di Luca Fabbri
Pedagogista Clinico®

L’analisi, condotta da Luca Fabbri. tradotta nel volume “Pedagogia Clinica, un lavoro di analisi”, edito da Armano, Roma, nasce da un processo di ricerca, di studio, di riflessione rivolto all’analisi e approfondimento della scienza denominata Pedagogia Clinica . Un sapere di cui si disserta da quasi cinquant’anni in Italia e che nel tempo ha visto aggiungersi alla figura di Guido Pesci e del Movimento dei Pedagogisti Clinici- poi l’ANPEC Associazione Nazionale Pedagogisti Clinici- accademici italiani esterni a siffatto gruppo di studio e ricerca.
Un Movimento, quello guidato dal professor Pesci, che ha lavorato in profondità rispetto ai saperi e alle culture sviluppate durante la storia dall’umanità in tutto il mondo; giungendo, grazie alle numerose esperienze e vissuti, a rielaborazioni che sono sfociate in una nuova epistemologia.
Un sapere supportato all’esterno del Movimento non solo dai successi riportati in ambito professionale da coloro che – pedagogisti clinici ANPEC– instauravano relazioni di aiuto pedagogico cliniche improntate in questa expertise in action, ma anche grazie alla produzione di numerosi scritti – libri, articoli per riviste specialistiche – frutto di vissuti esperienziali, rielaborazioni, riflessioni maturate nella ricerca e nello stare in relazione simpatetica con le persone. Alcuni docenti universitari esterni a questo fermento – che temporalmente sono giunti a interessarsi della materia in anni successivi – si sono prestati a scrivere dei papers e, in alcuni casi, a promuovere forme di professionalizzazione di varie pedagogie cliniche che discostano totalmente, o in alcuni aspetti solo parzialmente, dall’epistemologia della Pedagogia Clinica definita dalle ricerche, riflessioni e studi del professor Guido Pesci e da parte dei pedagogisti clinici, dando vita a diverse e discostanti pedagogie cliniche. Realtà distintive quelle facenti capo a Crispiani, Mannese, Sola, Trisciuzzi – per fare alcuni nomi richiamati nel presente testo – che rimandano spesso ad altre discipline – pedagogia generale, pedagogia speciale, psicologia, medicina, biopedagogia … – e che presentano una realtà altra rispetto alla scienza pedagogico clinica. Nel raffronto tra le varie posizioni, inoltre, è emerso come soltanto la Pedagogia Clinica riferita ad ANPEC e al professor Pesci possa attribuirsi il diritto di dichiararsi scienza nuova, autonoma e distintiva.
Aspetto riconosciuto anche dall’esterno come nell’esempio del citato professor Macale. Un “privilegio” che nasce dalla semplice constatazione che è solo in tale ambito che si rinvengono tutti gli elementi propri di una epistemologia autonoma, nuova. Difatti si sono riscontrati solo qui linguaggi precisi, propri, chiari e distintivi; metodi, tecniche e metodologie specifiche, nate all’interno di questa realtà, non rinvenibili in altri saperi; un approccio socioeducativo, un dominio di scienza dell’educazione poiché – a dispetto di quanto dichiarato da alcuni studiosi – è il frutto della ricerca e rielaborazione trasdisciplinare svolta.
Pertanto il presente saggio si è strutturato sul ricercare l’“autenticità di una scienza” – di questa sapienza – rilevando i confini marcati e stabiliti e ponendo chiarezza sui distinguo rispetto a coloro che scrivono di pedagogia clinica invece che di Pedagogia Clinica . Il lavoro si è basato sulla scomposizione analitica dei dichiarati, così da mettere il lettore davanti alle varie posizioni, ai vari assunti, ai vari distingui gnoseologici in modo che sia egli stesso, leggendo, a rilevare e notare le diversità, gli aspetti propri, innovativi o meno; così come a individuare quelle proposte fondate su una ricerca solida, approfondita, eclettica e quali appaiono più come un restyling di una già visto al quale si è cambiato semplicemente il nome e poco più; oppure di pensieri confusi che portano più che a una transdisciplinarietà a sovrapposizioni, giustapposizioni, invasioni di campo non utili ai fini di un aiuto alla persona.
A conclusione di quanto raccolto e dimostrato nel presente saggio, appare inevitabile il biasimo nei confronti delle numerose pedagogie cliniche, critica legata alla confusione dei piani in esse ravveduto – come dimostrato in tutto il testo –, al ricorso a lemmi e linguaggi inadeguati per un’area educativa, alla mancanza di metodi e tecniche proprie e non afferenti ad altre scienze e discipline, e in special modo rispetto al principio valoriale di fondo. Il quid principale – fermo restando la critica per tutto quanto fin qui elencato – è nel focus che contraddistingue in modo netto la Pedagogia Clinica dai tentativi emulativi malamente effettuati. Le cosiddette pedagogie cliniche operano in vista di processi ri-abilitativi, ri-educativi, legati ai disturbi, al negativo, al sanare gli aspetti deficitari mentre la Pedagogia Clinica è nata proprio dalla necessità di intervenire contro i flagelli emarginanti la persona in modo diverso, senza curare, ammaestrare, correggere, insegnare.
Siffatta scienza dell’educazione apporta nella realtà delle discipline in aiuto alla persona la novità di un approccio socio-educativo che a partire da un disagio, una difficoltà, facilita l’autoapprendimento delle modalità per far fronte alla situazione problematica e stabilire un nuovo equilibrio, stimolando la persona a scoprire in se stessa le proprie potenzialità e sviluppare abilità e disponibilità.
Emerge nel presente testo come la Pedagogia Clinica – in distinguo dalle pedagogie cliniche – sia l’unica scienza di una educazione che si pone quale processo fermentativo della persona, affinché questa possa affrontare con consapevolezza e coscienza le nuove situazioni che gli si presentano nell’arco della vita.
La ricerca ha messo in evidenza come soltanto la Pedagogia Clinica abbia una connotazione evolutiva, un significato dinamico, indipendente dall’età delle persone, mentre nelle altre pedagogie cliniche si riscontra una predilezione per la fascia legata alla scolarità o eventualmente alle famiglie escludendo l’adulto – se non nella condizione di genitore – e l’anziano. Inoltre, nelle pedagogie cliniche gli interventi sono quasi sempre legati a “sanare” deficit o disturbi negli ambiti degli apprendimenti e del comportamento mentre gli interventi della Pedagogia Clinica – proprio grazie al suo vasto strumentario – sono rivolti alla globalità dell’individuo e a diversificati disagi.
Ennesimo aspetto da non scordare è la visione della persona nella sua totalità, concetto che raramente è stato pervenuto nelle pedagogie cliniche. Un tutto che per la Pedagogia Clinica non si esaurisce nell’individualità del soggetto bensì si completa in pienezza attraverso la relazione Io-Tu, difatti i flagelli emarginanti la persona vengono da questa scienza fronteggiati non solo favorendo un’identità positiva ma anche nel sostenere e facilitare la promozione di cellula sociale, un sociale inclusivo da espandere in opposizione ad ogni emarginazione, in antitesi e contrasto rispetto a qualsiasi condizione escludente, disumanizzante e segregante la persona.
Aspetto mancante nelle varie pedagogie cliniche che affrontano la questione esclusivamente dal punto di vista di singolarità, dimenticandosi il principio ontologico della coralità, sostanziale nel processo educativo di aiuto alla persona.
A conclusione del presente saggio si vuol porre l’accento anche sull’agire del professionista formato in questa scienza, il Pedagogista Clinico®, il quale accompagna la persona verso il suo cambiamento, la conquista di nuovi equilibri attivando e valorizzando potenzialità e abilità, con un approccio rispettoso dell’individuo che da se stesso, per se stesso e in se stesso trova le risorse.
In distinguo le altre pedagogie cliniche, ancorate alla maieutica socratica, operano con imposizioni, inchieste, invadenza nei confronti della persona. Infine, mentre nella Pedagogia Clinica vi è il carattere di una epistemologia educativa, dove l’intervento di aiuto non assume l’aspetto correttivo-curativo né quello di un fare pedagogico tout court, i fautori delle varie pedagogie cliniche considerano le loro realtà come specializzazioni della pedagogia generale o speciale o come le professionalizzazioni della pedagogia, esclusivamente un “fare” pedagogico.
Aspetto che non riguarda solo l’intervento ma tutta la relazione pedagogico clinica che è simpatetica per la Pedagogia Clinica e mira, fin dal momento conoscitivo, a verifica le cosiddette PAD Potenzialità, Abilità e Disponibilità nonché le aree di “educabilità” della persona in un’ottica di conoscenza globale e non le negatività da correggere, eliminare come nelle pedagogie cliniche che agiscono permanendo nelle definizioni classificatorie.
Per ultimo, nel saggio emerge un ulteriore elemento di biasimo legato al termine “clinico” che seppur utilizzato da tutti nel suo senso di cura (to care) e quindi con pertinenza, soltanto nella Pedagogia Clinica incarna il focus di aiuto alla persona di tipo educativo laddove nelle pedagogie cliniche si coglie sempre un forte orientamento all’esame, alla cura, alla ricerca del deficit.
A conclusione del presente saggio appare chiaro come il sapere fondato nel 1974 dal prof. Guido Pesci sia l’unica realtà con gli attributi di scienza e che l’unica possibilità per formarsi in siffatta sapienza corrisponde alla Scuola Internazionale di Pedagogia Clinica presso l’ISFAR. Esclusivamente in tale formazione è possibile acquisire i principi e l’epistemologia di questa scienza così come i rispettivi metodi, metodologie e tecniche che abilitano alla professione di Pedagogista Clinico®, afferente all’Associazione Nazionale Pedagogisti Clinici (ANPEC).
Tale sottolineatura è soltanto a garanzia della persona che si rivolge ad un professionista il cui focus è l’aiuto alla persona e che, utilizzando tale dicitura, palesa un riferimento ad una epistemiologia ben precisa e ben definita.

error: Contenuto protetto !!