di Guido Pesci
Pedagogista Clinico®

La Pedagogia Clinica ha radici fin dall’epoca storica degli anni ‘60, nata dall’esigenza di individuare con l’interpretazione rigorosa dei dati osservati e non sul pensiero cieco, come fronteggiare i tristi problemi dell’emarginazione della persona, le sofferenze che frenano e impediscano la promozione di una identità positiva, garanzia di una vita associata, inclusiva.
L’impegno è stato assolto da intellettuali, scienziati, docenti e professionisti laureati in diverse discipline, con i quali in Firenze abbiamo dato voce alle istanze tese a difendere il valore di una diversa qualità della vita e a promuovere un nuovo corredo educativo.
L’emarginazione era ben rappresentata dall’ineguaglianza delle opportunità di accesso alle risorse, ai benefici e alle ricompense sociali, dalla discriminazione della fruizione di alcuni diritti fondamentali e dall’esclusione di gruppi e di persone dai processi produttivi e decisionali.
Emarginanti erano gli asili nido per i quali c’era l’urgenza e la necessità di eliminare i disagi e le tensioni create dalla carenza strutturale e dalla caotica organizzazione, incapaci di favorire un servizio educativo ed essere servizio sociale in aiuto alla famiglia. L’emarginazione era evidente nei manicomi, fondati sul concetto e sul mito della malattia mentale prodotto di una ideologia d’intolleranza, manicomio in cui oltre ai malati mentali adulti venivano ricoverati in padiglioni lager bambini certificati anormali o, i più fortunati ricoverati in istituti parcheggi o zoo oligofrenici, con i conseguenti irreparabili danni del ricovero. Emarginanti si presentano le “maternità” dove il bambino neonato viene sottratto alla madre e preso in cura dall’ospedale. Emarginati gli handicappati inseriti in strutture differenziate in base all’età e all’handicap, inseriti in Sezioni speciali delle scuole materne se presentavano anomalie psico-fisiche, in Scuole materne speciali se considerati soggetti  gravi, in Classi speciali con deficienze psico-fisiche e sensoriali, o in Classi differenziali “di recupero” o di “aggiornamento”, e “sperimentali”.
Emarginante era la scuola, la madre che lavora non aveva una scuola materna che accogliesse il figlio, i ”doposcuola” erano sostenuti da uno spirito meramente caritativo dei Patronati Scolastici e “ghetto dei soli bisognosi”, gli esami di riparazione, le bocciature e gli abbandoni scolastici, l’occasione di selezione mirate ad accentuare le disuguaglianze. Emarginante era l’università, fedele al sistema, basata su strutture interne immodificabili, impostate su un formulario elusivo e mistificatorio responsabile della deriva del carattere sociale dell’educazione. Emarginati gli anziani relegati in aree di parcheggio, ospedali, case di cura sinonimo di cronicari e case di riposo affidate nella maggior parte dei casi all’iniziativa privata e alla “beneficienza“, con infermieri assai spesso non specializzati. L’emarginazione era evidente nelle tossicomanie e nell’assunzione di psicofarmaci, persone drogate che non trovavano nella cura dei sintomi dei Centri antidroga  o Centri di Educazione sanitaria o Centri di malattie sociali una diversa azione per individuare, prevenire e rimuovere le condizioni di emarginazione.
Questi ed altri i pervasivi flagelli che hanno ispirato e indotto a definire il sapere scientifico della Pedagogia Clinica orientato a dare alla persona dignità, garantirle il successo del proprio sviluppo individuale e sociale, soddisfare l’esigenza di acquisire certezze di espansione in un sociale inclusivo in opposizione ad ogni emarginazione. Il  flagello dell’emarginazione è stato quindi l’ispiratore della Pedagogia Clinica, e l’educazione la risposta alle diverse esigenze.
Le mortificazioni che subiva la persona suscitavano in maniera sempre più decisa l’esigenza di un cambiamento che spinse a dar vita in Firenze al Centro Studi  Antiemarginazione in cui venivano accolte persone singole o gruppi con differenti situazioni emarginanti che richiedevano diverse iniziative e diverse strategie: allievi collocati ai margini della vita scolastica, persone frenate, ostacolate, escluse dai normali rapporti sociali, discriminate ed isolate a causa di conflitti personali o familiari, sofferenti per ostacoli nel mondo del lavoro o fondati su ostilità di genere.
Ospite del Centro Studi Antiemarginazione (CSA) il Cenacolo di scienziati che si incontravano e si confrontavano per dare continuità all’ormai lunga esperienza raccolta già negli anni precedenti. Nel febbraio del 1974 è a questo gruppo che proposi alla riflessione la definizione di Pedagogia Clinica per la scienza che animava quel sapere scientifico e socio-culturale che ci aveva guidati nella ricerca di soluzioni indispensabili alla persona, e l’appellativo di Pedagogista Clinico® al professionista che avrebbe animato questi orientamenti.
L’aggettivo “clinica” in affiancamento al sostantivo “pedagogia” o “pedagogista” inteso come aiuto alla persona rappresentava il focus della Pedagogia Clinica, rivolta a soddisfare con impegni educativi e positivamente creativi il vasto ambito dei bisogni indispensabili al rafforzamento delle capacità individuali della persona e al progresso culturale e sociale.
Si situa in ciò un importante principio distintivo per la Pedagogia Clinica, la persona quale cellula sociale, in relazione con il mondo, alla quale si riconoscono le caratteristiche qualitative che la designano nella sua unicità e globalità.
Cellula sociale è la persona quale unità fondamentale del complesso delle relazioni che si stabiliscono tra le persone, che compongono la società e la rappresentano. È la persona in relazione con il mondo alla quale si riconoscono le caratteristiche qualitative che la designano nella sua individualità e globalità.
Cellula sociale quindi, singola componente che se aiutata a conquistare un proprio personale equilibrio potrà essere abile nel vivere il complesso sistema di ruoli ed evitare che l’inadeguatezza di una singola unità si ripercuota inevitabilmente in tutto il sistema e crei gli effetti dell’esclusione e dell’emarginazione.
Perciò la persona per la Pedagogia Clinica è la vitale e funzionale cellula sociale a cui devono essere riconosciuti i diritti propri di una primordiale e fondamentale cellula della società, a cui la Pedagogia Clinica si rivolge con il dominio dell’educazione che le è proprio, sostenuta con solide basi che la caratterizzano, aperta e in grado di assolvere agli scopi della vita reale. Rivolta al vasto panorama dei bisogni, individua nell’educazione della persona, con ricchezza di saperi e metodi, ogni opportunità di risveglio per stare bene con se stessi ed agire come forza attiva nel gruppo sociale con positività all’aggregazione, tesa a modificare e migliorare la realtà; persona, protagonista di vita, contro ogni passiva accettazione e cieco conformismo a norme morali e sociali emarginanti.
Per cambiare le condizioni di una società malata da una malattia di massa, da epidemia dell’emarginazione e dell’esclusione sociale, una analisi rigorosa, che non poggia su un pensiero cieco, ben evidenzia che le società malate hanno istituzioni malate e che occorre una educazione che promuova in ogni cellula sociale un cambiamento, non per instillare fiducia in ciò che è sfiduciato, ma per uscire dalla prigionia, ritrovando ciascuno in se stessi, nel rispetto dell’altro, ogni apostrofe in attenzione reciproca.
Alle restrizioni della libertà dettate da inaridimento culturale e umano ed evitare in prospettiva flagelli sempre più catastrofici e irreparabili, si invoca di intervenire con l’aiuto di una educazione che agisca una profonda, rivoluzionaria trasformazione, capace di contrastare l’assedio fisico e psichico.
Decisa dall’esigenza di un cambiamento e mossa dalla prospettiva di un mutamento sociale e da un nuovo modo di sapere scientifico e socio-culturale, questa scienza si è sempre impegnata nel perseguire il principio di aiuto alla persona con l’intento di garantire dignità e uguaglianza senza distinzione, una uguaglianza in cui ogni condotta socio-educativa e culturale muove da nuove coerenze e si caratterizza come fucina di valori ricchi di rispetti riservati nelle relazioni con gli altri; opere e azioni concretizzate nel valore della solidarietà e del principio di inclusione sociale.

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