotivi-affettivi. Sul piano del linguaggio sono intervenuti con canti, verbalizzazioni di azioni mimate o disegnate, giochi di dizione ritmo-fonica, giochi finalizzati per una maggiore padronanza della respirazione e di tutto l‘apparato fonatorio. Non sono mancati inoltre frequenti colloqui con insegnanti e genitori sulla dinamica interpersonale con i bambini seguiti, sulla dipendenza, l’autoritarismo, l’accettazione affettiva di particolari stati e a tutta la complessa problematica di proiezioni emotivo-affettive che di volta in volta si rilevavano. Con queste attenzioni e stimolazioni i risultati ottenuti sono stati molto soddisfacenti e convalidati dal controllo su altri bambini in tempi successivi.

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