di Luca Fabbri
Pedagogista Clinico®

Nella nostra società la persona è soggetto destinatario di servizi ma in primis risorsa attiva per sé e per la comunità. Ciò ci porta in luce l’esigenza di fermarsi a discutere insieme sulle necessità della comunità e sulle risposte educative che si possono mettere in campo per contrastare i flagelli emarginanti l’essere umano. La nostra società ha a propria disposizione importanti servizi e diverse figure professionali in aiuto alla persona, cionondimeno può trovare ulteriori stimoli e risorse socio-educative aggiuntive nell’integrazione, al suo interno, dei principi propri della Pedagogia Clinica e nella rete con la professione di Pedagogista Clinico®. Un apporto socio-educativo che ci porta a riflettere sull’educazione in quanto fulcro dell’agio personale e comunitario. Una questione che è alla base dello sviluppo umano, e che non riguarda solo i bambini, gli adolescenti, i giovani bensì ogni persona di qualsiasi età. Un aspetto, quello educativo, che chiama in causa la comunità tutta, nelle sue variegate sfaccettature e non solo il mondo scolastico. Un tema quello dell’educazione e della comunità educante che ha “stancato”, soprattutto gli addetti ai lavori, perché, in fin dei conti, si continuano a fare sempre gli stessi proclami, le stesse citazioni, le stesse accuse, ma lo status quo permane immutato. Assistiamo a un’educazione sfinita (Demetrio, 2009), svuotata dall’altalenarsi di posizioni ipoprotettive o iperprotettive, privata della cura – intesa quale cura dell’altro e cura sui – confusa con l’istruzione (Fabbri, 2022). Un educazione che si configura spesso anche con la moda del momento senza conoscere a fondo i perché di un certo agire, di una determinata esperienza, di uno specifico strumento, di un particolare setting etc. Una realtà, quasi, tragico-comica. Un’educazione smarrita in quanto abbandonata a se stessa ma che va recuperata poiché è uno dei concetti più importanti della nostra vita. L’educazione, infatti, ci rammenta: chi siamo; è sapere; è riconoscersi negli occhi dell’altro; è aver imparato a ragionare; è sapersi conquistare la stima degli altri, è provare gratitudine e saperla manifestare; è vigile coscienza di esistere. L’educazione ha a che vedere con tutto ciò che siamo e che potremmo essere, è fermento e nutrimento per il nostro non ancora, ma affinché ciò avvenga necessita di essere riumanizzata poiché da essa passa lo sviluppo dell’Io, del Tu, del Noi (Demetrio, op. cit.).
La Pedagogia Clinica, dunque, promuove riflessioni sull’educazione umana e umanante, quale risposta efficace ed efficiente alle criticità che la società al giorno d’oggi è chiamata ad affrontare e gestire. Riflessioni e occasioni-stimolo che non si strutturano nell’offerta di suggerimenti, consigli, soluzioni preconfezionate e precostituite. Ognuno di noi ne fa esperienza ogni giorno: le soluzioni à la carte raramente hanno successo e contraddicono il principio tanto caro a questa sapienza secondo il quale ogni persona è res sacra, un soggetto colmo di ricchezze, con proprie peculiarità, da riconoscere, valorizzare, far espandere e non certo uniformare, omogenizzare rispetto alla massa.
La Pedagogia Clinica così come non ha lo scopo di offrire regole e prassi da seguire, non ha neanche l’intento di giudicare o condannare alcuno. Questa scienza è infatti sapienza che si fonda sul principio dell’epoché, del non giudizio, che non significa iper-relativismo, indifferenza a quelli che possono essere i flagelli emarginanti la persona, ma un atteggiamento di rispetto e di accoglienza del Tu, della sua sacralità. Una sacralità che non ha nulla a che vedere con aspetti religiosi, bensì fondata sul riconoscimento del valore ontologico della persona in sé. Una persona al centro delle attenzioni educative: ecco il focus della Pedagogia Clinica. Unicità e preziosità del soggetto che per questa sapienza non si sostanziano nel narcisismo, nella superbia, bensì nella relazione. L’essere, difatti, si scopre umano in quanto umanato; una umanazione frutto della relazione Io-Tu. È questa, infatti, che rende esistente il soggetto (Cicchese, 2013). Un aspetto, questo, assente nella società in continuo mutamento, liquida, contraddistinta dalla ipersvalutazione delle abilità e competenze, dall’iperindebolimento dell’Io, dallo sfinimento relazionale, dall’alterazione sociale. Un contesto nel quale il singolo non può che essere smarrito, incapace di riconoscere la propria domanda di senso (Vanier, 1977/2007). Il cambiamento sollecitato e facilitato da questa scienza muove a ristabilire l’equilibrio e l’armonia nel singolo, un individuo inscindibile dal Tu. Il Pedagogista Clinico®, infatti, aiuta la persona a valorizzare le proprie abilità e potenzialità in qualità di cellula che è sempre e comunque cellula-sociale, ossia un Io riconosciuto nella sua incommensurabile unicità e preziosità, che però trae forza, senso ed espansione esclusivamente nella relazione sociale, nell’appartenere al tessuto sociale, all’essere un Io-Tu, appunto una cellula-sociale. Un binomio ontologico inseparabile che enuncia la comunità quale luogo di appartenenza. Appartenenza che non indica l’essere “posseduto”, bensì che si è parte di un luogo, di una terra dove la propria identità può manifestarsi, esistere, essere, trovare espansione. Di contro, la mancata appartenenza porta il soggetto a “sentirsi solo”, una sensazione che apre ad angosce, agitazioni interiori, afflizioni su tutto il corpo, tensionalità varie, a importanti disarmonie con sé e con il mondo circostante. Estromissioni più o meno velate che portano l’essere (dis)umano a ricorrere a esili autoimposti, con il fine di sfuggire dall’oppressione, oppure al confino comandato dalla massa, o alla corsa a far parte di un “gruppo” – la “tribù moderna” – il quale offre apparente vitalità, illusorio senso di solidarietà, protezione, sicurezza promosso sotto forma di riti o feticci che hanno lo scopo di creare coesione, “gruppo”. Il tutto, però, in assenza di libertà, in un’esistenza vuota che vede l’essere “annunciarsi” al mondo in: uno stato di disequilibrio; tensione perenne con se stesso e gli altri; disarmonia (Vanier, 1977/2007). Difronte a tale povertà educativa, al grido della solitudine, davanti al soggetto solo, isolato dalla comunità, deviato rispetto alla norma, qual è la posizione della comunità? La società, generalmente, risponde: condannando, giudicando, richiedendo la “conformazione”, la “sanitarizzazione”, la “rieducazione”, la “standardizzazione” del “deviato”. Il soggetto disumanizzato anela, invece, sostegno, supporto, non la formula oggi in voga e ricercata della rieducazione. La Pedagogia Clinica non crede, infatti, che il soggetto sia da rieducare perché non riconosce la difformità rispetto alla massa, un individuo da normalizzare, cioè da ricondurre alla normalità, bensì una persona, sempre e comunque (Callegaro, 2023). Esseri resi, divenuti, disumani e disumanizzanti che richiedono una risposta socio-educativa. Persone, in richiesta di aiuto!
La scienza pedagogico clinica non giustifica la disumanità, gli atti disumani e disumanizzanti; tutt’altro, parte però dall’accoglienza del grido di aiuto inespresso, seppur evidente, offrendo la possibilità di trovare nella cura educativa una nuova armonia e la fine del malessere personale e comunitario, frutto dei flagelli emarginanti l’umano (Pesci 2022a, 2022b). Il Pedagogista Clinico® interviene con forza nel promuovere nella comunità occasioni-stimolo ed esperienze volte a umanare e umanizzare. Una società che la Pedagogia Clinica è pronta a sostenere nel suo processo educativo, generando spirali positive, esempi e suggestioni costruttive, riconoscenti il valore dell’altro, accoglienti le diversità, capace di sfruttare ogni occasione di incontro con una persona quale stimolo per fermentare, nutrirsi, ingigantirsi. La comunità, per la Pedagogia Clinica, non può, infatti, essere centrata su di sé, preoccupata più di se stessa, di apparire stabile, sicura, che dell’essere umano, del suo benessere, della sua armonia. La società non può mai avere il primato sulle persone (Vanier, 1977/2007). Essa è costituita dal noi, dai singoli in quanto cellule-sociali, e si forma per ciascun essere umano, per la loro crescita e di conseguenza per l’esistenza stessa della società. La sua bellezza e sussistenza deriva dall’ascendente di ogni soggetto. La comunità non è un raduno di persone che lottano per una causa, bensì ἀγορά, luogo nel quale l’essere si scopre umano, in quanto umanato e perciò capace di umanazione (Ducci, 2008; 2020). Nella comunità “luogo di appartenenza”, l’individuo riconosce di essere un Io che per “essere” necessita del Tu (Vanier, 1977/2007; Cicchese, 2013). Il riconoscimento di ogni persona quale cellula-sociale per la Pedagogia Clinica significa attuare più che una “rivoluzione” una riscoperta comunitaria, vincere le situazioni di  svuotamento del soggetto, abbattere le infinite occasioni di emarginazione e segregazione e giungere a una reale inclusione (Pesci 2022a, 2022b). Significa promuove una relazione sociale strutturata sul riconoscimento del positivo e non del negativo, su ciò che c’è (le abilità), nel qui ed ora, e su ciò che la persona è in potenza (le potenzialità), agevolando e promuovendo la disponibilità; abbandonando la consuetudine a quantificare, rilevare, paragonare, mettere in competizione, standardizzare. La scienza pedagogico clinica si propone, rispetto a tutto ciò, quale facilitatore e sostenitore di un clima armonico, di relazioni equilibrate, di una società del benessere; nel rispetto delle caratteristiche del soggetto e della comunità. Principi socio-educativi orientati al sentirsi bene – être bien – della persona, fermentatori rispetto al continuo divenire del soggetto, facilitatori nell’individuo di prosperità, ricchezza personale. Assunti socio-educativi orientati a favorire il positivo anche nella società intera, in vista di una sua trasformazione. Si coglie da ciò come la Pedagogia Clinica sia scienza che opera all’opposto dell’individualismo dove si rimarca la solitudine della cellula, frutto dell’emarginazione sociale, dell’angoscia di essere o divenire e che conducono per l’appunto l’uomo a chiudersi in un rapporto con il mondo alterato, in un monologo vuoto.
La Pedagogia Clinica, attraverso i suoi metodi, strumenti e metodologie, agevola in ciascun uomo le attitudini volte a generare il proprio sviluppo globale, avvalora le sue abilità e potenzialità, conscia del fatto che la persona isolata è un soggetto assediato fisicamente o psichicamente verso la quale promuovere un cambiamento. Un mutamento richiesto anche alla società, che necessita di riconoscere compromesso il rapporto collettivo, sovente incarnato nell’asocialità, nell’esclusione della persona, impedita di espandere una propria identità positiva, oppressa dalle ineguaglianze di opportunità di accesso alle risorse e ai benefici sociali, discriminata per le diversità (culturali, etniche, sociali, economiche …), estromessa dalle scelte comunitarie e produttive (Pesci 2022a, 2022b). La scienza pedagogico clinica, mossa da questa esigenza di cambiamento, e nella prospettiva di mutamenti sociali, è fin dalla sua fondazione impegnata in opere e azioni concrete sorrette dal principio dell’inclusione, a vantaggio di un salto qualitativo del soggetto e, conseguentemente, della comunità tutta. Una scienza che non è solo teoretica bensì teorico-pratica e che non si occupa solo di dar vita a occasioni-stimolo di riflessione (come questa), ma è capace generare nella persona e nella comunità esperienze reali, concrete, cambiamenti osservabili, percepibili, duraturi.

Bibliografia
Callegaro, C. (2023). Sull’errore in Pedagogia Clinica. Pedagogia Clinica – Pedagogista Clinico®. 48 (1), XXIV, 2-4.
Cicchese, G., (2013). Avventure dell’alterità. Da Socrate a Lévinas. Per la filosofia: filosofia e insegnamento. 88/89, XXX, 53-65.
Ducci, E. (2008). L’uomo umano. Roma: Anicia
Ducci, E (2020). Tra Logos e Dialogos. L’attuarsi di una filosofia dell’educazione.
Roma: Anicia.
Fabbri, L. (2022). Fenomenologia dell’educazione. Per una umanazione della persona. In Aa. Vv. (2022). Ministero dell’Educazione versus Ministero
dell’Istruzione. Roma: Armando Editore. 11-53.
Pesci, G. (2022b). Pedagogia Clinica e cellula sociale. Pedagogia Clinica –
Pedagogista Clinico®. 47 (2), XXIII, 2-4.
Vanier, J. (2007). La comunità. Luogo del perdono e della festa. Milano: Jaca Book.(Originariamente pubblicato nel 1977).
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