di Guido Pesci
Pedagogista Clinico®

La Pedagogia Clinica è una scienza che considera l’evoluzione dell’uomo un continuum, uno sviluppo progressivo, in opposizione alle obsolete distinzioni in stadi e, fasi da accogliere solo come strategia didattica con lo scopo di insegnare un riassuntivo riferimento. La suddivisione in stadi ha il sapore di una rappresentazione teatrale intesa solo come numero di atti e non in termini teatrali: allestimenti, scenografie, la presenza di macchinisti, attrezzisti, disegnatori di luci, gli attori e la loro parte attiva. Del pari l’evoluzione della persona divisa per età in stadi, in periodi di vita sezionati offre un riduzionismo che rischia di scheletrizzare la complessità dei diversi processi di sviluppo, l’incessante cambiamento psico-fisico, esistenziale e relazionale, e i loro effetti maturazionali, trasformazionali e trasfigurazionali che caratterizzano l’incidenza dei processi d’adattamento e di perturbazione che la persona incontra fino alla morte. La spirale evolutiva che ci avvia fino alla morte porta con sé il senso che la stadialità concentrata sugli stadi dell’infanzia, della pubertà e dell’adolescenza, considerata l’ultimo stadio evolutivo della personalità, contraddice il principio dell’evoluzione come costante di vita, come l’intero arco della propria esistenza, senza limitazioni e confini. L’evoluzione si ramifica verso i problemi esistenziali e relazionali sulla quale vigila un processo interno stimolatore di energia in esaltazione delle abilità dimostrate nell’assolvere gli impegni, evoluzione che avviene a seguito dello sviluppo nelle abilità processuali dei singoli organi e con l’evolversi dell’integrazione tra l’individuo e l’ambiente.
Alla base di ogni osservazione per conoscere la persona non ci si riferisce allo stadio, ma allo studio dei rapporti e dei condizionamenti reciproci all’interno del meccanismo dello sviluppo e le condizioni che lo determinano e prendere coscienza e conoscenza di tutte le esigenze educative. La gerarchia per stadi, obbligati come siamo ad analizzare gli aspetti che caratterizzano gli incessanti cambiamenti e le manifestazioni interpsichiche ed interpersonali nelle relazioni con l’ambiente, non è certo qualificante per apprendere dalla persona ciò che ha tratteggiato e tratteggia l’evolversi nella vita.
Ma se la logica formale di un evoluzione per stadi, frammentaria e approssimativa, non può permettere di raggiungere un valido orientamento per conoscere il multiforme mosaico che caratterizza e distingue la persona, ancor meno è possibile avviare percorsi polieducativi seguendo una generica stadialità.
L’intervento infatti richiede di conoscere della persona ogni aspetto caratterizzante gli ostacoli e le potenzialità di sviluppo, uno studio reale di una realtà concreta; di coniugare conoscenze da cui ipotizzare e ordinare modalità e strumenti adatti per iniziare e dare seguito ad un’attività spiralizzante di aiuto efficace.

Apprendere dalla persona
Apprendere dalla persona è un principio vygotskijano che la Pedagogia Clinica ha fatto proprio con il significato, attraverso lo stare insieme a quella persona, di conoscere e apprendere gli elementi che la caratterizzano per giungere ad una considerazione globale senza annullare la sua identità, che invece avverrebbe se ci si appellasse a semplici categorizzazioni riferite a quadri sindromici, a misurazioni e punteggi che concretizzano un fiscalismo protocollare.
È un processo che permette di intervenire in aiuto dopo aver “imparato la lezione”, orientati su ciò che inibisce e frena e sulle enormi risorse. Significa osservare fatti, fenomeni e situazioni per studiarne la dinamica, analizzare e registrare i particolari con il suffragio di elaborazioni critiche, fare emergere, conoscere e raccogliere ogni rilevante aspetto della vasta gamma dei bisogni emersi dal contesto in cui si è realizzata e per il fine che viene perseguito, e ciò sottolinea il ruolo delle motivazioni del comportamento visto come il risultato dell’interazione tra le determinanti interne e la casualità; un costrutto relazionale basato sui vari momenti interattivi non prevaricanti, un’occasione offerta alla persona di manifestare la propria presenza proponendosi con tutti i canali di comunicazione, privilegiando le varianti attrattive e costruttive la sua carica positiva e propulsiva. È una osservazione messa in atto non per valutare, ma per apprendere, individuare e capire l’origine e il valore di ogni espressione della persona, nella consapevolezza che ogni feticizzazione può portare al rischio di definire solo la logica formale delle classi e dei livelli. Un fatto reale è vivo solo in quanto ha un significato e questo è dato dalla tensione che si istituisce tra l’elemento fisico e psichico, soggettivo e oggettivo, per questo la Pedagogia Clinica richiede che venga generata un’analisi delle caratteristiche, delle esigenze e dei bisogni della persona, e decifrata la semeiotica, prodromo di risposte enunciative e implementari. È necessario raccogliere informazioni relative ai quadri di abilità, far emergere potenzialità gnosico-prassiche, caratteristiche psico-fisiche, stili comportamentali e ogni variazione disarmonica ed eterocronica della persona, raccogliere ogni suo segnale, leggerne le necessità manifeste, le potenzialità inespresse e le strategie comunicative con cui essa cerca di rapportarsi al mondo. La persona può proporre la sua fragilità, la sua ansia, la sua angoscia, i suoi moti di paura e di fuga, può emergere ciò che rifiuta e ciò che accetta, ciò che la solleva dal disagio e ciò che la mantiene in costante disadattamento, un parlare di sé al Pedagogista Clinico® in un rapporto fiducioso e fruttuoso. Essa comunica il suo essere e il suo esistere, le sue necessità per mezzo di cinemi, di esibizioni fisiognomiche e di linguaggi testimoni, con ciò si propone come un testo che narra di sé, che ci offre in lettura il campo semantico delle passioni, delle sensazioni ed emozioni o feelings. L’analisi degli stati di necessità si realizza perciò contro ogni prescienza, in un clima di scambio in cui fluisce una intesa che, nella spontaneità della relazione, offre l’opportunità di raccogliere e apprendere dall’altro e indirizzare con attenzioni educative in un prezioso processo di aiuto che risponda ai reali bisogni della persona.

 L’obbligo di sottrarsi ai criteri diagnostici
Poiché non si tratta di fare diagnosi, ma di conoscere la persona con l’obbligo di prendere coscienza e tener conto di ogni sua necessità, ciò chiede una capacità di verifica complessa condotta con abilità significative. Il termine verifica Vs diagnosi è una necessaria sostituzione per portare a compimento pienamente la differenziazione tra l’educazione e la sanità e non invadere campi altrui; il termine verifica esplicita ed esalta il sapore educativo di questo momento di conoscenza dell’altro e presuppone una non-valutazione, un non-giudizio.
E mentre la Pedagogia Clinica riconosce alla persona la sua singolarità, eccezionalità, unicità, globalità e l’opportunità di analizzare gli scambi nell’ambito di una relazione interindividuale, è ancora comune che perfino dei pedagogisti sentino il desiderio di sottoporre la persona a diagnosi, utilizzare sistemi di classificazione dei disturbi  secondo “rubriche”, distinguere l’evoluzione in stadi e fasi, ridurre la persona a “tipo” distinta per caratteristiche peculiari o per determinate entità omologhe e con ciò negata l’individuazione e l’identificazione mantenendo nel tempo il senso di tale differenza. Sono diagnosi che, ancorate al principio dell’invalidità e sull’assistenzialismo vengono conformate e adattate al deficit, concentrate sull’insufficienza e sulla patologia.

La Pedagogia Clinica contro i metodi di misurazione
La misurazione è un procedimento che si consolida convenzionalmente nell’ottenere la descrizione quantitativa, il valore numerico del rapporto tra la grandezza incognita e quella omogenea scelta come unità di misura; un limite esatto da cui scaturisce un criterio di giudizio. La Pedagogia Clinica , da sempre si è caratterizzata e distinta perché contraria ad ogni metodo di studio quantitativo, ad ogni concezione dello sviluppo che si limita a una descrizione negativa, alla concezione puramente aritmetica dell’insufficienza secondo cui domina il più facile metodo delle cifre e delle misure affidate ai test, come se la molteplicità dei fenomeni fosse compresa unicamente sullo schema più-meno, in opposizione ad ogni modalità di misurazione che si basa su un principio fenomenologico che conduce inevitabilmente a stabilire dei rapporti falsi, a un orientamento erroneo, a travisare la realtà e i rapporti che si trovano alla sua base, identificandoli con sintomi; da sempre essa ha affidato il compito principale dello studio della persona all’evoluzione dello sviluppo e delle leggi che lo regolano e a individuare ciò che caratterizza la difficoltà e la struttura interna della personalità determinata da esso.
In alternativa alle misurazioni ci si impegna a sperimentare, osservare, analizzare, scomporre, descrivere e determinare, ma tutto qualitativamente. La persona va studiata non solo come fenomeno organogenetico, ma come soggetto sociale, giungendo così a conoscere ogni suo aspetto sociogenetico e psicogenetico.

 La Pedagogia Clinica in opposizione alle classificazioni
Le classificazioni sono riferibili a un inquadramento che ordina e sistema definizioni su aspetti uguali e omogenei identificate da valutazione, da un rating che definisce un grado, un ordine, un modo di distribuire un punteggio, un’estimazione, un parametro ipotetico. Rappresentano quindi un criterio docimologico tramite il quale si può ottenere una misurazione derivata dal dokimi o tramite prove di esame che portano a quadri sindromici, misurazioni e punteggi; una giungla di classificazioni particolarmente insidiose perché considerate definitivamente stabili. Le classificazioni siano esse mediche, psicologiche o pedagogiche sono un prodotto di un criterio separatista e concretizzano un fiscalismo protocollare. Il più invadente è il prefisso verbale e nominale DIS, che nel rovesciare il senso positivo della parola conferisce valenze negative, seleziona, classifica e etichetta; frutto di una società sempre più morbigena complice di un ritardo dello sviluppo delle funzioni autonome dell’Io e dello strutturarsi di una personalità fragile e non autentica.
La Pedagogia Clinica si pone in netta opposizione al sistema classificatorio poiché non chiede di intervenire su noxae, o  sui termini con cui si attesta il disturbo, bensì su di una persona a cui viene data un’attenzione globale con un criterio educativo e rispettoso e certamente qualitativo.

error: Contenuto protetto !!